Your Name, film appena passato per le sale cinematografiche per soli tre miseri giorni (con la notizia fresca di un possibile ritorno per un ulteriore giorno), è l’ultima fatica di Makoto Shinkai, regista che ho potuto apprezzare con il film Viaggio verso Agartha del 2011, ma che ha decisamente compiuto passi da gigante da quella data lontana.

 – Makoto Shinkai e la paura della grandezza –

Makoto Shinkai, contro ogni personale previsione, si è ritrovato sulla vetta dei box office giapponesi, scavallando un intoccabile film d’animazione come La città incantata (Hayao Miyazaki, 2001), unico film giapponese ad aver ricevuto l’onorificenza dell’Oscar come miglior film d’animazione. Di conseguenza, Shinkai, si è ritrovato ad essere paragonato a quest’ultimo e, a ragion veduta, il timore l’ha così pervaso da dichiarare apertamente che il proprio film non è così bello come tutti dicono, arrivando persino a boicottare la visione di quest’ultimo.
In realtà, al cinema, prima dell’inizio del film, è lo stesso regista che ci tiene a presentare il proprio prodotto, ringraziando direttamente il pubblico italiano per questa prima proiezione assoluta dei suoi film. Che sia stato registrato prima delle dichiarazioni fatte? In ogni caso Your Name ha qualcosa di magico sin dall’inizio e lo spettatore deve prendere bene confidenza con la storia dello scambio di vite fra Mitsuha e Taki; c’è qualcosa nel suo complesso che va a toccare l’esperienza di tutti noi, facendoci viaggiare fra realtà e fantasia. In poche parole ha un enorme dose di realtà, rimaneggiata ai fini del film e condita con svariati elementi sovrannaturali, eppure sempre reale. Proprio questa caratterista, a mio parere, ha reso le folle entusiaste del film. C’è stata un’identificazione nella trama e nei personaggi che sempre più raramente si riscontra nel cinema d’animazione giapponese.
Ricordiamo bene come Miyazaki abbia condannato i nuovi animatori e registi d’animazione, additandoli come “otaku” e accusandoli di conoscere il mondo solo tramite i manga, il cinema, e in poche parole perdendo quel contatto sacro con la natura e la vita quotidiana. Ecco, in questo calderone Makoto Shinkai non può cadere, quantomeno non con il suo ultimo film. Il guru della Ghibli ha sempre proposto opere di alta poesia narrativa e visiva, ma di grande concretezza e realtà; infondo nelle favole troviamo il sovrannaturale che ci appare realistico, vicino, tangibile. Da qui il successo secolare dei Walt Disney, da qui la fortuna decennale di Miyazaki e da qui l’ascesa di Your Name. Tutti e tre sono accomunati da questa miscela di elementi ma guai a unire i tre nomi citati! Il paragone con Miyazaki ovviamente deve restare puramente sul piano dei risultati al bottghino, poiché lo stile dei due registi giapponesi, nonché lo stile grafico e di sceneggiatura viaggiano su binari completamente diversi. Innalzare il timido Shinkai ai livelli di Miyazaki è, forse, anche troppo prematuro, anche per il contributo che i due hanno dato alla cinematografia mondiale. Ecco perché l’accostamento, se fatto, deve essere ben giustificato e motivato. Sul piano economico entrambi hanno raggiunto la vetta dei box office giapponesi, ma sul piano artistico si tratta di lavori diversi.
Dunque fa bene il regista di Your Name ad avere timore di ricevere un così alto paragone, poiché gli incassi, come sempre, sono fini a se stessi e la qualità di un film non dipende da questi.

 

 – Youre Name, analisi –

Come abbiamo già detto il film ha qualcosa di magico e melanconico, sin dall’inizio, anche se viene difficile inquadrare perfettamente la situazione, ma la voce fuori campo di Mitsuha già incuriosisce.
Le prime volte in cui avviene lo scambio, infatti, la visione della giornata di Taki nel corpo di Mitsuha (primo scambio ad esser presentato) viene interrotto bruscamente per poi riprendere con un nuovo risveglio della ragazza, questa volta nel proprio corpo, dando l’idea che sia stato tutto un sogno.
Pian piano i ritmi narrativi si distendono, il regista fa entrare nella routine dei due ragazzi gli spettatori, fa conoscere le loro abitudini, i loro desideri ardenti, per poi tornare a rendere tutto più frenetico.

Una volta che i due sono consapevoli di ciò che sta avvenendo ai propri corpi (ovvero che l’anima di uno passa nel corpo dell’altro) il tempo vola sulle note della colonna sonora firmata Radwimps, dalle sonorità classicamente j-rock, che gli amanti degli anime conoscono bene. I ritmi incalzanti della batteria, oltre a fondersi bene con quello del montaggio visivo, si legano incredibilmente bene a quelli del cuore dello spettatore che, preda di commozione ed euforia (per le varie scene che i due personaggi offrono), batte incredibilmente forte, dinanzi a questo scambio di vite che sta coinvolgendo sempre di più i due ragazzi, ma anche lo spettatore stesso.
I due vivono la vita dell’altro, finendo per innamorarsi di quelle abitudini e di quei paesaggi (uno rurale, l’altro urbano) che appartengono al corpo estraneo con cui entrano in contatto. Infine, fra i due, che si lasciano dei messaggi giornalieri sui rispettivi smartphone, inizia a sorgere un sentimento d’amore che li spingerà a immedesimarsi totalmente nella controparte maschile o femminile.
È un amore che, in questa sorta di possessione dell’altro, si spinge a livelli estremi, dandoci anche l’interpretazione che il vero sentimento che lega due persone le fa apparire come una sola, seppur distinte dai propri tratti comportamentali caratteristici.

