Scena del film Intolerance (1916) di David Griffith

Intolerance è uno dei capisaldi della storia del cinema muto e del cinema in generale, un’opera lunga, elaborata e complessa che affronta temi storico-morali con grande maestria. Filo conduttore, neanche a dirlo, è l’intolleranza: l’intolleranza che, attraverso i secoli, ha sempre contraddistinto la specie umana in senso prettamente negativo, distruttivo, controproducente. Il maggior merito di Griffith è che non solo egli ha presentato questa tesi, ma ha anche voluto dimostrarla, proprio tramite il medium cinematografico; come casi emblematici, il regista statunitense ha scelto 4 periodi che, insieme, abbracciano un totale di circa 2500 anni di storia. La scelta, tutt’altro che casuale, ricalca i quattro generi più diffusi all’epoca:
colossal: la caduta di Babilonia nel 539 a.C.;
– passioni: la crocifissione di Gesù in Giudea nel I secolo;
art français: la strage degli ugonotti del 1572 in Francia a San Bartolomeo;
– dramma sociale: il grande sciopero del 1914 negli Stati Uniti.

Partiamo dal titolo: Griffith stesso ha affermato di aver ideato e strutturato questo suo film in risposta alla brutale ricezione del suo precedente The Birth of a Nation (1915), per il quale era stato infatti accusato di razzismo. Secondo i critici e il pubblico dell’epoca, attraverso il film il regista avrebbe voluto fomentare diversi stereotipi razziali e glorificare, invece, il movimento del Ku Klux Klan. All’intolleranza subita, Griffith decise così di rispondere con un film che mostra come l’intolleranza sia sempre stata presente nella storia dell’uomo, come se ne fosse un’intrinseca caratteristica: la quinta scena del film, nascosta, può quindi essere considerata quella dell’intolerranza da lui subita all’uscita del suo ultimo film (ovviamente senza voler dare la stessa rilevanza, con ciò, alla storia personale del regista e a quella di Babilonia o della Crocifissione).

Di particolare rilevanza per comprendere il quadro storico-sociale-artistico in cui il film di Griffith si inserì, invece, è poi l’episodio che segue il conflitto tra il principe Babilonese Belshazzar e i Persiani di Ciro il Grande. Questo primo episodio è, come già sottolineato, associabile al genere del colossal, genere all’epoca era particolarmente in voga in relazione ad un altro Paese: l’Italia. Negli anni ’10, infatti, tra i film più noti c’erano i lungometraggi dell’italiano Giovanni Pastrone, primo tra tutti Cabiria (1914); non pochi furono i registi che tentarono di competere con la sua magnificenza, primo tra tutti il qui analizzato Griffith. L’episodio babilonese può quindi essere visto come un mix dei due fattori, entrambi di grande importanza: auto-difesa dalle accuse di essere razzista e bigotto; competizione artistica.

L’episodio ebraico è quello di più breve durata e trattato in modo più generico, forse per la consapevolezza della sua già forte notorietà. L’episodio francese segue invece una storia d’amore che, come è facile immaginare, non avrà un happy ending. Si arriva infine all’episodio moderno, quello dello sciopero statunitense, spettacolare tanto quanto il primo: per entrambi Griffith si sbizzarrì in particolar modo a livello tecnico, facendo largo uso di gru, carrelli e comparse, nonché usando una scenografia costosa ed elaborata. L’episodio “moderno” apre e chiude il film, ed è l’unico che non finisce in modo tragico, lasciando intendere che Griffith volesse comunque lasciare un messaggio positivo ed ottimistico al suo pubblico: forse c’è ancora speranza; forse, tramite consapevolezza ed autocritica, l’umanità può ancora redimersi e intraprendere un percorso più tollerante. Ma è una strada che andrebbe percorsa progressivamente, in modo globale, partendo dai singoli e arrivando alla Società intera. Un’impresa, questa sì, davvero epica.

Griffith si rivela di grande attualità anche al giorno d’oggi, nel 2017. Molti sono gli episodi che potrebbero essere aggiunti alla serie da lui proposta nel 1916, purtroppo tanti, troppi.

Intolerance, film girato in montaggio parallelo e per questo spesso di difficile lettura (vista anche la durata di circa 3 ore), è poi percorso da un leitmotiv visivo-concettuale che compare ben 26 volte o 16, a seconda della versione di riferimento: una madre che dondola dolcemente e costantemente una culla con un bambino dentro, illuminata da un raggio di luce luminosa, intensamente tenue. Sullo sfondo, tre donne scure e silenziose: che siano le Tre Parche? Essendo questa sequenza un collante tra i quattro episodi, ed essendo la morte onnipresente nel film, ha senso vedere in questo quadro elementi simbolici: la culla è la continuità, è il tempo che scorre inesorabilmente, il tempo che implica il ciclo di vita e morte, la morte che le tre donne si portano via. La storia prosegue e si ripete.
A confermare quest’interpretazione sono i versi della poesia “Leaves of Grass” di Walt Whitman, cui Griffith si ispirò, inserendola anche in un paio delle prime didascalie del film:

“Out of the Cradle Endlessly Rocking
Uniter of Here and Hereafter
Chanter of Sorrows and Joys.”

 Maria Adorno