C’era una volta un tedesco. O forse erano due. Uno di certo è Walter Benjamin.
Il celebre autore dell’incompiuto Passagenwerk, all’interno del suo polimorfo e a tratti criptico sistema ha dato alla luce, tra gli altri, un concetto chiave che tiene assieme certo messianismo ebraico e certa filosofia della storia dalla eco marxista-rivoluzionaria: la Jetztzeit; il tempo-ora, un momento unico, speciale, nel tempo eppure fuori di esso in quanto cairologico (qualitativo) e non cronologico (quantitativo). Un momento, ancora, in cui si dà un arresto del tempo storico (sfera messianica) atto al sovvertimento dell’ingiustizia perpetuata dai vincitori sui vinti (sfera marxista-rivoluzionaria).
C’era un tedesco, dunque. O forse erano due – si diceva. Già, poiché il secondo è Maren Ade, la brillante regista acclamata in numerosi festival internazionali che ha completato l’anno scorso il suo terzo lungometraggio, ovvero quel gioiello filmico – in questi giorni di tardiva distribuzione nelle nostre sale – che risponde al nome di Toni Erdmann (in italiano localizzato con la vertiginosa traduzione Vi presento Toni Erdmann – nel Bel Paese ci si preoccupa sempre tanto tanto che l’umile spettatore medio possa non cogliere certe sfumature, sapete com’è…).

La fabula della pellicola è presto detta. Un padre agli albori della terza età, solo e abbandonato, prova a recuperare il rapporto perduto con la figlia, seria e inquadrata donna in carriera che risiede e lavora all’estero presso una grande e – ça va sans dire – spietata azienda internazionale. Per farlo – ecco il cuore tematico della produzione – egli opta per una via singolare: un umorismo totalizzante e con ciò perturbante che, come si soleva predicare una volta, faccia della propria vita un’opera d’arte (da cui l’adozione pressoché a tempo pieno dell’alter ego – di kaufmaniana[1] memoria – Toni Erdmann) e, nell’opposizione radicale al conformismo capitalistico-borghese della figlia che si è irrigidita in una dimensione apatica, fredda e calcolatrice, la quale non lascia spazio alla vita, divenga dispositivo di una catarsi esistenziale.
Nel dipanarsi del generoso minutaggio (162 min.) la chiave di lettura data in questa sinossi non viene mai del tutto esplicitata, perlopiù suggerita. Emblematico, in questo senso, il confronto tra Winfried Conradi/Toni Erdmann e un uomo semplice e gentile incontrato durante una visita presso un impianto petrolifero, luogo dove decine di persone dovranno essere licenziate in virtù delle macchinazioni ad opera dell’azienda della sua progenie, Ines Conradi. Dopo uno scambio fatto di poco (a causa della barriera linguistica) eppure pieno di candore umano, Winfried Conradi/Toni Erdmann, perfettamente conscio – a differenza del suo interlocutore – della situazione, lascia il pover’uomo con una massima che racchiude l’intero film: «non perdere mai il senso dell’umorismo». Chi pronuncia queste poche parole non ha grandi ambizioni, non reputa di potere intercedere a favore del modesto lavoratore. La affordance, la manipolabilità del mondo per lui è cosa liminare, egli non si azzarda a intromettersi; non ne ha le forze, né gli strumenti. Eppure una cosa la sa, un consiglio da promuovere lo conserva. Sa che ciò che più conta, per un essere umano, è l’indipendenza data dalla libera interiorità di ciascuno, qualcosa che nessuna multinazionale può negarti. Per questo il senso dell’umorismo: perché è l’armatura concettuale e la prassi di vita che meglio permette di conservarsi intatti difronte alle avversità dell’esistenza, le quali possiamo infine osservare con parziale distacco, quasi con divertita indifferenza, verrebbe da pensare. Toni Erdmann, a modo suo, è un novello esponente dell’illustre scuola cinica e della Stoà.
Non è un caso se Ines, in un secondo momento, comprendendo sempre più in profondità l’attentato in corso al suo modus vivendi, si risentirà per quanto proferito: “come hai potuto dire una cosa del genere ? Questa gente verrà licenziata, non puoi fare così”, sbraita. “Appunto”, pare sentir bofonchiare il nostro protagonista, ma di fatto egli tace; preferisce sorridere di uno di quei sorrisi che solo un padre può sfoggiare. D’altronde sua figlia non ha capito – non ancora. Ma più le provocazioni e i disagi cagionati dallo scomodo e imprevedibile Toni Erdmann si reitereranno, più lo squarcio tra i due protagonisti, da principio apparso insanabile, subirà una metamorfosi.
Il film, che in base alle sensibilità potrebbe apparire talvolta prolisso (è di questo avviso l’autorevole critico Paolo Mereghetti), non è altro che la messa in scena di questa graduale evoluzione.



Durante l’epilogo Winfried decide di razionalizzare (la diegesi tira le sue somme) e parla alla figlia in modo diretto, a cuore aperto. La vita scorre velocemente, è un attimo, asserisce. I bei momenti si scoprono tali solo successivamente, quando è troppo tardi. Non bisogna avere paura, si deve vivere. E così via per alcuni intensi minuti in cui la scelta dell’attore teatrale Peter Simonischek, come palesato tanto in questo così come in altri segmenti cruciali, si dimostra una scelta incredibilmente felice. “Lo so, papà: hai ragione. Ti voglio bene”, sembra di udire sussurrare Ines a conclusione del soliloquio paterno e invece no, tace. Resta in silenzio, prende dal taschino dell’altro i finti denti sporgenti di Toni Erdmann e, indossandoli, gli sorride trasfigurata da un’apparenza inevitabilmente grottesca e che tuttavia cela uno di quei sorrisi che solo una figlia può riservare al genitore. Ines ha capito. Ogni parola è superflua, ridiamoci su.
La dissacrazione dei costumi, degli automatismi, la messa alla berlina delle convenzioni ha avuto la meglio. Ecco la Jetztzeit, ecco l’arresto sovvertitore e palingenetico. Nell’era neoliberista delle ingiustizie e delle disparità, delle gerarchie, delle esistenze normate in ogni loro minimo aspetto, dove anche il cosiddetto tempo libero è subordinato al lavoro (si pensi al rapporto sessuale della protagonista con il suo sottoposto o alla festa di compleanno con i colleghi dell’ufficio usata per fare team building), in un tale contesto sociale devoto unicamente all’efficienza quantificabile e proprio in questo, il massimo gesto rivoluzionario risulta essere il differimento, la presa di distanza vanificatrice del senso data dall’umorismo. Il Messia è figlio di un Dio che ride (Agostino d’Ippona plaude).
Una risata vi seppellirà, asseriva qualcuno in tono polemico, rivolto a loro.
Una risata vi innalzerà, sosterrebbe Toni Erdmann in tono fraterno, rivolto a noi. E avrebbe ragione.

Simone Ferrari

[1] A scanso d’equivoci, ci si riferisce qui ad Andy Kaufman, il noto comico americano che interpretò per anni un personaggio-alter ego di sua invenzione, Tony Clifton, il quale per più di un aspetto ricorda il nostro Toni Erdmann.
Per un approfondimento cinematografico si rimanda al più che godibile biopic Man on the Moon di Miloš Forman (USA, 1999).