Il tema dell’amore ancestrale è uno dei più antichi del mondo e nonostante ultimamente si tenda a smitizzare la bellezza di questa leggenda universale, scambiandola per una teoria che non fa altro che appannare gli occhi degli spettatori, resta una delle interpretazioni più belle e affascinanti di sempre. Platone, nel Simposio, narrava di come gli uomini fossero alla continua ricerca della propria metà perduta e così anche nel lontanissimo oriente giapponese si sviluppa una teoria simile, legata ad un filo rosso del destino. Questa ha coinvolto tante opere, ma mai è stata adoperata (a mia memoria) così bene, in un prodotto filmico.
Shinkai adopera proprio la leggenda giapponese secondo cui ogni persona è legata da un filo rosso con la propria anima gemella, un filo rosso che ci spinge verso di lei continuamente. È il romanticismo più assoluto che spinge verso la consapevolezza nostalgica che là fuori, da qualche parte, esista una persona destinata a starci accanto e che, nonostante gli innumerevoli giri che il destino ci farà compiere, finiremo per incontrarla. A tutto ciò, il regista, unisce il paradosso temporale, apparentemente causato dall’imminente passaggio di una cometa vicino la Terra, che consente ai due protagonisti di conoscersi nel modo più imprevedibile: entrando l’uno nel corpo dell’altro, con le conseguenti azioni e reazioni che spaziano da un immediato scombussolamento e imbarazzo ad una confidenza intima con la vita e il corpo dell’altro.
La vita di Taki viene migliorata, sotto certi aspetti, dalla gestione di Mitsuha e viceversa.
Il ragazzo: annoiato dalla vita di città, dal carattere irruento, con un agenda fitta di impegni scolastici e lavorativi, trova nel paesaggio bucolico, tradizionale e placido di Itomori un appagamento personale.
La ragazza: stufa della mancanza di possibilità che il paesino di Itomori le offre, stanca dei pettegolezzi nei suoi confronti, desidererebbe una vita nella grande Tokyo, fra caffè, grattacieli e opportunità lavorative.
I due, quindi, si completano a vicenda giungendo al culmine quando Mitsuha desidera apparire come Taki e taglia i capelli secondo lo stile di lui.

La ricerca dell’altro è piena, insistente, le vite si sovrappongono tanto da lasciarli sempre interdetti quando scoprono di essere tornati nel proprio corpo.
Quando capiscono che non possono fare a meno l’uno dell’altro, tentano di cercarsi. La cometa passa nell’orbita terrestre, si suddivide, generando uno spettacoli visivo bellissimo, Taki prova a chiamarla (non avendoci mai provato prima) con timore, ma le linee sono interrotte e lo scambio fra i due termina.
I ricordi di Taki della vita trascorsa nel corpo di Mitsuha continuano a tormentarlo nei disegni dei paesaggi del paesino sul lago, eppure tutto sfugge, nomi, eventi, fino a diventare un tormento per cui non ha alcuna spiegazione razionale. Fissando quei disegni di Itomori, ma ignorandone il nome, parte alla ricerca (disperata)  di lei, il caso vuole che trovi una pista giusta e da lì scopra la tragedia di Itomori: Il paese è stato raso al suolo con tutti i suoi abitanti da uno di quei frammenti di meteora e, come se non bastasse, il tutto è avvenuto ben tre anni fa. È uno dei momenti — se non Il momento — più drammatici del film, in cui lo stesso protagonista, dopo un iniziale resistenza all’idea, sprofonda in una depressione abissale che lo conduce a ipotizzare dei piccoli “scherzi” della sua memoria. Allora entra in gioco il filo rosso del destino, quel braccialetto che Taki porta al polso con assoluta naturalezza, richiama la sua attenzione e capisce che è più di un semplice bracciale di fili intrecciati, è il pass per arrivare dalla sua anima gemella, ovunque lei sia, in qualsiasi spazio tempo. Tramite il bracciale (intrecciato secondo alcune antiche tradizioni religiose del tempo della città di Itomori, per mano di Mitsuha) e tramite un sakè speciale fatto dalla ragazza, in offerta alle divinità, Taki riesce a fondersi totalmente con la vita di lei acquisendone anche i ricordi, per poi incontrarla al crepuscolo, per pochi istanti, giusto il tempo di superare l’imbarazzo e scriverle il proprio nome sulla mano; Mitsuha non troverà il tempo di scrivere nulla e quando aprirà la mano troverà una frase: «Ti amo». Taki ha deciso che era molto più importante dirle quello che lasciarle il suo nome. Per evitare che il paradosso temporale lo eliminasse dai ricordi di Mitsuha, le lancia, tramite quelle parole, un ideale filo rosso, così come fece lei con lui, dandogli il bracciale di fili intrecciati.
A seguito di questo loro incontro lei riesce a salvarsi e i due, pur avendo dimenticato tutto, continuano la loro vita con la perenne sensazione di essere alla ricerca di qualcosa o qualcuno; finché si incontrano e dopo attimi esitanti si riconoscono pur ignorando i rispettivi nomi, palesando, dunque, un sentimento che va oltre l’identità della persona, del tempo e dei ricordi.


