Chi sono gli Stooges?

Me lo sono chiesto molte volte. Come ben sappiamo e come spesso accade tendiamo a farci delle domande e a volte, giustamente, pretendiamo anche delle risposte. Alle domande su cosa sia un qualcosa o chi sia un qualcuno, a ciò che i filosofi chiamano le domande ontologiche, il linguaggio, come è stato detto, cerca di racchiudere tramite un significante un determinato significato. Effettivamente niente di strano, ed è proprio così che il nostro impianto occidentale linguistico e quindi culturale, scientifico e filosofico si è organizzato, portandoci, come ha tenuto a dire il filosofo Jacques Derrida, pregi e difetti, virtù e danni: una sorta di double bind della cultura occidentale: un doppio atteggiamento. Se da un lato ha fatto sì che si perpetuasse un certo «dogma» della superiorità occidentale, dall’altro ci ha permesso di sviluppare una coscienza critica antidogmatica capace, perlomeno, di farci mettere in dubbio quello stesso «dogma».

Dico questo soltanto per far capire le difficoltà che si incontrano nell’utilizzo del linguaggio quando dobbiamo darci risposte di questo tipo.

Allora a chi potevo affidarmi per capirci almeno un po’ di più sugli Stooges?

Ne avevo sentite di tutti i colori su di loro: primo gruppo punk, gruppo alternativo, rivoluzionari del rock, e così via e così via… Insomma oltre alla loro musica, che in fin dei conti è ciò che conta, non mi restavano che etichette vuote ed impersonali o quasi.

È proprio a questo punto che circa un anno fa venni a sapere che un regista un po’ eccentrico americano stava preparando un film sulla storia degli Stooges: parliamo di Jim Jarmush, tra l’altro uno dei miei registi preferiti. Ero entusiasta.

Jarmush veniva incontro alle mie esigenze e a quelle di tutti i fan o ai curiosi che volevano saperne un po’ di più sulla band «più importante del rock n’roll», come si sente proprio dalla parole del regista nei primi fotogrammi del film.

Gimme danger, così è titolato il documentario sulla storia di James Osterberg, in arte Iggy Pop e degli Stooges, proprio come un loro brano contenuto nel terzo album Raw Power.  Uscito negli Stati Uniti a ottobre dell’anno scorso abbiamo avuto la fortuna di averlo nelle nostre sale, purtroppo, soltanto per due giorni: 21 e 22 Febbraio 2017.

Dal punto di vista narrativo il film si sviluppa basandosi sul racconto fornito da Iggy in una lunga intervista che si sussegue per tutta la durata del film, alternata dalle, ahimè rarissime immagini dei leggendari live della band, dalle interviste e dalle fotografie degli altri membri del gruppo: i fratelli Ron (chitarrista, scomparso nel 2014) e Scott  Asheton (batterista), il bassista Dave Alexander (scomparso nel 1975), il chitarrista James Williamson (che diventerà, dopo lo scioglimento della band, un tecnico della Sony!).

Il tutto viene accompagnato da molte immagini divertenti nello stile del collage (tecnica di cui Jarmush è innamorato) utili, inoltre, a coprire la mancanza di testimonianze video: sketch di programmi tv dell’epoca o immagini delle varie città dove Iggy e gli Stooges hanno vissuto e fatto baldoria, molta baldoria a dir la verità.

Il vocione graffiato di Iggy Pop scandisce la narrazione di infiniti e divertentissimi sketch, come quello in cui racconta dell’episodio in cui John Wayne ha rischiato di metterlo sotto ad un incrocio di Santa Monica o quando, convinto della piena fiducia dei suoi fan, si buttò nella folla, ripetendo la pratica ormai consolidata dello stage diving, ma quella volta nessuno lo prese facendogli rompere uno dei due denti davanti… E questo è solo un assaggino. Insomma: c’è da morire dal ridere!

 

All’inizio del documentario non si capisce bene dove Jarmush e Iggy si trovino, ma dopo un po’ si evince che quello strano luogo è proprio la roulotte dove James è nato e cresciuto. Da notare come il padre di Iggy e la sua famiglia non fossero affatto poveri: il vivere in una roulotte era infatti causato dall’eccentricità del padre più che dalla loro condizione economica. Episodio alquanto curioso e, come Jim racconta, alcuni suoi compagni di scuola un po’ bulli non mancarono di farglielo notare chiedendogli con scherno e insistenza: «Perché tuo padre ha una Cadillac e non avete neppure una vera casa?».

