Scena del film Juste la fin du monde (2016) di Xavier Dolan

Tornare a casa non è mai semplice. E lo dico da persona che torna a casa due volte all’anno da sei anni. Tutto resta al proprio posto, eppure cambia radicalmente. Gli oggetti si impolverano, gli affetti invecchiano; ciò che una volta rappresentava il familiare, diventa l’estraneo. Il milieu in cui si è spesa la propria infanzia o la propria adolescenza, all’improvviso viene spogliato di ogni quotidianità e rivestito di ricordi. Gli oggetti smettono di essere oggetti e diventano storie. Le case cessano di essere abitazioni e diventano musei. Il presente diventa così passato e, cambiando il frammento temporale entro cui si iscrive, diventa allo stesso tempo estraneo, unfamiliar.

Nell’ultimo film di Xavier Dolan, Juste la fin du monde (2016), ci ritroviamo a vivere questa esperienza attraverso gli occhi di Louis (Gaspard Ulliel). Sceneggiatore di pièce teatrali, il protagonista torna a casa dopo dodici anni per annunciare alla sua famiglia la sua prematura dipartita, come ci rivela all’inizio:

“Take the journey to announce my death. Announce it in person, and try to give the others and myself, one last time, the illusion that I am, until its very end, the master of my life.”

I temi prediletti di Dolan, ormai, sono chiari: il rapporto conflittuale con la propria famiglia, l’omosessualità e, ovviamente, il ritrovarsi a fare i conti con qualcosa di inevitabile – ma non per questo meno doloroso: la morte.

L’apice di questa triade, secondo il mio modesto parere, è stato raggiunto da Tom à la ferme (2013); e tuttavia Dolan ha ancora molto da dire sul tema senza mai rivelarsi ripetitivo: Juste la fin du monde ne è la conferma.

La famiglia di Louis è, come la maggior parte delle famiglie di stampo dolaniane, una famiglia difficile; i conflitti interni, rimasti sopiti per anni, esplodono in maniera inaspettata e violenta, lasciando attoniti gli spettatori.

La figura più problematica è ancora una volta una figura maschile, incarnata nel fratello del protagonista, Antoine (impersonato da un magistrale Vincent Cassel). Aggressivo, violento e impulsivo, ci appare subito chiara la sua ostilità nei confronti del fratello Louis, dapprima riversata sulla moglie (Marion Cotillard), poi sulla sorella (Léa Seydoux) e infine sulla vera e propria causa del suo malcontento: Louis. In casa vige un sentimento ambivalente: se da una parte c’è venerazione e trepidazione nei confronti di colui che si è realizzato, di colui che è diventato famoso, del figliol prodigo che ha lasciato il nido per seguire le proprie ambizioni, dall’altra c’è rancore e rabbia per chi se n’è andato senza mai voltarsi indietro, per chi manda cartoline con “tre paroline ed uno smile”, per chi non ha visto crescere la sorella o i figli del proprio fratello.

E così, colui che inizialmente voleva tornare a casa per essere protagonista della propria personalissima e melodrammatica pièce teatrale, l’annuncio della propria (prossima) morte, si ritrova ad essere una vittima sacrificale, il catalizzatore di ciò che è stato taciuto per dodici anni di assenza.

La colpa maggiore di cui Gaspard Ulliel si è macchiato è il disinteresse nei confronti della vita dei propri fratelli, del sangue del proprio sangue. Non conosce il lavoro di Antoine e ha presente a malapena le fattezze di Suzanne. La madre, personaggio apparentemente frivolo e superficiale, è l’unica realmente in grado di riconoscere le debolezze dietro gli atteggiamenti dei propri figli. E nel momento in cui Louis segue i suoi consigli, asserendo che i suoi fratelli hanno il diritto di andarlo a trovare – come se fosse necessario il benestare dall’alto dell’individuo più realizzato – Antoine si erge a salvatore della patria, trascinando via Louis, prima che possa fare false promesse ed illudere nuovamente tutti: la madre, la sorella e, soprattutto lo stesso Antoine.

Non mancano i momenti di rara delicatezza: i flashback dell’infanzia del protagonista, l’adolescenza sregolata e i momenti felici – compreso un toccante ricordo con Dragostea din tei in sottofondo, e lo dico con estrema serietà.

Juste la fin du monde è una storia di amari ritorni, ma soprattutto di amare verità: ‘casa’ non è sempre il luogo dove sei cresciuto e talvolta, forse, un luogo così esiste solo nella nostra fantasia, dove i ricordi diventano dorati e gli orologi a cucù prendono vita.

Benedetta Magro