Scena del film The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson

The Color Motion è un sito web che presenta alcuni film in maniera piuttosto originale, vale a dire tramite il loro spettro cromatico; l’idea di base è di catturare il colore principale di ogni fotogramma per poi riprodurli in serie fino a costruire lo spettro rappresentativo di ogni film. Tra i molti già presenti, quelli che più catturano l’attenzione sono naturalmente i film con maggior variazione e originalità cromatica. Tra questi, il regista (nonché filosofo!) Wes Anderson non poteva assolutamente mancare.

Così appare il suo ultimo film e Golden Globe 2015 –  The Grand Budapest Hotel:

Nel considerare tali spettri, bisogna tener presente che lo sfondo gioca un ruolo molto forte e che spesso non è l’elemento essenziale, per quanto maggiormente presente a livello di pixel. In film come quelli di Wes Anderson, tuttavia, in cui l’estetica, la simmetria e il colore sono sempre perfettamente costruiti e sono narrativamente significativi, penso che tale spettro possa davvero essere utile per interpretare la “filosofia cromatica” che sta alla base dell’opera. Ad un primo sguardo, ad esempio, qui i colori preponderanti sembrano essere rosa ed arancione all’inizio, marrone poi. Guardando il film, non si può che averne confrma visiva: rosa e marrone, in particolare, accompagnano lo spettatore dall’inizio alla fine, guidandolo all’interno degli ambienti fiabeschi e surreali tipici del grande colorista statunitense. Ciò che queste tinte pastello vogliono suggerire a livello visivo, è proprio la dimensione fantastico-fiabesca del film, dimensione che si può poi ritrovare anche nella caratterizzazione dei personaggi, nello stile “giocoso” delle inquadrature, nei dialoghi, nello sviluppo dell’intreccio, nella magia che sembra accompagnare ogni fotogramma.

The Grand Budapest Hotel è un film che ruota attorno alla figura di Gustave, concierge del più famoso, rinomato e sofisticato hotel della fittizia Repubblica di Zubrowka, anno 1932. In realtà, la storia dell’hotel è solo una delle numerose storie che, in un sistema a matrioska, sono contenute una nell’altra: tramite tre analessi, infatti, ad inizio film si assiste ad altre brevi scene, una ambientata ai giorni ‘nostri’, un’altra nel 1985, una nel 1968. Quella che ci accompagna nel corso dell’opera, tuttavia, è la storia del Grand Budapest, cui non solo Gustave è estremamente devoto; anche Zero o, meglio, “the lobby boy”, è cosciente dell’importanza dell’istituzione dell’hotel, e il suo sogno è proprio quello di lavorarci. Zero conoscenze, zero esperienze lavorative, zero famiglia, zero… ma grande voglia di imparare, mettersi alla prova e, soprattutto, grande amore per l’Hotel. E così il giovane Lobby Boy entra nel turbine dell’hotel, ambiente che riserva, a lui come a noi, numerosi intrighi e dinamiche vicissitudini. A guidarci in tutto ciò, come già accennato, i colori. Se la base è quella dei colori pastello, come lo spettro mostra chiaramente, non è qui che la sperimentazione andersoniana si ferma. In particolare quando la narrazione ruota prettamente attorno al progressivo intensificarsi del rapporto Gustave-Zero, infatti, sono piuttosto i forti contrasti a dominare, con predominanza dell’intenso rosso-viola. Uno per l’ambiente inanimato, uno per i personaggi in carne ed ossa.

In brevi momenti non mancano poi i puri bianchi, gli intensi neri, e addirittura il bianco e nero nei momenti in cui la storia ci catapulta nel passato o nel futuro; ma in Wes Anderson tutto è colore, che sia forte contrasto o pallida armonia, perché l’estetica non è mai secondaria: nei suoi film, perfino il grigio ed il bianco e nero sono cromaticamente espressivi, presentano hanno una forte potenzialità cromatica.Infine, come spesso per i film di Wes Anderson, anche la storia del Grand Budapest si costruisce e sviluppa in modo tanto interessante e complesso quanto poi la risoluzione della vicenda è invece sfumata e, ammettiamolo pure, leggermente insipida. Guardare un suo film non vuol dire per forza di cose trovare un intreccio con un finale di grande impatto, no; un film di Wes Anderson va guardato soprattutto per il piacere degli occhi (e anche delle orecchie, essendo la musica sempre curata dal grande compositore francese Alexandre Desplat), per godere di ogni dettaglio estetico-cromatico dall’inizio alla fine dell’esperienza filmica. L’immagine andersoniana è un capolavoro di perfezione, simmetria e bilanciamento cromatico. Da questo punto di vista, The Grand Budapest Hotel è forse il suo apice, per quanto anche film quali Moonrise Kingdom The Royal Tenenbaums ne siano una grande dimostrazione.

Maria Adorno