Il genere “western” è un genere immortale e capace di mutare a seconda del periodo storico e delle richieste del mondo. Nelle storie di Tarantino ci sono da sempre figure di cowboy moderni, armati fino ai denti (Mr Blonde in Reservoir Dogs) o una “resa dei conti” enfatizzata da musica pop e lenti movimenti di macchina (si pensi allo scontro tra Beatrix Kiddo e O-Ren Ishii). Troppo si scrive della grande influenza che il cinema del Maestro Leone abbia avuto sulle scelte di inquadratura del giovane Quentin. Non che queste siano infondate o false, ma ci si dimentica del nome di un altro grande Maestro che ispira Tarantino: Bloody Sam.


Il perché del mio collegamento è molto semplice: Tarantino riconosce e descrive le origini animali dell’uomo con la stessa brutale fantasia e violenta veridicità di Peckinpah.


Tarantino, giunto alla sua ottava opera (da qui il riferimento del titolo, e un delizioso ammicco ai “Sette” di Kurosawa) decide di superare le sue abilità di narratore, incentrando un complesso dramma all’interno di un unico set. Bloccando dei criminali e dei “difensori della legge” su delle montagne ferite da una potente bufera, Tarantino accorcia i tempi dello scontro tra il Male e il Male. Perché a differenza del western “Django Unchained”, dove i due protagonisti ricercavano il Bene (Broomhilda) per liberarlo dal male (Calvin Candie), in “The Hateful Eight”, Tarantino, localizza la peggiore feccia della realtà americana post-guerra civile nell’Emporio di Minnie e la costringe a sbranarsi di fronte ai nostri occhi.


Nel crescendo di tensioni e citazioni (una su tutte la mutazione di Daisy Domergue in “Carrie” di De Palma) la storia non lascia spazio per gli Eroi. In questo risiede la forza del film: i suoi otto protagonisti sono lo specchio degli errori/orrori che l’uomo continua a fare, nonostante la società si stia evolvendo. Tarantino non ha pietà per i suoi otto delinquenti ma concede loro tempo per esprimersi senza giudicarli. Mettendo da parte le differenze di colore, età e sesso, l’autore dipinge personaggi infimi e crudeli che sono trainati da bisogni animali/umani di arroganza, odio e implacabile sete di sopravvivenza.
Posti tutti sullo stesso piano, gli “Infami Otto”, distruggono la dignità umana e le nostre umili speranze di “un mondo migliore”. La stessa sequenza finale è un esempio di questo affronto al genere umano: dopo aver impiccato Daisy Domergue senza un processo, Chris Mannix e il Maggiore Marquis Warren, rileggono la falsa lettera di Lincoln scritta dal “negro insolente” e si godono la beatitudine che questa menzogna suscita.
Lo stessa fa lo spettatore: si siede, crede nelle menzogne cospiratrici di otto odiosi e si gode la beatitudine che esse suscitano in lui.