Little (interpretato da Alex Hibbert) in una scena di Moonlight, per la regia di Barry Jenkins.

Al momento di annunciare il vincitore per l’Oscar al miglior film, Warren Beatty, che ha il compito di leggere il contenuto della busta, dà un’occhiata al biglietto, guarda meglio nell’involucro rosso, poi torna a guardare il biglietto, dubbioso. Il pubblico ride, pensando ad un esagerato effetto di suspense. Beatty fa per annunciare il vincitore, poi esita, sorridendo con imbarazzo. Passa la busta a Faye Dunaway, di fianco a lui, la quale annuncia con decisione il nome del favorito: “La La Land!”. La sala esplode in un applauso fragoroso, parte il tema del film, gli attori e i produttori di uno dei film più premiati della stagione si alzano sorridenti, si abbracciano, esultano e attraversano la sala. Ma pochi momenti dopo, mentre uno dei produttori sta ancora tenendo il suo discorso, alcuni membri dello staff salgono sul palco: confusione e parlottare concitato, finché il produttore Jordan Horowitz prende coraggiosamente il microfono e annuncia: “Wait, there’s a mistake – Moonlight, you guys won Best Picture.” Stupore in sala. “This is not a joke!”, continua Horowitz serissimo, mostrando al pubblico il biglietto col titolo “Moonlight” scritto nero su bianco. Infatti non è uno scherzo: un film sulla crescita di un ragazzo queer di colore ha appena vinto il premio più ambito come miglior film dell’anno.

Jordan Horowitz mostra al pubblico il biglietto con il nome del vincitore.

Ammetto che è solo per via di questo imbarazzante qui pro quo che sono venuta a conoscenza di questo film, e ammetto anche di aver deciso di guardarlo semplicemente perché avevo fiutato una recensione per il nostro Cinephilo. Tuttavia, Moonlight è stato per me la sorpresa dell’anno.

Moonlight (2016) è un Bildungsroman dei nostri tempi, un affresco realistico della comunità afro-americana negli anni Ottanta, nonché la storia di una crescita e della difficile e dolorosa costruzione di un’identità nella costante sfida – forse persa – di trovare un compromesso fra essere e apparire. La storia è divisa in tre atti, ma il denominatore comune è sempre il protagonista con le sue diverse identità. Little è un ragazzino schivo, che parla a stento, cresciuto in un sobborgo malfamato di Miami con una madre che a lui preferisce il crack. La sua unica figura di riferimento è Juan, uno spacciatore dall’animo gentile che lo accompagna nel suo percorso di crescita, mentre lui arranca a stento in un mondo in cui l’unica legge è quella del branco. Nel secondo capitolo, Little è ora Chiron, un adolescente allampanato preso in giro dai compagni per via dei jeans troppo attillati, mentre tenta di trovare un compromesso tra la sua vita interiore e il contesto sociale in cui vive. La cotta per l’amico Kevin e il momento di tenerezza che i due condividono sulla spiaggia, di notte, sarà definitivo per la costruzione dell’identità di Chiron e lascerà una ferita aperta, quando quel bacio dato alla luce della luna si trasformerà in un pugno alla luce del sole. Un gruppo di bulli, in cui Kevin è suo malgrado coinvolto per una sorta di rito di iniziazione, dà inizio a una rissa con Chiron, che finisce a terra, sanguinante. Il giovane, infine, agendo contro se stesso e costretto dalle circostanze, compie il primo passo verso la sua prossima trasformazione quando si vendica sul “capobranco” spaccandogli una sedia sulla schiena. Chiron capisce presto che, se non vuole soccombere, deve diventare più duro degli altri. È per questo che, nel terzo capitolo, la sua nuova identità è quella di Black, la perfetta incarnazione dell’ipermascolinità che ci si aspetterebbe da un uomo che, ormai adulto e indurito dalla vita, fa lo spacciatore ad Atlanta, Georgia. Ma quando il passato ritorna, Black è costretto a rimettersi in discussione e a togliersi la maschera impostagli dal suo ruolo sociale, seppur per un solo istante di grazia. E allora si renderà conto, in fondo, di essere sempre rimasto su quella spiaggia sotto la luce della luna.

Scrive Audre Lorde, una delle più celebri femministe nere, nel suo breve scritto The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s House, che, malgrado tutto, per quanti vivano la propria vita al margine del socialmente accettabile, per quanti abbiano forgiato il proprio carattere nelle ordalie della differenza, «survival is not an academic skill», sopravvivere è un’arte che si impara solo sul campo, e si impara the hard way, nel modo più duro. Chiron ha imparato la sua lezione, ma sa benissimo che la sua identità matura, che egli ha assunto per istinto di sopravvivenza, non è che una ben studiata performance di genere, la messa in scena di una mascolinità i cui tratti di violenza e aggressività, in fondo, gli sono estranei.