– L’irrazionalità del fantastico per narrare il reale –

Shinkai ha messo in gioco ogni cosa possibile e immaginabile per realizzare il contatto fra i due: leggende, religione, una fisica astronomica fantascientifica, eppure ciò che resta al termine del film è un continuo vacillare fra realismo e fantasia.
Alcune scene, specie del finale del film, sono molto reali; come quando Taki e Mitsuha si incrociano e passando l’uno accanto all’altra avvertono una strana sensazione che li spinge a voltarsi indietro per guardarsi, ma lo fanno con tempi differenti e così finiscono per ignorare questa attenzione reciproca. Ovviamente qui si parla di un amore predestinato, ma quante volte è capitato di sfiorare una persona nella folla e percepire qualcosa di profondo, toccante? “Le passanti” le chiamava De Andrè nell’omonima canzone, basata sul testo di Boudelaire; con le dovute differenze, ovviamente, ritroviamo quel sentimento nella quotidianità.
Un’altra caratteristica estremamente realista la portano le vite dei singoli protagonisti, entrambi insofferenti nel proprio ambiente, ingabbiati e insoddisfatti, ma che grazie alla “relazione” con la vita altrui, riescono a stabilizzare la propria felicità.
Attorno a tutto ciò, che potrebbe essere narrato con una storia d’amore più classica e realistica, Makoto Shinkai aggiunge continue iniezioni di sovrannaturale, che rende il tutto più imprevedibile, dinamico, sorprendente! Trasformando, quella che poteva essere una storia d’amore “classica” in una storia fresca e nuova, tenuta in piedi dalla perenne ricerca dei due, una ricerca che, in alcuni punti, sembra destinata a morire ma che, puntualmente, torna a farsi viva e forte, giungendo persino a dare l’idea (allo spettatore) di essere dinanzi a una perenne ricerca che non avrà mai un compimento finale.

 – Rapido focus sulla regia –

La regia sostiene tutti questi ritmi narrativi che si restringono e dilatano in più punti, dimostrando uno slegamento da alcuni format classici.
Le scelte registiche, tuttavia, non sono del tutto innovative: i dettagli degli oggetti o di parti del corpo, sono figli di una rivoluzione registica che avvenne molti anni fa nell’ambito degli anime giapponesi e che ora trova largo spazio in quasi tutte le opere del genere.
Ciò che risalta è l’incredibile salto visivo che il regista concede ogni volta allo spettatore, passando da un campo medio ad uno lunghissimo tramite dei movimenti rapidi come soffi di vento improvvisi; il più delle volte utilizzato per destare stupore nello spettatore, stupore che diventa positivo o negativo a seconda della scena.
La scelta di inframezzare il tutto con vere e proprie clip musicali inizialmente ha dato anche i suoi frutti e tutte sono perfettamente utili alla causa narrativa del film.
Merito del successo del film va dato anche alla parte grafica incredibilmente affascinante sugli sfondi per i suoi dettagli e fresca, immediata, nelle animazioni dei personaggi.

 

– In conclusione… –

Your Name ha avuto la giusta risonanza fra il pubblico e non era una cosa esattamente scontata, ma, come tutte le ovazioni di pubblico, c’è sempre una leggera esagerazione nell’esaltare il prodotto che (per esempio) non trovo superiore (semmai sullo stesso piano) ad un altro film che racconta una storia d’amore adolescenziale che varca i confini del tempo, ovvero La ragazza che saltava nel tempo (Mamoru Hosoda, 2006). Tuttavia è piacevole vedere come, di tanto in tanto, il mondo venga fulminato dalla bellezza dei film giapponesi d’animazione, che, il più delle volte (ingiustamente) cadono nell’ignoranza generale.
Per sfondare i pregiudizi e affascinare l’altra metà del mondo servì un Hayao Miyazaki; Hosoda si è ritagliato una fetta di pubblico affezionato e importante, Satoshi Kon approdò alla mostra di Venezia con il suo Paprika nel 2006, ma rimase fuori dai festival per i suoi film precedenti che valgono molto più di quest’ultimo, Isao Takahata ha deliziato il mondo con l’ultima sua opera ed ora è toccato a Makoto Shinkai a cui rivolgo i miei più sinceri auguri, sperando che riesca a entrare più frequentemente nelle nostre sale cinematografiche e che (perché no?) riesca a partecipare a qualche importante festival riguardante il cinema, qui, nel nostro vecchio, vecchio continente.

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