“Now today is tomorrow, and tomorrow today
and yesterday is weaving in and out”

(Cake, Comfort Eagle)

Precisiamo subito una cosa: questa non è la recensione di un film. O meglio, un po’ sì, però anche no. Sì, me l’ha ispirata la recente visione di Arrival. No, non parla solo di quello. Di che parla? Meh. Diciamo che se Wu Ming 1 ha voluto definire i suoi “Point Lenana” e “Un viaggio che non promettiamo breve” (per altro, letture assolutamente necessarie nell’Italia del 2017: sui fascismi di ieri il primo, sui fascismi di oggi il secondo; ma stiamo divagando), se, dicevo, ha voluto chiamare i suoi libri “oggetti letterari non identificati”, allora questo può essere un “oggetto recensorio non idenficato” (ORNI). Insomma: non siamo ancora alle “videocose” di Enrico Ghezzi: ma potremmo arrivarci presto.

Chiaramente si possono immaginare i brontolii degli amici di Cinephilo. Sento la voce del Presidente che mi dice, Molfo, noi te pubblichiamo pure, però de cinema qualcosa lo devi dì (sì, nella mia mente il Presidente parla così). Vero, ha ragione lui,  sennò pare brutto. Allora diciamo due cose su Arrival. Com’è sto Arrival? Un sacco bello. No, sul serio, andatevelo a vedere. Io non mi ero presentato in sala con aspettative altissime devo dire. Stavo gasato solo perché finalmente c’era un film dove atterrano gli alieni e chiamano i linguisti. No gli ingegneri, no gli astronauti, no i fisici nucleari: i linguisti. Era dai tempi di Stargate che non ci davano tutto sto spazio in una pellicola, che all’epoca Kurt Russell spaccava ancora culi, e ho detto tutto (che poi lo sfigato di turno lì era egittologo se vogliamo essere precisi, quindi vale a metà). Comunque. Come da programma, la linguistica in questo film è credibile come la fisica in Independence Day (il secondo, quello brutto dico; quello con l’astronave grossa che ha la gravità. Dai che avete capito). Insomma, lei la mattina si sveglia e fa un corso sulle lingue romanze, poi si vede il telegiornale in russo, traduce un intercettazione dal persiano e il mondo lo salva telefonando al tizio cinese con la faccia antipatica (ah, dimenticavo, l’esercito la assume perché sa dire “voglia di vacche” in sanscrito: di cosa stiamo parlando?). Insomma, tutto come da copione. Poi però il film svolta perché ti accorgi che non parla di linguistica né tantomeno di alieni.

Avete presente che ci sono due tipi di film con gli alieni? Quelli che raccontano storie di alieni e quelli dove gli alieni sono una scusa per parlare di qualcos’altro? Ecco, Arrival sta in questa seconda categoria. Ci sta – se mi concedete la digressione – insieme a un’altra perla del genere uscita qualche anno fa, che mi pare nessuno se la sia cacata di pezza ma che era un altro film geniale secondo me: Monsters (tra l’altro, pure lì gli alieni erano dei poliponi pieni d’amore: dite quello che volete io la relazione ce la vedo). Va bè: di che parla allora Arrival? Del tempo. Non del meteorologico weather, per capirci, ma del cronologico time. Non che ci sia poi tutta questa differenza, d’altra parte un motivo ci sarà se in italiano li chiamiamo tutti e due allo stesso modo. Entrambi scorrono cambiando in continuazione, uno segnando il battere dell’altro, senza che ci sia molto che ci si possa fare. Se oggi è brutto domani farà bello, se adesso è estate tra un po’ viene l’inverno, anche se non ci sono più le mezze stagioni. “L’angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa”, diceva qualcuno in un altro film. Vero. E l’idea fondamentale di Arrival è proprio questa. Qualcuno tra il pubblico potrebbe avvertire un vago senso di costrizione alla gola quando dallo schermo striscia giù il suggerimento che il tempo sia in realtà un circolo, che tutto quello che abbiamo già fatto lo rifaremo e lo stiamo facendo, adesso contemporaneamente a prima e dopo e questo per l’eternità – oh ma manca l’aria in sta sala o sono io? – l’eternità che in realtà non esiste perché il tempo non c’è, c’è solo un disco piatto. C’è il detective Rustin Cohle nella stanza degli interrogatori che spiaccica la lattina di birra sul tavolo e spiega – quanto cazzo era bravo Matthew McConaguey in True Detective? – spiega, se potessimo vedere il nostro spaziotempo da una dimensione ulteriore ci renderemmo conto che quello che a noi sembra sferico invece è appiattito, come una scultura la cui materia è in sovrapposizione, in ogni luogo che abbia mai occupato. La tipa di Arrival la prende piuttosto bene sta notizia, lei decide che vivrà felice nel futuro che ricorda. Il detective Cohle se la vive un po’ peggio invece, guida attraverso una Louisiana allucinata che muore di veleni, affonda e si sfalda, e si domanda: “perché dovrei vivere nella storia”?

