Scena del film Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene

Con questa schermata si apre il capolavoro del regista tedesco Robert Wiene, datato 1920. Per un film di quell’epoca, un film muto, agli albori della settima arte, probabilmente non ci si aspetterebbe un tale livello di sperimentalismo, a partire proprio dai titoli di testa. Lo stile dei titoli di testa, nonché degli intertitoli e dei titoli di coda, è infatti estremamente all’avanguardia, tanto che il «font» e i colori sembrano ricordarci quelli di Tarantino, a cui al giorno d’oggi il nostro occhio cinematografico contemporaneo è ben più che abituato: entrambi vivaci e saturi, creativi, visivamente aggressivi. Così, insomma, si apre questa perla dell’epoca dei silent movies, film che in realtà, sottolineiamolo subito, muti non erano.

Come si può vedere in ognuno di essi, ad esempio, gli attori muovevano sempre la bocca, il che significa che in realtà tra loro i dialoghi li facevano eccome; semplicemente, i mezzi tecnologici dell’epoca non erano sufficientemente avanzati per registrarli e riprodurli per il pubblico. Ma non solo, l’accompagnamento musicale era anche sempre presente, in generale eseguito live da un’orchestra o, altrettanto spesso, da un piano solo. È il caso anche del Dr. Caligari, la cui musica fu gestita dal compositore italiano G. Becce, specializzato proprio in colonne sonore di quest’epoca del cinema tedesco.


Ma chi è il protagonista di quest’avvicente vicenda, apice del cinema espressionista tedesco? Come ci viene narrato tra sequenze «mute» ed intertitoli iniziali, il Dr. Caligari è un illusionista, un enigmatico ed oscuro personaggio che tiene chiuso in una bara “Cesare” il sonnambulo, un uomo/creatura che, una volta risvegliato in modo appropriato, sembra poter predire il futuro. La presentazione di questo fenomenale personaggio avviene nel 1830 in un piccolo villaggio tedesco, durante una sorta di fiera popolare; subito dopo l’arrivo del Dottore, una serie di inspiegabili eventi iniziano a verificarsi, in particolare la morte di alcuni abitanti del provinciale villaggio, proprio in seguito alle predizioni di Cesare, che sembra quindi essere davvero in grado di prevedere il futuro.
Ma in Wiene il paranormale non è di casa: la spiegazione è ben più cruda e reale di quel che sembra, niente a che vedere con visioni, aldilà, né magia. Il Dottore, direttore di un ospedale psichiatrico, è lui stesso psicologicamente instabile e ai limiti della follia: avendo letto di uno psicologo che usava un suo paziente sonnambulo per compiere terribili omicidi nel nord Italia, ha semplicemente deciso di ispirarvisi…


I temi di sonnambulismo, follia e doppio si adattano perfettamente allo stile del regista pioniere dell’espressionismo tedesco cinematografico: gli ambienti squadrati, labirintici, le forme e le strade zigzaganti, i close-up fortemente espressivi; tutti questi elementi verrano poi ripresi negli anni a venire da registi come Lang o Murnau. Il vero tema del film risulta alla fine essere proprio la follia, stato mentale alterato ed incontrollabile che porta i soggetti che ne soffrono a compiere anche azioni violente, brutali, inspiegabili perfino a loro stessi. In questo senso, impossibile non pensare a film più contemporanei, in primis Shutter Island (Scorsese, 2010), che affronta tematiche estremamente simili, dimostrando l’attualità e l’originalità delle tematiche e dello stile del capolavoro di R. Wiene.

Da sottolineare, infine, che il restauro del film nel 2012 è stato curato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, che ha presentato la nuova versione restaurata al 64° Festival di Berlino (2014).

Maria Adorno