Una scena del film Mona Lisa Smile (Mike Newell, USA, 2003)

C’è un proverbio inglese che fa: “you can’t have your cake and eat it too”, e cioè, se due alternative confliggono, a una delle due bisogna per forza rinunciare. Insomma, l’equivalente del nostro “non si può tenere un piede in due scarpe”. Mona Lisa Smile (USA, 2003), un film spesso citato come esemplare per il modo in cui tratta temi “femministi”, finisce per tenere il piede in due scarpe. Insomma, pur proclamandosi in partenza audace e provocatorio, non sembra prendere parte davanti all’alternativa tra l’emancipazione femminile e la prospettiva, che segretamente nutrono tutte le inguaribili romantiche, di incontrare, prima o poi, il Principe Azzurro.

È il 1953 quando Katherine Watson, docente di storia dell’arte, si trasferisce dall’assolata California al freddo Massachusets, per insegnare al tanto prestigioso quanto conservatore college di Wellesley. Il suo atteggiamento da “spirito libero” e le sue idee progressiste la porteranno a scontrarsi con un establishment bigotto e reazionario, e con delle alunne che incarnano perfettamente i valori borghesi di una società che le ha allevate in vista di una vita da mogli e madri perfette. Il comportamento emancipato e ribelle della professoressa Watson, questa “bohemienne della California”, stride a confronto con la Weltanschauung delle allieve, tutte ragazze brillanti provenienti dall’alta borghesia, la cui unica ambizione è quella di trovare l’Uomo Giusto e mettere su famiglia. La professoressa Watson non si tira indietro davanti alla sfida, e intende sferrare un attacco al sistema attraverso i suoi metodi di insegnamento “poco ortodossi”.

Julia Roberts nel ruolo di Katherine Watson, durante una lezione, in una scena del film.

Per spezzare una lancia a favore del film, va notato che le scene più interessanti e i dialoghi più efficaci, più lontani dalle frasi fatte e dai toni mélo che a dire il vero caratterizzano gran parte della sceneggiatura, hanno luogo nell’aula di lezione, in cui la professoressa Watson spinge le allieve ad andare oltre le nozioni contenute nel farraginoso manuale del corso. Che cosa è arte, e cosa non lo è? Cosa fa di un dipinto un capolavoro? Che ne è di Van Gogh se i suoi Girasoli possono essere riprodotti da chiunque seguendo le istruzioni di un gioco in scatola? La ventata di novità e freschezza portata dalle idee della Watson scuoteranno le certezze delle ragazze di Wellesley: nell’aula di lezione è guerra aperta tra il classico e il contemporaneo, tra Michelangelo e Pollock. La nuova generazione di donne che, come si vede all’inizio del film, aveva bussato alla porta della conoscenza, circonfusa di luce e accompagnata da una musica solenne, sembra finalmente appropriarsi degli strumenti del pensiero critico.

Le ragazze di Wellesley in una delle scene finali del film

Tuttavia, la questione dei canoni estetici che tiene banco nelle ore di lezione non è fine a se stessa, anzi, corre su un binario parallelo alle questioni di genere. Così come a Wellesley si venerano Michelangelo e i classici, allo stesso modo si ossequiano le istituzioni, le tradizioni, i ruoli (di genere). Convincere le ragazze a sfidare le loro credenze in fatto di arte significa anche spingerle a sfidare il sistema. Ma l’establishment di Wellesley non perdona.

Nella “pace separata” di questo college femminile degli anni Cinquanta, anche il tempo libero e i momenti di svago sono incentrati sul rispetto dei ruoli di genere (fun fact: l’hoop rolling, cioè la corsa coi cerchi, come mostrata nel film, è realmente una tradizione dell’esistente College di Wellesley, situato nei pressi di Boston, a cui il film si ispira. Un’illustre ex alunna? Hillary Clinton). Tuttavia, la professoressa Warren è convinta che le sue studentesse possano puntare, per il proprio futuro, ben oltre le piccole soddisfazioni di quella prigione dorata che è la vita della classe media americana negli anni Cinquanta. E sospese tra il sogno di una lavatrice e quello di una laurea, le allieve di questa “scuola di buone maniere camuffata da università” sono esempi di diversi conflitti interiori: c’è Joan, che sogna Yale ma non con troppa serietà, sapendo che il suo destino – e, in fondo, il suo reale desiderio – è quello di restare accanto al suo futuro marito mentre lui continuerà i suoi studi; c’è Giselle, la cinica, la ribelle, quella che guarda con maggiore disincanto le ipocrisie dei benpensanti, e vive la propria vita con maggiore libertà, a costo di rimetterci la reputazione; infine, c’è la deliziosa Connie (badate bene, la retorica del film vuole, tristemente, vendercela come la bruttina di turno), che alla fine del film troverà la sua realizzazione personale quando incontrerà il Principe Azzurro che aspettava da tutta una vita.

Infine, come in ogni contesto sociale tutto al femminile, c’è l’ape regina. Il sistema di valori del college più conservatore d’America sono incarnati al massimo grado da Betty Warren: tra questa brillante e superba studentessa, figlia dell’alta borghesia, e la professoressa Watson, non possono che nascere immediatamente motivi di attrito quando la ragazza lancia i suoi strali sui metodi dell’insegnante dalle pagine del giornale scolastico. «Posso cuocere il pollo con una mano e scrivere una tesina con l’altra» è il motto delle ragazze di Wellesley, che Betty mette in pratica alla lettera quando si divide tra la vita accademica e quella di famiglia, quest’ultima immortalata da un vero e proprio servizio fotografico, libro in una mano e ferro da stiro nell’altra.

Kristen Dunst nel ruolo di Betty Warren in una delle immagini promozionali del film.

Mona Lisa Smile s’illude di trovare una facile conciliazione, per mezzo di un femminismo revisionista e un po’ di comodo, tra il pollo e la tesina, l’aspirapolvere e i libri, il sogno dell’emancipazione e quello del Principe Azzurro. Ma la storia di Betty, che terminerà con un divorzio in seguito al tradimento del marito, dimostra che questo facile compromesso non è risolutore del dramma di una vita vissuta nell’illusione e nell’ipocrisia. Dall’altra parte, il film ci consola con la rivincita di Connie, che, si presume, avrà il suo lieto fine. Dall’altra ancora, la professoressa Watson finirà per rifiutare una proposta di matrimonio, per poi finire a letto con l’insegnante d’italiano – perché anche le femministe diehard hanno i loro talloni d’Achille. Addirittura, la Watson, che si crede una liberatrice, sembra essere, in certi momenti del film, accusata di “imporre” le proprie idee libertine sul prossimo – dunque, semmai, questo film parla sì di femminismo, ma con un po’ di rancore.

Mona Lisa Smile è un po’ un miscuglio di temi “seri”, riflessioni estetiche ed elementi da commedia romantica attraversati da un tono da Bildungsroman suggerito dall’ambiente collegiale. Insomma, un L’attimo fuggente al femminile: se lì il giovane protagonista, sempre con l’aiuto di un insegnante fuori dagli schemi, vive il dramma di un complesso edipico tragicamente irrisolto – il confronto con il padre è d’altronde la radice dell’identità maschile – qui una torma di giovani e brillanti ragazze cerca, purtroppo senza trovarlo, un compromesso tra l’esigenza di essere “donne moderne”, e la necessità di convivere con un matriarcato geloso delle proprie inattaccabili tradizioni.