È arrivato il momento di provare a rispondersi finalmente. La storia degli Stooges inizia in Michigan nel 1967 in quella Ann Arbor così piccola ma tanto in fermento. Bazzicavano la zona in quegli anni personalità come John Sinclair, poeta socialista fondatore delle Pantere Bianche (movimento antirazzista ispirato al più celebre e importante gruppo delle Pantere Nere), gli MC5 gruppo di grande ispirazione per gli Stooges, John Cale: bassista dei Velvet Underground e produttore del primo album del 1969: The stooges.

Gli Stooges, come ci informa lo stesso Iggy Pop, erano quattro giovani un po’ ingenui e idealisti che volevano fare musica e guardavano con disincanto il crescente movimento hippy. Erano veri comunisti, dividevano tutto: soldi, cibo, casa e persino la paternità delle canzoni, ma erano lontani anni luce dall’attivismo politico, come se già avessero notato negli slogan per l’amore libero un alone di costruita libertà.

Il documentario di Jarmush rende omaggio agli Stooges in maniera un po’ celebrativa bisogna dirlo, ma questo non ci disturba affatto, in quanto fan non ci aspettavamo una critica, anzi. Come quaranta anni fa il loro primo album (The stooges) non fu un successone, ancora oggi la loro considerazione non ha raggiunto il livello che la loro musica meriterebbe. Sebbene molto si sia detto circa l’innovazione e l’enorme influenza che le loro composizioni hanno apportato al rock, sentivo che qualcosa di più andava fatto. Jarmush ha avuto la stessa impressione e lui ha fatto qualcosa di grandioso. Come racconta in un’intervista il regista conosce da molto tempo Iggy e precisamente otto anni fa mentre gli stava confessando il proprio amore per gli Stooges, Iggy disse le parole magiche che fecero nascere l’idea di realizzare il documentario: «Se dovesse mai uscire un film sugli Stooges vorrei che fossi tu a girarlo». Da quel momento in poi è iniziata l’avventura che ci ha restituito Gimme danger.  

Gimme danger narra le vicende del primo album The stooges, registrato a New York nel 1969, prima rifiutato dalla casa discografica, riscritto quindi di nuovo quasi completamente di getto. Il brano Not right fu addirittura suonato per la prima volta in sala di registrazione. The stooges ci regala, inoltre, il loro riff più celebre: quello di I wanna be your dog, inno di sottomissione sessuale di Iggy alla sua fidanzata (altro che amore libero!).

Il documentario prosegue raccontando e facendone notare il grande valore sperimentale, del secondo album degli Stooges: Fun house del 1970. Un vero e proprio capolavoro, figlio della ricezione di alcuni influssi del Miles Davis dell’album Bitches Brew (uscito proprio quello stesso anno), e registrato a Los Angeles insieme al sassofonista Steve Mackay è capace tutt’oggi di avere un sound fresco e quanto mai lontano da qualsiasi stilema di genere.

Infine, da ultimo, dopo aver narrato della parabola discendente che dalla dipendenza di eroina ai continui eccessi, ai concerti saltati ecc., aveva portato alla prima rottura, si passa al racconto del loro terzo album Raw Power del 1973 (con una formazione leggermente diversa) fino a giungere alla scomparsa del bassista Dave Alexander del 1975 e al loro definitivo breakup durato fino al 2003: anno della storica reunion.

Gli elementi ora raccolti, lungi dall’essere completamente esaurienti, potrebbero almeno in parte farci pensare di essere in grado di abbozzare una risposta, ma come già in precedenza accennato sembra che il linguaggio, con le sue definizioni, calzi troppo stretto ad un gruppo come gli Stooges.

Non volendo fornire ulteriori etichette e non volendo creare nuovi stereotipi, l’unica via percorribile e sincera, oltre all’abbandonarsi all’ascolto della loro musica, che in quanto espressione libera e disinteressata (quella degli Stooges) è l’unico modo possibile per andare al di là del linguaggio stesso, non ci resta che affidarci alle stesse parole di Iggy:

«I don’t want to belong to the land people, alternative people, to any of it. I don’t want to be a pump, I just wanna be».