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Il piccolo principe di Mark Osborne (2015) è un bel film ignorato dalla grande critica, come spesso accade per molti lavori provenienti oltralpe, dalle case di produzione francesi (a mio parere le migliori d’Europa).
Riportare il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry del 1943, ormai classico dell’immaginario di grandi e bambini, in ogni angolo del mondo, non era assolutamente facile, così come accade quando si va a trasformare in materiale cinematografico un famoso testo scritto. La Walt Disney è maestra in queste operazioni e nonostante ciò, spesso finisce nelle spire di critici improvvisati e non, i quali pretenderebbero più fedeltà.
Operare in questi campi, dunque, non è mai facile e Il piccolo principe di Osborne paga le critiche proprio nella parte di film dove si è preso più libertà inventive. vlcsnap-2017-05-21-18h23m00s946Eppure il totale rispetto del libro c’è stato ed il suo utilizzo è stato assolutamente riguardoso; poi, inserito in una storia più ampia, gli sceneggiatori e il regista hanno avuto modo di spaziare maggiormente con la fantasia, ma: «I grandi… non capiscono mai niente da soli!»; e dunque tocca rimboccarsi le maniche e spiegare quello che è sotto gli occhi di tutti; un po’ come l’elefante inghiottito dal boa, scambiato per un cappello.

La società dei grandi
Iniziamo con una breve panoramica del mondo propostoci da Osborne: un mondo a noi temporalmente contemporaneo, totalmente inglobato nel rigore inflessibile di orari di lavoro, tabelle da rispettare e modelli di vita standard che rendono l’intero mondo un qualcosa che si muove ritmicamente, come una macchina. Il grigio si presenta come tonalità dominante assieme a un edilizia sagomata, persino le aiuole non presentano curve, mentre le automobili adoperate appaiono pressoché identiche.


In questo mondo meccanico e privo di alcuno spunto fantasioso, si inseriscono le due protagoniste femminili, non a caso, prive di nome. Queste vengono identificate con i propri ruoli: la mamma e la piccola ragazza.
Si può affermare che la scelta dell’anonimato non sia un caso per due motivi: il primo è quello di continuare a riprodurre una fedeltà letteraria, legata all’utilizzo di categorie sociali o comportamentali per definire i personaggi del racconto originale (il re, il vanitoso, il piccolo principe ecc.); il secondo è legato al mondo in cui le due protagoniste sono immerse, un mondo in cui le persone diventano ingranaggi di una macchina e per tanto vengono spersonalizzati.

Nelle prime scene vediamo il tentativo della piccola ragazza di entrare in una prestigiosa scuola, che le garantirebbe un futuro economico sicuro e forte, scuola cui i corridoi sono tappezzati (in maniera assolutamente regolare) da manifesti che riassumono un po’ l’intero tema del film: «Cosa sarete da grandi?»; risposta: «Essenziali.».
Essere essenziali per questa società, significa rendersi utili ai fini essenzialmente produttivi; dunque l’uomo si mette al completo servizio della società annichilendo personali ambizioni, o meglio, i propri sogni e i propri svaghi. Il lavoro non deve essere utile per il singolo ma utile per l’arricchimento della società, la quale, inibita da questo modo di pensare, si trova spiazzata e impreparata di fronte l’imprevisto che quasi non coglie, così come la piccola ragazza non riesce a sentire la domanda che la commissione scolastica le pone, fornendo loro una risposta già preparata e incoerente.

La società propostaci da Il piccolo principe è molto simile a quella di un altro film d’animazione recente: The Lego Movie (Phil Lord, Chris Miller – 2014) e le due rappresentazioni del mondo combaciano così bene perché entrambe vengono ispirate dalla visione del mondo adulto da parte di un bambino.
Antoine de Saint-Exupéry racconta (nel libro Il piccolo principe) di una società legata strettamente ai numeri, alla logica asciutta che premia l’evidenza e non la fantasia (di cui anche le materie scientifiche si nutrono nei percorsi di ricerca), un mondo molto simile a quello in cui vive la piccola ragazza e molto somigliante a quello che il protagonista umano di The lego movie immagina come il mondo gestito dal padre.