Il film è un adattamento dal dramma In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell A. McCraney, il quale ha collaborato alla sceneggiatura del film e si è aggiudicato l’Oscar come miglior sceneggiatura non originale. La luce della luna in riva al mare rappresenta un leitmotiv del film, simbolo dell’unico spazio di tenerezza e vulnerabilità concesso al protagonista. È in riva al mare che Juan dà al piccolo Little una lezione di vita come solo un padre potrebbe fare, esplicitando con queste parole il senso stesso del film: «At some point you gotta decide for yourself what you gonna be, don’t let anybody make that decision for you», ben sapendo che a Liberty City, il quartiere in cui è ambientata la vicenda, essere se stessi per uno come Little dev’essere davvero dura. Possiamo arguire che Juan – interpretato da Mahershala Ali, il quale per questo ruolo è stato premiato con l’Oscar per il miglior attore non protagonista – stia combattendo dentro di sé la stessa battaglia fra essere e apparire. Insomma, «“Faggot” is a word you use to make gay people feel bad» è una definizione da manuale, niente in confronto all’ironia o all’astio che ci si aspetterebbe di sentire sull’argomento da parte di uno spacciatore di droga in un sobborgo di Miami. “Alla luce della luna, i ragazzi neri sembrano blu”, dice il titolo della sceneggiatura originale, anche se il gioco di parole si perde nella traduzione, dato che “blue” significa anche “triste”. I ragazzi neri a Miami, anche se sono tristi, non piangono mai: per questo, quando Kevin confessa che la vista del mare sotto la luna è così bella da far piangere, Chiron, sorpreso da questa sincera confessione, gli chiede «Do you cry?». La risposta, ovviamente, è «It makes me wanna, but I don’t». Il mare di notte ritorna appunto nella scena cruciale del film, quella del bacio tra Kevin e Chiron, in cui i due smettono, per un attimo, di recitare il copione che ci si aspetta da loro – il loro ruolo di genere – e sono finalmente se stessi.

Chiron (Ashton Sanders) e Kevin (Jharrel Jerome).

Un altro elemento significativo della narrazione, accanto all’acqua, è il cibo. Si sa che le scene attorno ad un tavolo, al momento del pasto, sono da sempre state utilizzate da registi e sceneggiatori per restituire il clima di una scena o il carattere dei personaggi. Ebbene, in Moonlight il cibo fa la sua comparsa poche volte, ma con un chiaro significato: dove c’è cibo, c’è amore. C’è amore nei pasti che Teresa, la ragazza di Juan, cucina per Chiron, accogliendolo in casa propria come un figlio. E c’è amore, soprattutto, nell’arroz con pollo che Kevin cucina per Black quando i due si rincontrano in un diner, molto tempo dopo, mentre Barbara Lewis in sottofondo canta Hello Stranger, in una scena di un’intensità estrema e commovente. Qualcosa di speciale accade sullo schermo: è il momento in cui lo spettatore diviene consapevole del fatto che qualcosa di romantico tra i due può ancora accadere.

Black (Trevante Rhodes) e Kevin (André Holland) al momento del loro incontro da adulti.

Parlando delle dinamiche di coppia nelle relazioni LGBT+, scrive Martha Nussbaum nell’introduzione a Sex and Social Justice:

«Una ragione per cui le femministe dovrebbero studiare la storia dell’omosessualità è data dal fatto che le relazioni lesbiche e gay, nel corso della storia, sono state spesso, anche se di certo non sempre, meno gerarchiche di quelle tra uomo e donna, e maggiormente caratterizzate da una sincera reciprocità sia nella passione sia nei rapporti quotidiani […] È stato leggendo il Fedro che ho scoperto il paradigma di una relazione che combini una intensa e reciproca passione erotica con una comune ricerca in vista della verità e della giustizia. Questo mi era parso incredibilmente entusiasmante, e mi ero chiesta se fosse mai possibile trovare una relazione di quel tipo nella vita reale» .

È bello pensare che la relazione tra Chiron e Kevin, se mai ha avuto luogo dopo i fatti narrati dal film, sia una relazione di questo tipo, contro i ruoli di genere e le gerarchie sociali. Ma se così non è stato – il finale è aperto, ma non lascia supporre una realistica possibilità di un futuro insieme – almeno resta allo spettatore l’immagine di questi due uomini che, dopo aver fatto i conti col passato e la pace con se stessi, condividono da adulti un momento di vulnerabilità, l’uno la testa reclinata sulla spalla dell’altro. La storia ritorna al punto di partenza: il film si chiude con Little sulla spiaggia alla luce azzurrina del crepuscolo, un ragazzino che, al termine di un viaggio alla ricerca di un’intimità sempre negata, è riuscito, seppur brevemente, a liberarsi dai vincoli di una performance che gli impedivano di essere se stesso.

Moonlight è uscito vittorioso dalla notte degli Oscar, vittoria ancor più significativa date le accuse di razzismo che pendevano sull’Academy fino all’edizione scorsa: otto le nomination e tre le vittorie per un film assolutamente innovativo, che sta avendo grande impatto su quanti si riconoscono nelle vicende narrate, nonché primo film con un cast all-black e che tratti tematiche LGBT+ a vincere il premio al miglior film. Negli istanti che hanno seguito l’annuncio del legittimo vincitore dopo l’equivoco di cui all’inizio, viene inquadrato il parterre che assiste alla serata, ed è bello pensare che, nell’allegro stupore di Viola Davis, nel sorriso estatico di Octavia Spencer, nella gioia incontenibile di Taraji Henson, nello sguardo ammirato di Dev Patel, ci siano gli sguardi e i sorrisi di una comunità intera che, solitamente marginalizzata, grazie a Moonlight sta avendo l’occasione di far sentire la propria voce. Di certo, l’intenzione del regista non era quella di raccontare una storia universale, data la specificità del contesto sociale e l’identità queer del giovane protagonista, e tuttavia la sua storia è narrata con tale poesia e delicatezza da parlare a tutti. La narrazione, nell’accompagnare il protagonista alla scoperta di se stesso, ha un che di incredibilmente intimo e personale, e perciò, di assolutamente autentico, il che costituisce forse il fattore chiave del successo di questo film.

Durante il discorso di accettazione per il Golden Globe vinto quest’anno dal film, il regista Barry Jenkins ha avuto a dire: «If you’ve seen this movie, all I have to say is, please, tell a friend, tell a friend, tell a friend».

Io, con questo scritto, lo sto dicendo a voi.