Se tutto questo vi suona familiare è perché lo avete visto al cinema due anni fa, c’era sempre McConaguey e anche lì guidava il suo pick up attraverso un’America morente: McConaguey che è intrappolato dentro al tesseract e cerca di impedire al sé stesso del passato di partire per il viaggio che lo porterà lì, urla ma nessuno lo sente, lui uscirà di nuovo da quella stanza e precipiterà ancora nel buco nero per vedersi uscire ancora da quella stanza (sì, è Interstellar: non è che adesso vi dovete sentire avanti perché avete indovinato, l’han visto tutti quel film). Il detective Rustin Cohle sta in piedi con la pistola puntata alla testa del pedofilo che gli dice, il tempo è un cerchio piatto; è un battito di ciglia e noi spettatori vediamo Cohle che dice agli investigatori, qualcuno una volta mi ha detto che il tempo è un cerchio piatto. Sono passati otto anni e la storia si ripete, il caso si riapre, un caso nuovo o lo stesso caso? Non siamo sicuri che Cohle lo sappia. O forse lo sa e per questo è infelice.

Se tutto questo vi suona familiare è perché lo avete visto al cinema negli ultimi anni, ancora e ancora. Uscendo dalla sala dopo aver visto Arrival, ho sentito qualcuno dire che è un film che parla di cinema. Perché no? Hollywood come un cerchio piatto, come un disco inceppato che riproduce all’infinito se stesso, trascinandosi in un catramaio di sequel, reboot, remake, reload, film che seguono film che seguono film che diventano saghe, il cinema ormai è a puntate, la Marvel ha già pronto il suo calendario uscite fino al 2100, alcuni li faranno belli e poi a un certo punto zac, vi beccate X-men: Apocalypse, così state un po’ sul chi vive. Il cinema si sgretola, disintegrato in un pulviscolo di serie, con gli attori di Hollywood fuori che fanno la fila per entrare: stagioni che seguono stagioni per non dover affrontare mai l’orrore di una nuova idea. C’è dell’ironia involontaria, suppongo, nel fatto che alcune delle idee più originali degli ultimi anni riguardino storie che raccontano di come nulla di nuovo possa mai accadere. Ironia al quadrato, quell’idea originale è una rivisitazione dell’abusato motivo del viaggio nel tempo, “l’idea degli scrittori senza idee”.

Se tutto questo vi suona familiare, è perché lo avete visto al cinema qualche anno fa. Ok, diciamo che potreste averlo visto al cinema, qui si va un po’ più sull’intellettual-wannabe. C’è Mads Mikkelsen che fa la parte dello zarro invincibile in Valhalla Rising. Cercano di ammazzarlo in tutti i modi ma lui si ricorda di come è sopravvissuto, perché l’ha visto quando era se stesso da bambino. Alla fine si sacrifica per salvare il bambino, cioè si sacrifica per salvare se stesso, cioè muore ma in realtà vive. La barca con cui hanno navigato verso ovest torna verso est con un unico passeggero: tornerà verso ovest portando di nuovo One-Eye bambino e One-Eye adulto, poi tornerà ancora a est solo col bambino e ancora e ancora. Il tempo è un cerchio piatto. Ovviamente tutte queste storie danno il capogiro, sono paradossali. Il paradosso è la dimensione del mito, del divino (One-Eye è un dio? Il titolo sembrerebbe suggerircelo. Valhalla Rising è la storia della genesi di un dio? Odino d’altra parte aveva un occhio solo). Pietro Citati scriveva che “pensare miticamente significa giungere nel luogo dove «il principio di non-contraddizione» è caduto”[1]. Ovviamente non stiamo parlando di un luogo umano. Il divino può essere intuito in un lampo momentaneo d’estasi o rivelazione ma non può essere compreso. Refn fa tutto il possibile per cercare di rappresentare questo tempo-non-tempo divino (per cercare di suggerirlo: rappresentarlo, abbiamo detto, non si può). Dal suo film elimina tutto, è una cosa rarefatta. Praticamente non ci sono parole. Nella interminabile sequenza in mare, a malapena ci sono le immagini. Solo Nebbia grigia. E water, water, everywhere. Poi ogni tanto un lampo, appunto: il colore. One-Eye si ricorda il futuro in visioni di un rosso sanguigno, presagi funesti per gli umani rimasti intrappolati nella dimensione mitica. Moriranno per sempre, e glielo dice. Il contatto col divino è inevitabilmente fatale, nessuno può conoscerlo e sopravvivere.

