Scena del film Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock

Quando si parla del più famoso ed influente regista inglese, Sir. Alfred Hitchcock, molti sono i film che vengono in mente: Psycho (1960) in primis, subito seguito da North by Northwest (1959), The Rear Window (1954), e il qui analizzato Vertigo, il cui sottotitolo italiano recita “La donna che visse due volte“. Se in tutti questi film molti sono i tratti comuni, a partire dal genere noir / thriller psicologico, Vertigo ha qualcosa che si fa distinguere: l’uso particolare ed accentuatissimo del colore, in particolare della coppia di complementari rosso-verde. L’elemento cromatico spicca già nei titoli di testa, un mix psichedelico di cerchi, spirali e ipnotiche sovrapposizioni che lasciano intendere chiaramente il tema del film.

Vertigo, vertigini, è ciò di cui soffre il protagonista John/Scotty (James Stewart), per via di un incidente che l’ha costretto al ritiro anticipato dal suo lavoro di detective; Scotty, infatti, in seguito all’incidente ha sviluppato anche una forte acrofobia (paura dell’altezza), cosa che gli renderebbe impossibile lavorare. Ciò nonostante, un suo amico di vecchia data gli chiede sulla fiducia di indagare sulla moglie Madeline, che da qualche tempo ha assunto comportamenti insoliti ed inspiegabili. Scotty accetta. Il primo incontro con Madeline avviene in un ristorante, luogo dove a parlare sono sguardi e gesti ma, soprattutto, i colori: tanto l’ambiente circostante la bellissima Madeline è rosso, quanto lei è sempre caratterizzata dal verde; un verde saturo e netto che salta subito all’occhio dello spettatore.

Specchi, spirali, elementi circolari e riflettenti, poi, sono onnipresenti nel film, per suggerire costantemente il tema del multiplo, dello sdoppiamento di persona che affligge Madeline e la cui origine viene svelata man mano nel corso del film. Ciò di cui sembra soffrire è una sorta di trance, una proiezione mentale così forte da contagiare anche chi le sta attorno: nello specifico, è proprio Scotty che nel corso del film perde l’orientamento, in tutti i sensi. Tanto cerca di ritrovare l’equilibrio “fisico”, quanto progressivamente perde quello “mentale”. Il rosso che caratterizza l’ex-detective è continuamente attratto dal verde di Madeline, colore della perdizione, dell’irrazionalità, del sogno.

Ciò nonostante, bisogna sempre tener presente che è del Master of Suspense che stiamo parlando, i cui film sfiorano spesso l’irrazionale, ma non vi si immergono mai completamente. Scotty e in particolare Madeline sembrano aver perso entrambi il contatto con la realtà, sembrano esser stati catapultati in un mondo “altro”; ma ciò che il netto cambio di colori finale ci rivela, è che alla fine sono due esseri umani, che forse una spiegazione razionale la si può sempre trovare, per quanto spiacevole. Rosso e verde sono un potente filtro che distorce la realtà, ma fino ad un certo punto…

In conclusione, Vertigo rappresenta nella filmografia hitchcockiana il film forse più sperimentale e avanguardista di tutti in quanto a colori ed effetti visivi, soprattutto se si pensa all’epoca in cui è stato ideato, con mezzi tecnologici estremamente più limitati di quelli d’oggi e ben pochi altri esempi con cui confrontarsi. Il tema della spirale, in particolare, è un fil rouge che guida lo spettatore dai titoli di testa, ai capelli di Madeline, alle scene di vertigini, all’incubo, ai titoli di coda. Raramente un film rispetta in modo così coerente il titolo nonché il tema di base, sia a livello concettuale sia a livello estetico/visivo. Hitchcock ci ha regalato un capolavoro stilistico di altissimo livello.

Vedere per credere.

Ps: in caso qualcuno volesse divertirsi a cercare il regolare cameo del regista, noto per apparire in una brevissima ininfluente sequenza in ognuno dei suoi film, ecco un indizio: cercate un musicista (e qui la lista dei camei hitchcockiani per la soluzione!).

Maria Adorno