“Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia. La memoria è una cosa strana, non funziona come credevo, siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine…ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine, ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita”

(Louise Banks, Arrival, Denis Villeneuve, 2016)

Presentato alla 73a mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, Arrival segna l’ingresso di Denis Villeneuve (già regista di Prisoners, Enemy e Sicario) nell’Olimpo della fantascienza, con una pellicola destinata a rivoluzionare il genere stesso, in forza del suo sincero attaccamento a principi e nozioni incorporate dal mondo della linguistica e dall’universo della fisica. Il film, ispirato dal racconto di Ted Chiang “Storia della tua vita”, rielaborato per il grande schermo da Eric Heisserer, può infatti vantare il record di pellicola fantascientifica con il maggior numero di candidature agli Oscar con 8 nominations, tra cui quelle per il Miglior film e la Miglior regia, in attesa di scoprire tra meno di un mese se potrà dirsi anche vincitore di alcuni tra questi. Se non fosse che Villeneuve sembra voler far proprio l’incipit di una celebre ode oraziana: exegi monumentum, un monumento cinematografico offerto sotto le non così mentite spoglie di un esperimento mentale dal forte sapore filosofico.

L’involucro situazionale della vicenda è costituito dall’ennesimo incontro del terzo tipo tra la civiltà umana e una razza extraterrestre, approdata sulla Terra e insediatasi per mezzo di dodici astronavi dalla caratteristica forma a guscio capsulare. La linguista Louise Banks (Amy Adams) e il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner) fanno parte della squadra selezionata dal colonnello Weber dell’esercito statunitense (Forest Whitaker), incaricata di stabilire un contatto e instaurare un canale di comunicazione con la specie aliena nel sito di atterraggio del Montana. Sinceratasi dell’impossibilità di pervenire ad una comprensione della lingua parlata dagli eptapodi alieni (il cosiddetto “Eptapode A”), la linguista orienta i suoi sforzi verso l’interpretazione (e una quineana traduzione radicale) del linguaggio scritto, l’Eptapode B, capace di veicolare interi pensieri per il tramite di glifi circolari, detti “logogrammi”, la cui complessità morfologica in termini di spessore del tratto, segmentazioni aggiuntive e disposizione delle componenti consente l’articolazione di costrutti enunciativi (e cognitivi) dalla crescente ramosità concettuale.

La progressiva penetrazione conoscitiva della lingua aliena da parte della studiosa si accompagna a diffusi e apparenti flashbacks, esperiti come momenti di sogno lucido o ricordo turbolento, in cui la donna scorre mentalmente i vissuti più significativi della figlia Hannah, dalla nascita all’infanzia, passando per il divorzio dei genitori, fino alla prematura morte. Sullo sfondo, l’interpretazione ambigua di alcune risposte degli eptapodi incrina i rapporti con la comunità umana: l’arrivo sulla Terra della civiltà aliena sarebbe dovuto all’occorrenza di un’imprecisata “arma”, e alcune nazioni, capitanate dalla Cina, percepiscono un’intenzione ostile nel messaggio, accingendosi così a mobilitare gli eserciti.

Dietro l’“arma” in questione si cela l’esorbitante “strumento” rappresentato dal linguaggio alieno, capace di veicolare una visione del mondo che riposa su una metafisica puntuale del tempo, ossia, in altri termini, in grado di racchiudere una concezione non lineare e teleologica del divenire temporale, snodato da un passato in un presente e verso un futuro, bensì una radicale saturazione dell’attimo, nel quale le tre dimensioni temporali si concentrano nel punto monadico dell’istante, dispiegandosi contemporaneamente agli occhi (della mente) di chi si serve di quella lingua.

Le possibilità di un siffatto linguaggio stravolgono il modo di pensare di un individuo, sviluppando in una prospettiva cinematografica (e fantascientifica) l’intuizione degli antropologi americani Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, i quali negli anni Trenta del Novecento dedicarono i loro studi all’analisi della correlazione presente tra struttura linguistica, formulazione del pensiero e concezione del mondo esterno, e avanzarono la cosiddetta ipotesi di relatività linguistica, secondo la quale “ogni lingua contiene in realtà termini che hanno ricevuto un riferimento d’estensione cosmica; essi cristallizzano in sé stessi i postulati fondamentali di una filosofia implicita, nei quali è espresso il pensiero di un popolo, di una cultura, di una civiltà, e persino di un’epoca”[1]. A partire dal alcune considerazioni svolte in merito a lingue indoeuropee e non (da segnalare, l’importante caso offerto dalla popolazione amerinda Hopi dell’Arizona, la cui lingua sarebbe capace di descrivere e spiegare correttamente, in un senso pragmatico e operativo, tutti i fenomeni osservabili dell’universo, per quanto non contenga alcuna parola, forma verbale o costruzione che si riferisca a quanto noi chiamiamo “tempo”), i due antropologi si rivelarono propensi a segnalare una tendenziale influenza dei complessi linguistici nell’elaborazione cognitivo-noetica del pensiero, tale per cui un determinato linguaggio, attraverso i moduli e i profili di cui si compone, porterebbe a manifestazione le concrezioni di una metafisica intrinseca e sedimentata in esso, smussando il modus intellegendi di una comunità di parlanti e incidendo sulla loro Weltanschauung. Stando alle parole di Whorf, si è portati a accettare un “nuovo principio di relatività, secondo cui differenti osservatori non sono condotti dagli stessi fatti fisici alla stessa immagine dell’universo, a meno che i loro retroterra linguistici non siano simili, o non possano essere in qualche modo tarati…il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalle nostre menti, il che vuol dire che deve essere organizzato in larga misura dal sistema linguistico delle nostre menti”[2].

L’Eptapode B, genialmente ideato dal designer Patrice Vermette (qui il link dove si descrive la sua creazione per Arrival), riflette anche nell’estetica delle forme circolari le potenzialità di un linguaggio che cattura lo scorrere del tempo non secondo il modello umano della linearità direzionale, ma in uno schema che rifonde le tre “estasi temporali” nell’unità dell’istante puntuale: Louise Banks, familiarizzando con la lingua aliena, si immerge nello scenario cognitivo della razza extraterrestre e fa propria la metafisica del tempo ad esso sottesa. Ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà si situano unitamente nella sua percezione temporale, tecnicamente resa nella proiezione da flashbacks che hanno per oggetto il futuro, sia dei destini umani che della sua personale vicenda esistenziale. La linguista smorza così la tensione venutasi a creare con gli eptapodi, che abbandonano il pianeta dopo aver donato all’umanità il loro potente strumento linguistico, l’“arma apre tempo”; Louise, ora nelle condizioni di cogliere il fluire dei vissuti in una visione sistematicamente attualista, accoglie il destino che le spetta, ospitando nel suo cuore l’amore per Ian e il lutto per la figlia che nascerà dalla loro unione: “Nonostante io conosca il viaggio e dove porterà, lo accetto, dal primo all’ultimo momento”.

[1] B. LEE WHORF, Un modello d’universo degli Indiani d’America, in Linguaggio, pensiero e realtà, raccolta di scritti a cura di John B. Carroll, Torino, Boringhieri 1970, pagg.45-46

[2] Id., Scienza e linguistica, in Op.cit., pagg. 169-170