Se tutto questo vi suona familiare, è perché lo avete visto al cinema qualche mese fa. Doctor Strange era talmente brutto che nemmeno Cumberbatch riusciva a redimerlo. La Marvel deve tenervi un po’ sulle spine, dicevamo. Dormammu, il dio malevolo, vive in una dimensione parallela dove il tempo non esiste. Strange deve entrare in questo mondo statico e sconfiggerlo. Ora, si diceva: con le storie di paradossi temporali è un attimo che fai un casino. C’è chi è capace e chi no. Se sai di essere una mezza tacca di sceneggiatore, butta già un copione senza rischi tipo the Avengers, si crepano solo di mazzate dall’inizio alla fine e il pubblico torna a casa contento. Derrickson invece pecca di hybris (che, guarda caso, in greco era proprio la tracotanza nei confronti del divino), scrive una storia ambiziosa, si va a impelagare, fa un bordello. Questa divinità malvagia è ridicola e ottusa, non partecipa del trascendente. La sua dimora ucronica funziona a singhiozzo: il tempo un po’ c’è un po’ non c’è, a seconda delle necessità della macchina da presa, come la gravità dell’astronave grande di Independence Day (quello brutto: dai che avete capito). Derrikson improvvisamente si accorge che non può davvero raccontare il non-tempo. Non ci aveva pensato. Va tutto a rotoli, Mikkelsen che si chiede come ha potuto passare da Valhalla Rising a questo, la Marvel pianifica Doctor Strange 2035, questo vi piacerà, restate con noi. Il tempo è una ciambella ma non tutte riescono col buco.

Perché da un po’ di tempo a questa parte Hollywood ha l’incubo ricorrente del tempo che ritorna, del tempo che si ferma, del tempo schiacciato su sé stesso? Tanto per restare in tema, ma variando con la radice germanica del termine, è lo zeitgeist baby. Il ventesimo secolo è iniziato con una rivoluzione della fisica di portata talmente radicale che all’industria dell’entertainment ci è voluto quasi un secolo per digerirla. Spielberg alla fine di Incontri ravvicinati strizzava l’occhio a Einstein ma sembrava il primo della classe con la mano alzata, in realtà si vedeva che non aveva capito niente. Event Horizon era un gran filmone ma coi buchi neri non ci azzeccava gran che. Per mettere in soffitta la DeLorean e capire che per il viaggio nel tempo non serve il flussocanalizzatore, ma basta un oggetto supermassivo, ci è voluto un po’. D’altra parte la relatività non è una di quelle robe che te la cavi con la pagina di Wikipedia.

Il ventesimo secolo è anche iniziato con due guerrette di quelle col botto, la seconda in particolare era servita a mettere in chiaro che, appunto, c’erano stati un paio di sviluppi in fisica di cui il pubblico non era stato informato, con l’atomo non si scherza un cazzo. Affetta che ti affetta, era venuto fuori che a livello fondamentale la materia fa un paio di cose impreviste: il tempo è reversibile, e il principio di non contraddizione annullato. Dopo duemila anni, i filosofi c’erano rimasti: gli ci era voluto un po’ di tempo per riprendersi dalla botta. Ma per la maggior parte del secolo queste minuzie erano sfuggite alla gente comune: erano tutti concentrati sul livello macroscopico, cose come l’imperialismo Turco, gli interessi pelosi dell’Occidente in Medio Oriente, masse sterminate di profughi e rifugiati lasciate a morire, muri e fili spinati, l’Europa divisa, e poi la guerra fredda, le armi schierate al confine con la Russia. Come dite? Avete di nuovo quella vaga sensazione di oppressione al petto? Fate fatica a respirare? Qualcuno ieri notte ha sognato che assassinavano l’arciduca Francesco Ferdinando?

