“Il existe une variété de motivations qui vous appartiennent, qui ne concernent que vous-mêmes, qui vous poussent à partir dans la vie à ne pas regarder en arrière. De la même façon, il existe une variété aussi grande de motivations qui vous poussent à revenir. C’est ainsi, alors, qu’après toutes ces années-là, j’ai pris la décision de revenir sur mes pas.”

Con questa battuta, pronunciata da Louis (Gaspard Ulliel), si apre Juste la fin du monde, l’ultimo film del regista canadese Xavier Dolan, vincitore del Grand Prix della giuria al Festival di Cannes 2016. Il film è tratto dall’omonima pièce di Jean-Luc Lagarce, uno degli autori teatrali  francesi più amati e messi in scena. L’opera, definita dai critici come il capolavoro di Lagarce, racconta la storia di Louis, interpretato da Gaspard Ulliel, un noto drammaturgo, che dopo dodici anni di assenza, decide di tornare nel suo paese natale per rincontrare la sua famiglia. Il motivo del suo ritorno è espresso fin dall’inizio: ha scoperto di essere mortalmente malato e deve comunicare la notizia ai suoi familiari.

Proprio come in una pièce di teatro, la storia si svolge quasi totalmente in un unico ambiente, la casa materna. Un ambiente che sembra quasi scomparire, per lasciar spazio ai volti e soprattutto agli occhi dei personaggi, messi in risalto con una serie di inquadrature ravvicinate e movimenti di camera che creano una sequenza di oppressione/vicinanza, metafora del rapporto tra Louis e la sua famiglia.

Quella di Louis è una famiglia in cui il dialogo e la comunicazione sono difficili, a tratti impossibili, continuamente interrotti da scontri verbali, che fanno affiorare le fragilità individuali, e l’incapacità dei suoi membri di stabilire un sincero e autentico contatto umano, chiusi come sono in un muro di solitudine e dolore. Tanto che il giovane protagonista ripartirà a fine giornata senza aver rivelato a nessuno della sua morte imminente.

La narrazione del film è scandita da continui faccia a faccia, il primo è con la sorella Suzanne (Léa Seydoux), la più piccola della famiglia, che non ha mai conosciuto il fratello. Per Suzanne, Louis è un eroe, un modello da seguire, in quanto capace di lasciare la piccola realtà di provincia, che per Suzanne rappresenta un prigione, per costruirsi un futuro nella città, facendo conoscere agli altri il suo talento, quello che lei definisce un “dono”. Ma Louis non è un mito solo per la sorella, ma anche per la madre, interpretata da Nathalie Baye. Ancora una volta il rapporto con la figura materna diventa un tema centrale in Dolan, come lo era stato in J’ai tué ma mère del 2009. La madre è fiera di ciò che il figlio è diventato, ma allo stesso tempo lo rimprovera per la sua assenza, per il distacco che ha creato, e per non essere stato la figura paterna, che sarebbe dovuto essere al posto del fratello Antoine.

Ed è proprio il rapporto tra le due figure maschili, quello più intenso e complicato. Il fratello Antoine (Vincent Cassel) appare fin dalle prime scene come un uomo brutale, schietto e arrabbiato, a tratti geloso delle attenzioni che tutti riservano per Louis. Tuttavia, pur nella loro freddezza e distacco, lo spettatore riesce a percepire l’affetto fraterno che ancora li lega. Esso traspare nell’occhiolino e nei sorrisi che i due si scambiano in cucina, mentre la madre racconta delle gite della domenica, ma soprattutto nella scena finale, quando Antoine, alle parole di Louis “je dois partir“, sembra aver capito il motivo della sua visita e in modo violento e brusco comanda al fratello di andarsene, quasi a proteggere se stesso e la sua famiglia da un suo nuovo abbandono, un abbandono a cui questa volta però, non ci sarà ritorno.

Con Juste la fin du monde, Dolan costruisce una storia di grande intensità emotiva, accompagnata dalla musica, grande protagonista di tutti i suoi lungometraggi. Come ha scritto Marco Giusti in una recensione per Rolling Stone: “solo il Natural Blues di Moby, riesce a calmare lo spettatore dal corpo a corpo continuo che impone Dolan in questo vitale, sanguinante Juste la fin du monde“. Ma Dolan non comunica solo attraverso la musica e dialoghi, lo fa con le inquadrature, come ci aveva già abituato in Mommy, e con i simboli. In particolare, utilizza la metafora del passero, presente nell’orologio a cucù che sembra scandire un tempo impercettibile e nel piccolo segna-bicchiere che Catherine, moglie di Vincent (la splendida Marion Cotillard), lega delicatamente al bicchiere di Louis nella scena della cucina. Il passero è simbolo di libertà e della capacità di sfuggire dalle costrizioni e dai legami troppo stretti, proprio quello che Louis aveva fatto dodici anni prima. Sempre il passero, che nella scena conclusiva esala il suo ultimo respiro davanti la porta d’entrata, diventa simbolo di quella sua libertà, schiacciata dal narcisismo e dai singoli egoismi dei suoi familiari, ma soprattutto comunica quell’addio che il giovane non è riuscito a trasmettere a parole.

Jessica Prieto