Il matrimonio, meglio ancora se un buon matrimonio – si pensi al famosissimo incipit di Orgoglio e pregiudizio –, è ciò a cui i genitori di una giovane donzella miravano. E spesso in alcune culture lo stesso matrimonio ha finalità ben diverse, che superano la semplice unione di due persone e la conseguente formazione di un nucleo familiare, arrivando a giocare un ruolo ben più cruciale, come ad esempio l’alleanza o riconciliazione tra più tribù o famiglie o clan etc…

È questo – per essere sintetici – il tema principale su cui ruota la narrazione del film Tanna.

Questo lungometraggio è stato presentato in una sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia del 2015, la Settimana della Critica; grazie alla candidatura al premio miglior film straniero agli Academy Awards 2017 ha superato le possibili difficoltà distributive, a cui possono andare incontro produzioni non ad alto o altissimo budget, trovando una localizzazione italiana. A questo proposito va reso grande merito a Tycoon Distribution per aver accettato la sfida e l’onere di distribuirlo nelle sale a partire dal 4 maggio prossimo.

Oltre alla tematica principale – i matrimoni combinati -, che è trasversale nella storia dell’umanità, tra gli elementi che subito risaltano v’è l’ambientazione – esaltata da un’ottima fotografia, ma non si può dire lo stesso per i movimenti di macchina e il montaggio -: la località in cui si svolgono le vicende narrate, un’isola del Pacifico meridionale, chiamata appunto Tanna. È lì che l’azione si sviluppa ed è lì che i principali attori, tutti membri di tribù autoctone, vivono.

Non si tratta dunque di attori professionisti.

I membri della tribù che soggiorna sull’isola ha collaborato a strettissimo contatto con i due registi (Martin Butler e Bentley Dean) alla sceneggiatura e alle scelte di casting per i personaggi.

La trama è semplice e la narrazione la svela seguendo un ritmo regolare e placido – forse anche un po’ troppo, inquadrature e montaggio sono forse troppo lineari e prevedibili -: un ragazzo e una ragazza sono innamorati e rifuggono il matrimonio combinato di lei con il figlio del capo di un’altra tribù. La logica del matrimonio combinato è frutto di una decisione imposta dall’alto affinché le tribù che abitano l’isola tornino a vivere tra loro in pace e armonia, come un’unica famiglia.

Lo spunto della storia è ispirato da fatti realmente accaduti, come esplicitamente riportato all’inizio del lungometraggio, che hanno spinto nel 1987 i capitribù a innovare l’assetto matrimoniale previsto dalla tradizione, facendovi rientrare il matrimonio d’amore.

La vicenda, che a degli europei può – un po’ a torto – far pensare a una versione di Romeo e Giulietta australiana, ha contribuito a mostrare, anche grazie a un’attenzione particolare alla fotografia (per la quale Bentley Dean ha vinto un premio alla Mostra del Cinema di Venezia), le tradizioni, i modi di vivere e il peculiare rapporto che gli indigeni intrattengono con la Natura circostante – esemplificato dall’anziano sciamano che fungendo da catalizzatore attinge a una sapienza profonda e la riporta alla propria tribù e alle altre cantando -:

 

La sofferenza porta saggezza, uccidere arreca solo dolore

Una parte cerca di prendere il potere l’altra si vendica.

Figli divisi di Tanna riunitevi in pace.

Tornate alle nostre origini,

ascoltate la saggezza degli antenati

e vivete nuovamente in armonia.

 

Non è dunque casuale che sia proprio la Natura a trasmettere all’anziano sciamano prima, e poi tramite lui agli altri membri, il peculiare messaggio di pace e armonia che dovrebbe guidare le tribù che abitano l’isola; esse infatti avrebbero dimenticato il proprio legame di sangue – tutte sono nate dallo stesso grembo, o per meglio dire, dalla stessa terra – ed è grazie proprio alla mediazione della “Madre” che l’armonia tra i fratelli può venir riappresa e resa di nuovo salda.

Gli esseri umani, di contro, non sembrerebbero in grado di giungere da soli a conclusioni così sagge e ponderate; tuttavia la questione centrale che fonda il film è diversa: il rapporto degli esseri umani con il proprio bagaglio tradizionale e culturale, in una parola, con il proprio sapere che funge da norma e orienta la propria vita. Senza di esso ogni essere umano perderebbe il proprio riferimento spazio/logico/temporale tramite cui indirizzare le proprie scelte; si tratta dunque di essere in grado di plasmare il proprio portato valoriale e culturale assecondando i cambiamenti del contesto, facendo spazio di volta in volta a quelle che sono le esigenze della situazione, mantenendo se stessi il più possibile fluidi come un fuoco che brucia e ingloba ciò che viene gettato dentro rielaborandolo, piuttosto che rigidi al modo di una candela che brucia e termina con l’esaurirsi della unica e propria cera.

Insomma il concetto più proficuo che questo film vuole veicolare – e ci riesce – sta tutto nel far rammemorare la peculiarità duplice che caratterizza l’essere umano, ovvero quella di poter essere da un lato agente di cambiamento e dall’altro – e questo è un traguardo più complesso da raggiungere – di ricordarsi che tale cambiamento, riprendendo la metafora delineata poco sopra, perché non si irrigidisca e conseguentemente smetta di proseguire il proprio cammino, vada costantemente foraggiato per fare in modo che la propria forza vitale – così come nell’esempio del fuoco contrapposto alla candela – non si spenga o, meglio ancora, arda sempre più intensamente:

 

È tempo di iniziare una nuova vita,

il giardino dei tuoi genitori ora è tuo.

Ripuliamo e piantiamo i rami di kava [pianta sacra].

 

Valutazione sintetica:   3,5 su 5