Titoli di testa di “A Taste Of Honey”, per la regia di Tony Richardson.

“This night has opened my eyes
and I will never sleep again,
you kicked and cried like a bullied child,
a grown man of twenty-five.
Oh, he said he’d cure your ills,
but he didn’t and he never will.
Oh, save your life,
because you’ve only got one.”
– The Smiths, “The Night Has Opened My Eyes” (1984)

Il modello informatico dell’ipertesto, in cui un insieme di documenti con informazioni multimediali sono collegati l’uno all’altro per mezzo di connessioni logiche e continui rimandi, si può applicare anche ai rapporti tra i testi della cultura in cui viviamo, che costituiscono una rete di unità culturali tra loro interconnesse, in cui nessun significato è autosufficiente, consentendo così all’utente-lettore di costruirsi di volta in volta un autonomo percorso di lettura. Ciò comporta che l’identificazione del significato sia un processo estremamente dinamico: la nostra competenza intertestuale consiste infatti nell’uso di concetti legati alla nostra generale esperienza o conoscenza del mondo, appresi nel tempo da altri testi.

Il risultato della costruzione di un personale percorso di lettura che si snoda nella miriade dei nostri prodotti culturali, è che molto spesso, navigando a bordo di un testo nel mare della cultura, si approda a lidi sconosciuti e piacevolmente inaspettati. Io, per esempio, se non fosse stato per quella canzone degli Smiths di cui in esergo, non avrei forse mai scoperto A Taste Of Honey, a cui il testo si ispira. E non è l’unico riferimento nella loro discografia, vista la fascinazione che Morrissey, frontman della band, ha sempre provato per questa storia, tanto da inserirne numerosi riferimenti nella grafica dei suoi album e nei testi delle sue canzoni.

A Taste of Honey è la storia di una giovane tomboy, Jo, che vive in una cittadina portuale nei pressi di Manchester con una madre alcolizzata, con cui ha un rapporto conflittuale. Un giorno, all’uscita da scuola, mentre vagabonda nel porto, incontra un marinaio di colore, Jimmy, che si offre di bendarle il ginocchio, ferito dopo una caduta dai gradini della scuola. Comincia così una breve relazione tra i due, finché Jimmy non s’imbarca nuovamente, abbandonando la ragazza. La madre Helen, nel frattempo, incontra un altro uomo e si risposa: questa per Jo è la goccia che fa traboccare il vaso. Sentendosi respinta e abbandonata, la ragazza intende raggiungere l’indipendenza economica per poter finalmente cominciare una vita autonoma lontano dalla madre frivola ed egoista. Così, affitta un appartamento e trova un lavoro in un negozio di scarpe: lì conoscerà Geoff, un ragazzo omosessuale che si affeziona a lei e, quando Jo scopre di essere rimasta incita dal marinaio, le offre di andare a vivere insieme, dando alla ragazza il sostegno e l’aiuto di cui ha bisogno. L’opportunistico ritorno di Helen, la quale, dopo la relazione fallita col suo nuovo marito, non ha più un luogo dove andare, provocherà tensioni in casa che risulteranno nell’allontanamento di Geoff. Termina così l’amicizia tra i due ragazzi, con Jo tristemente costretta dalle circostanze a tornare a vivere con la madre.

Jo e Jimmy in una scena del film.

A Taste of Honey, la cui versione originale è costituita dal testo teatrale omonimo del 1959, scritto da Shelagh Delaney, rappresentò una svolta nel teatro britannico, annoverandosi tra i maggiori esempi del cosiddetto kitchen sink realism, che puntava i riflettori sullo stile di vita e la condizione sociale della working class, in questo caso chiamando in causa anche le categorie della discriminazione razziale, dei ruoli di genere e dell’orientamento sessuale nell’Inghilterra degli anni Cinquanta e Sessanta. Il risultato è un’opera dell’intento documentaristico sorprendentemente in anticipo sui tempi.