Hollywood è sempre stata la testa d’ariete dell’America, che ne diffondeva per il mondo il mito e i simboli. Ma dell’America era anche il ventre molle: ad osservare con attenzione, si trovavano le tracce delle ossessioni più inconfessabili e depravate e delle paure più recondite. Oggi mi sembra siano sempre più queste ultime a farla da padrone: l’America ha paura della propria fine, la racconta per esorcizzarla. Che l’America stia soffrendo mi pare lo stia urlando da ogni lato: le ultime presidenziali sono solo un sintomo, l’esplosione di un bubbone infetto già da tempo. Alla fine del film, i due protagonisti di Monsters in America ci arrivano per davvero. Sorpassano il gigantesco muro che è stato costruito per tenere fuori gli aliens (il gioco di parole funziona meglio in inglese), e si ritrovano nel sud profondo, quello che lo stato ha abbandonato, quello che sulle cartine è tinto di rosso uniforme, passa una macchina e c’è sopra Rustin Cohle, resta solo la vecchia pazza che gira con addosso uno straccio a stelle e strisce. I due polipi giganti volevano solo fare all’amore, i mostri siamo noi (tutto questo sei anni prima di Trump: col senno di poi…). Pure in Arrival i mostri siamo noi: i media ci trasmettono l’ossessione per la sicurezza interna, la sfiducia nei confronti dell’altro e degli altri, è questo che fa scattare i due soldati che preparano l’attentato all’astronave. Da Distritct 9 in avanti, la questione dell’alieno si fa sempre più politica. L’alieno profugo, l’alieno crisi-diplomatica.

L’America di oggi ha paura. Di se stessa, persino. Il mondo ha paura con lei. Vent’anni fa Fukuyama a Chicago ragliava della “fine della storia” (il tempo si è fermato, il tempo è un disco piatto). Forse aveva più ragione di quanto lui stesso non credesse. Forse la storia non si ferma a un certo punto, come un’auto che inchioda, ma è ferma nel senso che – come cantava qualcuno – “ripetutamente si ripete”. Tutti i grandi imperi prima o poi collassano su stessi, implodono, spiraleggiando verso il suolo ipnotizzati dall’immagine magniloquente del proprio stesso gigantesco corpo che si schianta. Un altro poi prende il loro posto – guarda caso la parte del cattivo in Arrival la fanno i cinesi – ma nella transizione a farne le spese sono sempre le masse dei diseredati. In tempo di grandi insicurezze, le tentazioni totalitaristiche sono sempre a portata di mano. Fascismi di ieri e di oggi, si diceva. Forse alla fine è questa la storia di Arrival: gli alieni hanno bisogno del nostro aiuto ma sono anche venuti a portare qualche cosa in cambio. Il dono è la lingua, ma non perché questa permette di conoscere il futuro. Perché – come ogni lingua – contiene in sé l’idea che le possibili descrizioni del mondo sono infinite e divergenti tra loro. Forse stiamo tutti dicendo la stessa cosa, ma ciascuno nell’universo che la sua lingua descrive. Infiniti mondi convivono sovrapposti l’uno all’altro, “come una scultura la cui materia è in sovrapposizione in ogni luogo che abbia mai occupato”. Il balzo che li separa l’uno dall’altro è la distanza più difficile, ha la dimensione paradossale del divino: per colmarla occorre fiducia in ciò che ci è alieno. Occorrerà una traduzione di architettura e precisione straordinarie per evitare di precipitare nel baratro

DISCLAIMER PER I PIGNOLINI: no, non intendevo dire che si può davvero riavvolgere il tempo: intendevo che a livello elementare le leggi fisiche sono simmetriche rispetto ad esso (cioè rimangono invariate rispetto all’inversione di moto delle particelle). E no, non volevo nemmeno dire che il principio di contraddizione è davvero venuto meno. Ma per come è stata sempre raccontata la famosa storia del fotone che è qui e lì, che è onda e particella, era quello che sembrava. Che poi, cosa ne so io di fisica? In ultimo, sì, va bene, Refn non si può probabilmente definire un regista hollywoodiano tout court: i suoi legami con quel mondo e con l’America in generale, però, mi paiono indiscutibili.

[1] Pietro Citati (1998), La luce della notte, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, p. 75.