I miracoli sono contro natura

Con questa frase si chiude il secondo lungometraggio di Fabio Mollo, dopo “Il sud è niente” del 2013.

Il padre d’Italia è un film ricco: di colori, musica e contenuti. É la storia di Mia (Isabella Ragonese) e Paolo (Luca Marinelli), due personaggi antitetici, che lo stesso Marinelli ha definito uno come “un esplosivo” e l’altro come “un dispositivo che deve essere ancora innescato”. Ed è proprio così, Paolo è un uomo tranquillo, quasi anonimo; lavora a Torino come commesso in un negozio di mobili preconfezionati ed esce da una lunga relazione durata 8 anni con il suo compagno Mario. Mia, invece, è una giovane donna incinta di 6 mesi che gira l’Italia cantando in una band, vivendo alla giornata senza preoccuparsi troppo per il futuro, in uno stato di eterna infanzia. È un film on the road, che costeggia il lato occidentale della penisola, in un viaggio improvvisato alla ricerca del padre della bimba, ma anche alla ricerca di se stessi, passando dal capoluogo piemontese, a Roma, Napoli per arrivare a Reggio Calabria, nei luoghi d’infanzia della protagonista femminile.

I due si incontrano, anzi si scelgono per caso, una notte, in un locale gay, quando Paolo soccorre una giovane ragazza svenuta dai capelli rosa, che gli stravolgerà e gli farà riscoprire la vita. Dal caso nascerà un rapporto intimo tra i due, che li renderà l’uno l’angelo custode dell’altro e completando ognuno la parte mancante dell’altro. Un’intimità che il regista trasmette attraverso inquadrature ravvicinate sugli occhi sperduti di Paolo e sul viso vitale di Mia.

I due protagonisti si rincorrono per tutta la durata del film, Paolo rincorre Mia alla ricerca di una figura materna che lo ha lasciato quando Paolo era solo un bambino e di cui conserva solo l’immagine di una donna che lentamente si allontana, lasciandosi alle spalle il piccolo Paolo, che trascorrerà così la sua infanzia in un orfanotrofio. Mia invece insegue Paolo perché in lui trova quella persona “buona”, di cui ha bisogno per proteggersi dalla sua vita, ormai fuori controllo.

Seguendo le vicende dei due protagonisti Mollo tocca temi importanti. Si parla di omosessualità, e della possibilità per una coppia gay di costruire una famiglia, tema ultimamente oggetto di accese discussioni. Paolo infatti, spaventato dai pregiudizi sociali, aveva rinunciato all’idea di un figlio, credendo fosse “contro natura”. Con Mia invece, per la prima volta vedrà un futuro, un nuovo futuro di speranza e libero dalle barriere che negli anni si è autoimposto.

Lontano però dall’essere un film “politico” o di “denuncia”, Mollo pone l’attenzione anche sul tema della responsabilità, dell’importanza di prendersi cura e sapersi donare agli altri, ma soprattutto si parla di amore. Amore in modo universale: amore per se stessi, tra uomo e donna, tra persone dello stesso sesso, tra padre, madre e figlio. Un  amore di “solidarietà, empatia, superamento delle barriere, scambio”.

Stilisticamente Mollo nel girare il film ha affermato di essersi ispirato al capolavoro di Ettore Scola “Una giornata particolare”,  citato indirettamente nella scena dove Mia e Paolo ballano sulla terrazza tra i capi stesi, ma segue anche le orme del regista canadese Xavier Dolan, non solo per le inquadrature, ma anche per i colori, per l’uso dello slow motion e per la musica (da LIM, a Loredana Berté, ai Villagers). Musica che comunica da sola, e a cui è affidato il compito di esprimere parole che sarebbero superflue. L’addio di Mia a Paolo è affidato al testo della canzone dei The Smiths “There is a light that never goes out”, che la protagonista canta in un pub, in un montaggio che alterna alla scena della performance musicale un’inquadratura sottosopra dei due protagonisti e un’immagine di Mia che si allontana ed esce dalla casa materna. Con questa sequenza Mia lascia Paolo, tuttavia, il legame tra i due sconosciuti rimarrà indelebile, in quanto la ragazza gli donerà la cosa più importante di tutti e di cui Paolo aveva, ma non ha più paura: la vita, una nuova vita dal nome Italia.