“You know what they’re calling you around here? A silly little whore!” “They all know where I got it from, don’t they?”. Questo è l’irato scambio di battute tra Jo ed Helen, al momento della sua visita per convincere la figlia a ritornare a vivere insieme. Talvolta, Helen sembra provare dei sensi di colpa per via del proprio comportamento egoista nei confronti della figlia, eppure, in fondo, il suo personaggio sembra caratterizzato da un perfetto esempio di “sindrome di Peter Pan”, che fa da contrasto al carattere volitivo, seppur esuberante, di Jo: distante, egoista, ipocrita, capricciosa, i suoi bisogni e desideri sono sempre più importanti di quelli della figlia. Il suo disprezzo per Geoff è evidente dal modo in cui lo allontana, restituendogli persino, in segno di una precisa volontà di recidere ogni legame tra lui e la figlia, la culla che egli aveva preparato in attesa del bambino. Geoff, che era stato l’unico a dare a Jo l’affetto e il supporto di cui ella aveva bisogno quando Helen non era presente, si vede sostituito quando a lei fa più comodo, quando ella decide, per necessità personali, di dover riacquisire il ruolo materno che aveva sempre rifiutato. Quando questo succede, per Geoff non c’è più motivo di restare.

Il personaggio di Geoff colpisce l’attenzione dello spettatore: di lui ci viene offerta una rappresentazione positiva e realistica, decisamente poco comune per l’epoca, soprattutto trattandosi di un personaggio queer, facile da ridurre a una macchietta. Nel panorama deprimente e grigio della cittadina di Salford, l’amicizia tra i due giovani è una sorta di diamond in the rough, segno di come due emarginati riescano a costruire un rapporto sincero e profondo, dandosi sostegno a vicenda, Jo abbandonata dalla madre, e Geoff rassegnato alla solitudine e all’emarginazione per via della propria omosessualità. Quando Jo scopre di essere incinta, Geoff le offre persino di sposarlo, arrivando a dire: “You need somebody to love you while you’re looking for somebody to love”. La sua omosessualità è menzionata apertamente nel film solo una volta, senza farne un pretesto di feticismo o un oggetto di scherno. Forse l’unico dettaglio della sua personalità ad essere piuttosto stereotipico è il fatto che il suo campo di lavoro sia quello della moda (è uno studente di design tessile), ma a parte questo, la sua personalità è quella di un personaggio a tutto tondo e il suo ruolo nella storia non si limita a quello della spalla.

Per un eccesso di pudore, le rappresentazioni canoniche dei personaggi LGBT+ sono spesso caratterizzate dal fatto che, quando il loro essere queer non è al centro delle vicende narrate, non li vediamo mai interagire con personaggi dello stesso sesso, e instaurare con loro legami romantici. Geoff non fa eccezione, giacché il suo legame platonico ed esclusivo con la protagonista non lascia spazio ad altro tipo di relazioni, se non fosse che un piccolo indizio ci giunge riguardo alle sue relazioni passate. In quell’unica scena in cui Jo menziona apertamente l’omosessualità di Geoff, ella riesce a strappargli la confessione che la sua precedente padrona di casa l’aveva sfrattato dopo averlo scoperto a letto con un uomo. In questa scena chiave per la caratterizzazione di Geoff, il giovane si dimostra taciturno e scostante, nonostante le domande curiose e maliziose di Jo. La dinamica in atto tra i due è decisamente interessante: la ragazza, che fino a quel momento aveva avuto a che fare con uomini egoisti od opportunisti, attraenti ma distanti, come il marinaio Jimmy o i numerosi compagni della madre, è attirata dall’idea di una mascolinità diversa, per cui le donne o il desiderio femminile non hanno nessuna importanza. Il desiderio di relazionarsi con una mascolinità meno minacciosa è espresso da Jo quando, nella stessa scena, sostiene che Geoff sia la sua “sorella maggiore”: privare il giovane della sua identità maschile per via del proprio orientamento sessuale è senz’altro problematico, ma esprime perfettamente l’atteggiamento della protagonista nei suoi confronti. Questo scambio di battute sarebbe potuta essere un’occasione in cui trattare la sessualità di Geoff come un feticcio, o un fenomeno da baraccone (pensateci bene: è il genere di fascinazione che generalmente le ragazze etero provano verso l’omosessualità maschile…). Ebbene, se in un primo momento la ragazza si dimostra curiosa rispetto alla “gente come lui”, davanti al disagio e all’imbarazzo del giovane, ella tace e lo rassicura, e l’argomento non viene più toccato.

