La vita è uno stato mentale”. Con queste parole melliflue e insonorizzate si chiude l’incantesimo filmico di Oltre il giardino (titolo originale Being there, regia di Hal Ashby), in un’atmosfera rarefatta, ai confini con l’onirico, dove si infrange delicatamente la quarta parete cinematografica per precipitare lo spettatore nella parossistica leggerezza del giardiniere Chance (interpretato da un magistrale Peter Sellers), per l’intera durata della pellicola blandamente derisa e solo nell’atto terminale avvertita nella sua potenziale gravità.

Chance è un individuo atipico, un giardiniere analfabeta e ritardato che disimpegna il tempo libero tra una trasmissione televisiva e l’altra: la sua base conoscitiva è limitata al mondo della botanica e alla gestualità ricavata dall’imitazione e riproduzione dei personaggi seguiti sul tubo catodico. Non ha esperienza del mondo, fino alla morte del padrone per cui lavora e presso cui risiede da quando ha ricordo. Egli è costretto a lasciare il grembo sicuro della dimora per nascere nella realtà del mondo totalmente nuovo ed estraneo: la fuoriuscita di Chance è accompagnata ironicamente dall’Also spracht Zarathustra di Strauss, che orienta in senso comico l’interpretazione dello spettatore, pronto ad assistere all’irriverente odissea del giardiniere.

Se non fosse che Chance si dimostra tutt’altro che inadatto o inadeguato al cambiamento, andersianamente gettato in un mondo alieno senza strutture a priori per comprenderlo, al contrario fa della letteralità più schietta la chiave epistemologica del suo agire: da una parte, essa si applica alle sua comprensione dei proferimenti linguistici altrui, per cui egli scambia metafore per espressioni piane, a cui risponde in modo altrettanto letterale, facendo credere di essere dotato di un notevole senso dell’umorismo e di una certa abilità come intrattenitore; dall’altro, le sue ripetute e monotematiche asserzioni di ambito botanico o afferenti alla sfera del giardinaggio vengono colte dagli interlocutori come criptici messaggi che racchiudono profonde riflessioni sull’esistenza, manifestazioni ellittiche di verità filosofiche sulla vita e sul suo senso, oppure come velate indicazioni di carattere etico o politico.

L’equivoco non sembra destinato a sciogliersi: inizialmente Chance incontra i favori di un influentissimo uomo d’affari americano, vicino alla morte, che stupito dalla nobiltà d’animo del giardiniere lo accoglie in casa propria, trattandolo come un amico di lunga data e un esperto conoscitore della realtà umana. Certo della sua imminente dipartita, egli decide inoltre di avvicinare Chance alla moglie, che nel frattempo si innamora del giardiniere, affascinata dal temperamento emotivo e dall’incrollabile atarassia dell’uomo nei contesti pubblici e privati. Ben presto, Chance guadagna notorietà e prestigio televisivo, affermandosi come un consigliere del Presidente degli Stati Uniti, ma suscitando l’ammirazione e il consenso di un’intera nazione, nonché l’attenzione dei servizi segreti statunitensi e internazionali, impegnati senza sosta (e senza risultato) a comprenderne l’identità. In tutto questo, lo spettatore sembra assistere alla tradizionale commedia degli equivoci, resa tale dal doppio livello linguistico intrattenuto dai personaggi nei loro proferimenti: quello letterale, che si dipana da e verso il personaggio del giardiniere, e quello metaforico, che avvolge la comprensione e le reazioni degli altri personaggi coinvolti.

L’effetto complessivo, fin qui, è quello di una mai velata comicità sorretta dalla leggerezza situazionale, che si snoda per l’intera vicenda ma viene rovesciata radicalmente nell’inaspettato finale: mentre i partecipanti al funerale del businessman americano vociferano di una possibile elezione di Chance alla Presidenza, il giardiniere si allontana, si dirige verso un lago poco distante e qui, lontano dagli occhi indiscreti degli altri personaggi, si rende ben visibile allo sguardo di quello spettatore che è stato suo complice silenzioso e nascosto, lo chiama a sé per sciogliere il suo riso lieve e avvicinarlo all’insostenibile leggerezza racchiusa dalla sua camminata sulle acque.

L’atto conclusivo della pellicola tramuta lo spettatore nell’ennesimo interlocutore di Chance, lo invita a prendere sul serio la leggerezza come un fattore inossidabile dell’esistenza.

Lo scrittore Italo Calvino individua nella prima delle Sei proposte per il nuovo millennio, raccolte nelle Lezioni americane, proprio la leggerezza: ad una letteratura concepita come funzione esistenziale si accompagna la leggerezza nei panni di strenua reazione al peso di vivere. L’eroe mitico Perseo è capace di vincere lo sguardo inesorabile di Medusa, che tutto solidifica nel peso grave e immobile della pietra, grazie ai sandali alati e sorretto dalla leggerezza di venti e nuvole; il cavaliere del secchio di un racconto di Kafka (Der Kübelreiter) non riesce a farsi dare nemmeno il carbone più scadente per la stufa, ma è a tal punto leggero da riuscire a cavalcare il proprio secchio e da volare via. Chance è l’alter ego cinematografico di Perseo e del cavaliere del secchio, l’eroe di un mito filmato che ci restituisce il peso specifico della leggerezza. Nella sua accezione negativa, la leggerezza induce una frivolezza passiva, subita, partecipata e mai attiva, quella in cui si perde lo spettatore che assiste alla vicenda del giardiniere convinto di potersi godere una piacevole commedia in poltrona. Nella versione positiva, la leggerezza diviene un valore, assume l’onere di relativizzare il peso esistenziale del vivere ad un controllabile “stato mentale”, su cui si è liberi di galleggiare protetti dalla letteralità più autentica del proprio essere.