Negli ultimi mesi – anni? –, ho notato una crescente sensibilizzazione di tematiche femministe all’interno delle serie tv sviluppate dai colossi della produzione come Netflix, Hulu e Kudos Film. Per citarne alcune, 13 Reasons Why, Sense8, l’ultima stagione di Broadchurch, e, ovviamente, The Handmaid’s Tale.

Fenomeni attuali come quello del consenso, dello stupro, della discriminazione femminile (e delle minoranze LGBTQA+), del victim-blaming e della dimensione del corpo femminile hanno trovato finalmente spazio nella produzione mainstream, forse nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questi argomenti troppo spesso ignorati.

La rappresentazione in chiave realistica – o distopica – di una società di stampo patriarcale, che tratta in modo esplicito o velato le donne in modo diverso, ci offre numerose chiavi di lettura per affrontare in modo consapevole le situazioni quotidiane in cui ci troviamo a prendere posizione nei confronti di quei fenomeni di discriminazione. Dal bullismo a scuola – o al mobbing al lavoro – fino alle nostre esperienze giornaliere più banali, come i fenomeni di hate speech sui social o i commenti sessisti a foto dove le donne scoprono il loro corpo, la rappresentazione cinematografica ci suggerisce di dare un peso diverso alle parole che utilizziamo, ai gesti che compiamo e alle occhiate che lanciamo. La morale che è possibile trarre dalle storie che queste serie tv ci raccontano è che spesso si fa fatica a scindere la dimensione femminile dalla dimensione corporea. Fin troppo spesso la donna, prima di essere un individuo, è un corpo. Un corpo da osservare, da censurare, da toccare, da coprire e da regolamentare. Sin da bambine ci insegnano a stare al nostro posto: a non scoprire più pelle del necessario (come se ci fosse una sorta di confine tra il consentito e il non-consentito tracciato sin dagli albori), a non assumere atteggiamenti civettuoli o provocatori e a tenere il capo chino.

Fin troppo spesso, quando si parla di stupri o molestie, la domanda che qualcuno puntualmente pone riguarda l’abbigliamento della vittima o lo stato psicofisico in cui si trovava. Indossava abiti succinti? Aveva assunto alcol o droghe?, ed ecco che immediatamente la responsabilità del reato non ricade esclusivamente su chi l’ha perpetrato, ma sulla vittima, che in qualche modo “se l’è cercata”.

Il cosiddetto victim-blaming è solo uno degli innumerevoli fenomeni in cui è possibile osservare la discriminazione di genere.

La differenza di trattamento nei confronti del corpo femminile – che come donatore di vita dev’essere preservato e regolamentato – è raccontato in modo estremo e aberrante da The Handmaid’s Tale, serie tv prodotta da Hulu con Elisabeth Moss, Joseph Fiennes e Yvonne Strahovski. In un futuro distopico in cui, a causa delle radiazioni nucleari, molte donne sono diventate sterili, le poche donne fertili devono essere poste al servizio degli strati superiori delle società per far sì che i Comandati e le loro mogli sterili possano perpetuare la specie, ingravidando le loro ancelle. Volendo semplificare, sono considerate degli uteri ambulanti. La serie prende le mosse da un passo della Genesi, in cui Rachele, moglie sterile di Giacobbe, permette al marito di abusare della loro ancella, Bilah, per mettere al mondo dei figli. Chiaro, no?

Il fatto che le donne abbiano il potere di dare la vita, le ha rese schiave in nome di una legge biologica più grande degli esseri umani stessi. Il corpo della donna, quindi, non appartiene più alla donna che lo abita, ma alla società intera. E la società può (e deve!) disporne come meglio crede.

L’idea alla base della serie tv – o meglio, del romanzo di Atwood – vi sembra così folle? Eppure non lo è. In India, in Cina, in Liechtenstein, a Malta e a San Marino l’aborto è illegale. In Italia la legge che regolamenta i modi e i tempi dell’aborto è arrivata solo nel 1978 (e gli obiettori di coscienza sono più la regola che l’eccezione). Negli Stati Uniti, Trump sta smantellando lentamente tutti i progressi a cui gli enti pro-choice sono faticosamente arrivati. Che cosa implica tutto ciò, se non un tentativo di disporre a livello sociale del corpo di ciascuna donna? Cosa vuol dire se non una limitazione della libertà del corpo femminile perché contenente un utero? Lungi dal trattare tematiche astruse, The Handmaid’s Tale è una delle serie più attuali e lungimiranti che sono state prodotte nell’ultimo anno.

Qualunque sia il motivo che ha introdotto questa tendenza femminista nelle serie tv diffuse ultimamente, che sia un disperato tentativo di sensibilizzazione o semplici ragioni di audience, non posso che auspicare che il messaggio che veicolano penetri a tutti i livelli e gli strati della società. Meditate, gente. Meditate.

Benedetta Magro