Perché La La Land non è solo l’ennesimo prodotto di consumo hollywoodiano:

La La Land è probabilmente il film più pompato da che io ne abbia memoria. Ancora prima che il film uscisse, l’immagine di Emma Stone e Ryan Gosling che volteggiano su uno sfondo blu ci ha colonizzato la mente, riempiendo banner su facebook e cartelloni pubblicitari. Le 14 nomination agli Oscar, poi, hanno creato un mito ancora prima che il film fosse nelle sale.
Insomma è impossibile non andare a vedere La La Land con una buona dose di pregiudizi. E i miei non erano particolarmente positivi. Sarà perché gioco a fare il critico cinematografico e quindi ne devo pur rispettare gli stereotipi. E si sa che i critici non sono mai teneri con le commedie d’amore hollywoodiane. Sarà che Ryan Gosling è un gran bel figliolo, ma da qui a considerarlo un attore da Oscar ce ne passa. E un po’ come se dicessi che Carlo Verdone è il mio feticcio erotico solo perché mi fa molto ridere. Sarà poi che i musical se non sono fatti bene, con canzoni dosate e adatte alla situazione, diventano subito noiosi. E un bel musical non lo vedevo dai tempi di Chicago.
Eppure La La Land mi è piaciuto. Perché è un film ben fatto, con una storia molto classica (potremo anche dire banale) che è però sviluppata con eleganza, con la giusta dose di ironia e un costante sfondo malinconico. Mia, attrice che passa da un provino all’altro, e Sebastian, talentuoso musicista con il sogno di aprire un locale jazz, si incontrano, si provocano, si piacciono… un classico, ve l’ho detto. Le canzoni sono fresche, piacevoli e distribuite con intelligenza nell’arco narrativo. Molto bella la sequenza iniziale, con il traffico bloccato di Los Angeles che si trasforma in una gigantesca coreografia; divertente la scena delle quattro amiche che si preparano per uscire; meno azzeccata la sdolcinata sequenza onirica dentro all’osservatorio, con i personaggi che si perdono nel cielo stellato.


Ma soprattutto La La Land è un film sincero. Al di là della storia d’amore infatti il film racconta di quanto sia difficile seguire i propri sogni. Chiunque studi qualcosa di artistico o lavori in questo ambito conosce bene gli istanti di gioia creativa, ma anche i momenti di dubbio e fatica. Quelli in cui ci si chiede se si è davvero così bravi per seguire quella strada stretta, dalla quale sappiamo che in pochi escono vincitori. Quei momenti in cui ti domandi se non aveva ragione tua madre quando insisteva perché studiassi medicina. In fondo, come dice Mia ad un certo punto, “ce ne sono così tante identiche a me ma più carine”. Quei momenti in cui ci si sente pericolosamente in bilico tra la voglia di non tradire la propria ardente passione e il desiderio di essere apprezzati dagli altri, dal pubblico.
È incredibile che una grande produzione hollywoodiana, con due degli attori più in vista del momento, riesca ad essere autentica su questo tema; senza trasformarsi in un discorso retorico su quanto sia bello ma anche difficile inseguire i propri sogni. Eppure è così. Anche il finale, su cui tante commedie ben fatte scivolano, riesce a mantenersi coerente. Entrambi i personaggi realizzano i loro sogni artistici, e questo del resto lo sapevamo già prima di entrare al cinema. Però la nota di malinconia, a tratti di amarezza, non scompare. Anche chi arriva in cima, quando si guarda indietro, si accorge che qualcosa ha perso, che c’erano delle altre vite possibili che sono ormai sfumate.


Adorno e Horkheimer definirebbero probabilmente La La Land solo un’opera ben riuscita dell’industria culturale, che ci propina la solita morale borghese: con impegno e talento puoi arrivare dove vuoi. E così, guardando un mondo di colori sgargianti e abitini corti, che risuona di musica jazz, ci dimentichiamo il grigiore in cui viviamo. Continuiamo a sognare i sogni che la società ci impone senza risvegliarci nella realtà. Sopportiamo l’opprimente monotonia di consumatori perché ci lasciamo ingannare e crediamo anche noi di poter essere come Mia e Sebastian. Può darsi che abbiano ragione i due filosofi tedeschi e che La La Land sia solo una delle tante furbate hollywoodiane ben fatte. Eppure quando si esce dal cinema il film di Damien Chazelle non lascia quella sensazione di felicità ottusa e anestetizzante di certe commedie americane. È un film leggero ma non stupido, che non ti inganna con una felicità a buon mercato. Pur nella leggerezza c’è un chiaro retrogusto amaro di verità.

Lorenzo Gineprini