Jo e Geoff in una scena del film.

La figura di Jo, centro nevralgico della storia, sorprende lo spettatore per la sua spontaneità e freschezza. Si tratta di un personaggio moderno, interessante, con molti aspetti che anche oggi potrebbero dare spunto a dibattiti sociali ed etici ancora aperti: è una ragazzina di appena diciassette anni, studentessa non particolarmente brillante, di certo spigliata ma priva di quel naturale charme femminile, che invece caratterizza la sessualità matura e provocante della madre. Al contrario di quest’ultima, Jo è matura e dotata dello spirito e del buon senso necessari a tollerare le stravaganze e i capricci di Helen, e a sottrarsi alle attrattive del suo stile di vita, in vista di un futuro più sicuro e sereno. Dal carattere indipendente, il suo legame con Jimmy non è tanto segno di immaturità o frivolezza, quanto piuttosto di insicurezza e bisogno d’affetto, quello non ricevuto dalla madre distante o dal padre mai conosciuto. La gravidanza e l’abbandono da parte di Jimmy contribuiscono ad aggravare la sua condizione di emarginazione, giacché oltre alla condizione di povertà, si aggiunge l’onta di dover crescere un figlio senza un padre.

Tra le tante scene a cui Jo prende parte, una in particolare colpisce l’attenzione dello spettatore. In questa scena, Jo nota per strada un ragazzino sporco e vagabondo, e ne conclude che sua madre non avrebbe dovuto partorirlo affatto. Subito dopo, davanti al cadavere di un uccellino sul selciato, comincia una riflessione il cui senso è espresso in modo efficace e diretto: “A bit of love, a bit of lust and there you are. We don’t ask for life, we have it thrust upon us”. Il monologo si conclude in modo struggente, con Jo che, in lacrime, si lascia andare al punto di dire: “I’ll bash its brains out, l’ll kill it! I don’t want this baby, Geoff! I don’t want to be a mother! I don’t want to be a woman!. A parte l’ovvio rigetto della femminilità che va di pari passo a quello della maternità, ciò che è interessante in questa scena è la posizione filosofica che si cela nelle parole di Jo. Nel suo attribuire un significato negativo al momento della nascita, la protagonista si fa portavoce di un certo anti-natalismo, secondo cui, se essere vivi non è una scelta, ma un mero accidente, e dato il carico di dolore che ciò comporta, allora esiste un imperativo morale a non procreare, sostenendo, in un ribaltamento della famosa massima heideggeriana, che sia meglio il Niente e non piuttosto l’Ente. Se siete interessati all’argomento, il mio consiglio è di leggere i lavori dei filosofi David Benatar e Peter Wessel Zapffe (ma nel frattempo, così, tra il serio e il faceto, vi lascio il link della pagina ufficiale del Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, che sposa idee antinataliste e si batte per l’attivazione di questo genere di politiche in tutti i Paesi del mondo). Insomma, niente male per la working class di una cittadina portuale dell’Inghilterra degli anni Sessanta.

“The dream has gone but the baby is real”, cantano gli Smiths in The Night Has Opened My Eyes, e quando il sogno finisce, allo spettatore restano tante domande senza risposta: Jo e Geoff si separeranno per sempre? Jimmy ritornerà mai dal mare? E che ne sarà del bambino che sta per nascere? Riuscirà mai Jo a costruire un percorso di vita per sé e per suo figlio, che sia autonomo ed indipendente dall’influenza di una madre egoista e calcolatrice? A Taste Of Honey è un’opera profondamente moderna, che si misura con le questioni dell’aborto, della discriminazione sessuale, della condizione femminile, delle relazioni interrazziali. Coerentemente con la ricerca di realismo del film, la scena finale non lascia spazio all’ottimismo: sembra che l’amicizia sincera e profonda tra Geoff e Jo sia stata simile alla fiaccola che un bambino in strada porge alla protagonista durante i festeggiamenti per la notte di Guy Fawkes. Una scintilla di umanità in un panorama di squallore, che si spegne in un effetto fade to black.