Scena del film Die Abenteuer des Prinzen Achmed (1926) di Lotte Reiniger

Buona parte delle fonti si riferiscono a Lotte Reiniger come una grande “animatrice di silhouettes”, un titolo che non capita spesso di leggere o sentire. Nata verso la fine del 1800, l’artista tedesca ha vissuto pienamente il periodo degli albori del cinema, rivelando una particolare abilità che le ha permesso di lavorare a pieni titoli nell’ambiente cinematografico dell’epoca: il ritaglio. Molti dei suoi lavori, unicamente animazioni, si rifanno alle storie orientaleggianti de Le Mille e una Notte, di cui richiamano anche l’ambientazione, nonché episodi di opere liriche tra cui quelle di Mozart e Bizet. Il suo capolavoro, tuttavia, è considerato all’unanimità Le avventure del Principe Achmed, un’opera impressionante, già solo considerandone le 300.000 singole inquadrature tagliate a mano in modo quasi maniacale, una per una, pezzettino per pezzettino. Questa miriade di ritagli effettuata tra il 1923 e il 1926 ha dato vita ad una vera e propria perla della silent era che, con i suoi 65 minuti, rappresenta uno dei primi lungometraggi e film d’animazione della storia del cinema.

“I believe in the truth of fairy-tales more than I believe in the truth in the newspaper” ― Lotte Reiniger

Usando tecniche estremamente avanguardistiche come il tavolo multipiani (trick-table, in inglese) per dare il senso di profondità, Reiniger ha creato in questo film un universo unico nel suo genere, anche per il contesto storico cui già accennato. La trama ha molto a che vedere con ciò che oggi l’immaginario comune riconduce alla Disney: l’incontro tra gli amanti si ritrova quasi con le stesse dinamiche in Pocahontas, lo scontro tra i due maghi a suon di bacchette e trasformazioni animalesche ricorda quello de La Spada nella Roccia e, soprattutto, la storia di Aladdin: dal 4° atto in poi c’è effettivamente il personaggio di Aladdin, le cui vicende sono in perfetta armonia con quelle del ben noto cartone, dalla ricerca della lampada nella caverna, al genio, al malvagio stregone che cerca di impossessarsene.

Tra storie d’amore, eroi allontanati, prove da superare, oggetti incantati e malvagi sovrani, insomma, l’intrattenimento non manca; anzi, è davvero incredibile come a quell’epoca, senza il supporto del sonoro (al di là della traccia sonora fatta scorrere in parallelo) e con una tecnica così complessa, la regista ed artista tedesca sia riuscita a creare un’opera di tale complessità d’intreccio e tecnica. Al di là delle vicende, infatti, ciò che davvero cattura lo spettatore durante la visione è la perfezione dei dettagli. Particolare degno di nota è quello delle ombre e dei riflessi, come si può vedere ad esempio nel fotogramma blu poco sopra: quando i personaggi sono immersi nell’acqua, il perfezionismo di Reiniger arriva a gestire in modo attentissimo perfino i riflessi dei personaggi e della vegetazione sulla superficie dell’acqua, rendendole sfumate, dinamiche e mutevoli, raggiungendo un effetto finale davvero realistico. A migliorare poi la percezione degli spazi e del tempo, vi sono gli sfondi monocromatici rossi, blu, gialli e verdi, legati alle dinamiche di giorno/notte e di tranquillità/conflitto; il verde, ad esempio, sembra comparire sempre in momenti di difficoltà o di lotta, mentre il blu è il colore dei momenti intimi o di quelli notturni, elementi che molto ci dicono sulla psicologia dei colori e sul loro uso diegetico-narrativo.

Ancora una volta e anche in un campo come quello dell’animazione, la storia ci insegna che nulla nasce da zero, che ci sono sempre delle radici: già negli anni ’20 le fiabe erano oggetto di attenzione cinematografica e già allora l’immagine veniva usata in modo creativo e sperimentale, sviluppando anche intrecci di notevole complessità; già allora, infine, si mirava alla perfezione tecnica e a sfruttare al massimo le potenzialità contemporanee, “tecnologia” – o forbici – permettendo.

Maria Adorno