Locandina di Kynodontas (2009) di Yorgos Lanthimos

Pensavo che dopo aver visto Happiness di Todd Solonz sarei stata abbastanza temprata da guardare qualsiasi film. Falso. Dimentico spesso che il mondo cinematografico è più vasto e oscuro di quanto io possa mai immaginare e che spesso dal mucchio saltano fuori veri e propri lungometraggi che ti lasciano spiazzati davanti allo schermo per ben novantadue minuti – senza smettere mai di stupire.

È il caso di Kynodontas (2009) di Yorgos Lanthimos, regista del probabilmente più celebre The Lobster (2015). Kynodontas, nella fattispecie, si è accaparrato una nomination per Miglior Film Straniero agli Oscar del 2011 e ha vinto il premio Un Certain Regard alla 62° edizione del Festival di Cannes. Titoli, entrambi, più che meritati – a mio modesto parere. La trama è pressoché didascalica: padre e madre tengono rinchiusi in casa i loro tre figli per evitare che la loro esistenza venga “contaminata” da qualsivoglia stimolo esterno. Sapranno di essere pronti per varcare la soglia solo quando il loro canino cadrà, ma – ed è qui che sta la sottigliezza – l’unico modo per lasciare la casa è usando la macchina, che sapranno di essere pronti a guidare solo quando il loro canino sarà ricresciuto. Andrebbe tutto a meraviglia, se questi “bambini” non avessero circa tra i venti e i trent’anni, età in cui (a meno di inquietanti motivazioni) i denti non dovrebbero più cadere – e tantomeno ricrescere.

La loro vita, dunque, si svolge tra giochi di dubbio divertimento, come quello di inspirare del cloroformio e vedere chi si sveglia per primo, e tra competizioni accuratamente supervisionate dal padre, che svolge l’indiscusso ruolo di capofamiglia – alla stregua del padre padrone del film Miss Violence – peraltro anch’esso di provenienza greca (abbiamo qualche problema di gerarchia? Chissà).

Trova le differenze.

I dialoghi, spesso, sembrano una pantomima delle poesie futuriste; infatti, le parole hanno un significato del tutto avulso dalla realtà. La “fica” diventa dunque una grande lampada, gli “zombie” dei fiorellini gialli e il “mare” un tipo di divano. I gatti non sono più degli adorabili animali domestici, ma temibili bestie carnivore che divorano i bambini in un solo boccone, gli aeroplani non sono mezzi di trasporto, ma semplici giocattoli, le donne possono partorire dei cani. Ogni tanto ci sono dei raptus di violenza: una sorella ferisce con un coltello l’avambraccio del fratello, l’altra gli colpisce il ginocchio con un martello. Il padre picchia la figlia maggiore con una videocassetta e quest’ultima si colpisce i denti con un peso in modo da far cadere il tanto agognato canino.

L’unico elemento esterno alla narrazione è Christine – il solo personaggio di cui conosciamo il nome, peraltro – l’addetta alla security dell’azienda in cui il pater familias lavora, scortata di tanto in tanto fino a casa della famiglia, rigorosamente bendata, per poter offrire servigi sessuali al figlio represso. Sarà proprio quest’unico elemento esterno a disinnescare la macchinazione così ben orchestrata da parte dei genitori: la figlia maggiore acconsente a praticarle del sesso orale in cambio di due videocassette. Sarà tramite esse che si avvierà il processo di creazione dell’identità da parte della ragazza. Sempre più spesso rimuginerà tra sé e sé citando frammenti di dialogo ascoltati durante la visione, seppur misconoscendo – o misinterpretando – i vocaboli utilizzati. Ma soprattutto, processo ben più importante, si approprierà di un nome, Bruce. Omen nomen, qualcuno diceva, e da quanto si deduce nessuno dei figli possiede un nome – neanche i genitori. Con quest’atto sovversivo e determinato al tempo stesso, la figlia maggiore inizierà ad acquisire un’identità, identità che la porterà a compiere il gesto estremo di colpirsi fino a perdere il canino.

Il paradosso educativo di questo film è spinto fino alle estreme conseguenze: il padre paga una prostituta al figlio per permettergli di sfogare i suoi istinti sessuali; per insegnare ai familiari a difendersi dal terribile gatto, li fa inginocchiare ed abbaiare, come fossero dei cani; infine, per non introdurre più elementi esterni, impone alla sorella maggiore una relazione incestuosa con il fratello. Non si tira indietro ad infliggere pesanti punizioni corporali ai figli e rimprovera la moglie di averli trascurati quando scopre che la figlia maggiore possiede delle videocassette.

Kynodontas è un film difficile da capire: confesso di aver fatto fatica ad arrivare al termine, combattuta tra il terrore dei cambi di scena e l’avida curiosità di scoprire fino a che punto il regista si sarebbe spinto. Ciò che rimane è un profondo senso di disagio e la consapevolezza dell’importanza della propria identità. Senza dimenticare un’infinita gratitudine verso le famiglie che possediamo, piene di difetti ed estenuanti, ma di certo migliori di quella coppia di matti.