A volte usciamo dalla sala e l’unica parola che riusciamo a spiccicare è “strano”. Anzi, sarebbe meglio utilizzare il maiuscolo: “STRANO“. Quale aggettivo meglio di questo può descrivere il bizzarro, controverso, assurdo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson? A cominciare dal titolo, l’opera del regista svedese lascia incuriositi e perplessi. Delle tante interpretazioni che sono state date al piccione, che peraltro compare una sola volta nei primi minuti della pellicola, mi permetto di adottare la sola che non mi lasci più stranito di quanto non lo faccia già il film in sé e per sé. Credo che il senso sia: l’immagine irenica di un pennuto immerso nella natura ci induce a pensare che debba meditare su qualcosa di profondo, ma probabilmente sta solo riposando; allo stesso modo lo schermo cinematografico propone una sequenza di fotogrammi evocativi e noi che guardiamo ci arrovelliamo a decifrarli arrischiandoci in pericolosissime elucubrazioni alla ricerca di un significato che spesso semplicemente non c’è. Un piccione è un piccione, sembra dirci Andersson. Tautologia banalissima, che tuttavia gli è valsa il Leone d’oro a Venezia tre anni fa. Questo perché il messaggio passa attraverso una modalità insolita nel cinema di tutti i tempi: la presa in giro (viva gli eufemismi!) dello spettatore.

Le inquadrature del film sono una trentina. Impeccabili dal punto di vista della fotografia, accolgono scene di una compostezza surreale, dove gli attori recitano come delle marionette sempre le stesse battute. Parlano spesso di soldi: un tema adombrato è quello dell’ossessione del denaro che stride con i miseri interni, con l’aspetto pallidissimo dei protagonisti e, infine, con la morte. Emblematico è l’episodio in cui due grossisti di merce clownesca, impacciati e tristissimi, tentano di riscuotere un debito. In risposta a un rifiuto della commerciante minacciano di riprendersi le maschere di zio Dentone, il cui aspetto anziché essere spassoso è terrificante.

Se c’è un accenno di fulcro narrativo nello svolgersi delle scene è rappresentato proprio da questa coppia di clown che si ostinano a diffondere buon umore sebbene facciano piangere. Il commercio di articoli come il sacchetto-risata e i denti da vampiro extra lunghi occupa circa metà del film. La restante parte è dedicata a situazioni che mettono in seria crisi l’ipotalamo di chi è seduto in sala. Tanto per fare un esempio, basti citare l’interminabile sequenza ambientata in un’anonima locanda. All’inizio tutto è tranquillo: c’è chi beve e perfino chi si bacia vicino al jukebox. All’improvviso, dalle finestre si intravede una schiera di fanti a cavallo con tanto di pennacchio. Due cavalieri spalancano le porte della locanda e intimano alle donne presenti di andarsene. Dopo un’ultima ispezione preventiva, entra il sovrano, introdotto dal coro delle truppe: “Carlo XII ha centomila soldati quando avanza in marcia sulla massicciata e nella polvere”. Insomma, una trovata paradossale che fa strabuzzare una volta di più gli occhi al pubblico, che a questo punto ha due alternative: accettare l’ironia e rassegnarsi all’inutilità di qualsivoglia interpretazione, oppure cadere nel luogo comune (della serie “la guerra è una costante dell’umanità”).

Come se non fosse sufficiente, Carlo XII ordina un bicchier d’acqua e ci prova con il barista. Ma proprio quando credi di esserti imbattuto nel film più astratto degli ultimi anni, ecco che Andersson ti fa inciampare nel più lucido realismo. A tale proposito, sono indimenticabili i dialoghi telefonici. «Sono contento di sapere che state bene» viene ripetuto come un ritornello. Di quante frasi vuote[1] come questa è affollata la nostra quotidianità? Un altro esempio è costituito dalla scena finale, dove un gruppo di persone che aspettano il bus discutono se sia mercoledì o giovedì. Sembra di vedersi allo specchio.

In conclusione, “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” è un’ottima prova a sostegno dell’ipotesi di chi considera il cinema d’autore una pratica sempre più autolesionistica. Labirinto di simboli incomprensibili, offre un’alienante parodia della vita di tutti i giorni (dell’essere un essere umano, come riporta una delle prime didascalie) in chiave metacinematografica. Ciononostante, appena le natiche si assestano nella conca del divano domestico, risulta difficile non rievocare questa o quella battuta, questa o quella scena; allora si inizia a pensare: “non era poi così strano…”.

Tommaso Sitzia

1 Ci tengo a precisare che non è il contenuto a rendere la frase vuota, ma la reiterazione, così come se pronunciamo “gomma” diverse volte di seguito ne perdiamo il significato.