Dunque questo è un mondo di adulti, non c’è spazio per l’infanzia e per l’adolescenza, i bambini vengono subito responsabilizzati e caricati di un lavoro enorme che servirà solo a renderli essenziali alla società. Così, la mamma decide di pianificare l’intera vita della figlia: anni, mesi, giorni e ore sono già catalogati, i regali di compleanno già previsti e persino le amicizie che dovrà fare vengono previste con calcoli così precisi che sfiorano l’assurdità. La piccola ragazza si ritrova letteralmente ingabbiata in un labirinto di cui conosce già la via ma da cui non uscirà mai.


La solitudine della mamma

In questo suo agire sbagliato, la mamma, però, ha un alibi molto importante. Il regista dedica poco spazio al background di questo personaggio, ma quel che basta per farci capire la solitudine delle due protagoniste, ma in particolar modo della madre. Ciò che sappiamo è che il suo matrimonio si è concluso con un divorzio, probabilmente problematico, che l’ha spinta in una depressione da solitudine. vlcsnap-2017-05-21-18h31m13s379

La mamma si è ritrovata immediatamente sola in un mondo freddo e insensibile, capace di renderti nullo nel caso in cui la persona non si renda più essenziale.
Vedendo, però, che la sua posizione lavorativa è già ben avviata e con un passato alle spalle, si può ipotizzare che il marito la lasciò quando la figlia aveva pochi anni di vita, sobbarcando la moglie di una responsabilità gravosa, viste le ideologie del mondo in cui vive.
Tutto ciò ha condotto la mamma all’idea di rendere indipendente e matura sua figlia, prima del previsto, non per una questione di mera posizione sociale, ma di sopravvivenza. In poche parole: la madre voleva che sua figlia non si ritrovasse sprovvista di un auto mantenimento, nel caso in cui la vita l’avesse messa nelle stesse condizioni sue. Per questi motivi la figura materna offertaci da Osborne non è la classica matrigna che costringe la figlia a stare rinchiusa in casa per fini egoistici o a causa dell’invidia, ma è la vittima di un sistema sociale che tende sempre più a occuparsi dei numeri e sempre meno delle persone.

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La casetta fuori dal mondo dell’aviatore
A fronte di tutto ciò sorprende l’improvvisa vista della casa dell’aviatore. Il contrasto con il resto dell’edilizia del quartiere (case basse, rettangolari, dipinte con scale di grigio) accentua la bizzarria già insita in essa, poiché si presenta con un giardino incolto e disseminato di oggetti vecchi e nuovi di vario genere, nonché la casa stessa è un vero e proprio magazzino.

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A vederla non può non venire in mente l’immagine della casetta di UP accanto i grattacieli, ma, seppur le due hanno una certa somiglianza d’impatto visivo, che separa il rigido progresso da un mondo passato e genuino, c’è una grossa differenza emotiva fra le due. La casetta di UP è schiacciata, inizialmente, dai colossali grattacieli moderni, i quali, però, restano ancorati al terreno e diventano altrettanto piccoli quando Carl, con fantasia e colore fa volare via la propria casa. Quella dell’aviatore, al contrario, è più alta rispetto alle altre case, questo per simboleggiare la vicinanza al cielo stellato e sottolineare lo sguardo mancato verso la volta celeste (e quindi al dilettevole, all’immaginario ecc.) da parte delle altre persone; un insieme, quest’ultimo, in cui non viene calcolata la presenza dell’aviatore, sempre teso a guardar le stelle per percepire la risata del piccolo principe.
«E quindi uscimmo a riveder le stelle.» Diceva Dante nell’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia, a simboleggiare la fine del regno dei peccatori. Quel verso è una boccata d’ossigeno per Dante ma per tutti i lettori, le stelle, simboleggiano il ritorno a una vita di meraviglie e di speranze, ma sono, soprattutto, la materia dove si racchiudono le emozioni, cioè ciò che ai nostri occhi è invisibile e: «L’essenziale è invisibile agli occhi.»; come ripetono più volte nel film. Per cui, la propensione verso il cielo e le stelle assume un’importanza notevole sia per presentare il personaggio dell’aviatore, sia per dar forma alla morale del film.

L’aviatore
Colui che abita questa bizzarra casa non può che essere altrettanto bizzarro: si tratta di un uomo anziano, di cui non si conoscerà mai effettivamente ilpassato. Ciò che ci viene mostrato è un uomo che non rifiuta il contatto con la società (come, continuando il lieve paragone, fa Carl nel film UP) anzi lo cerca, ma è quest’ultima che lo guarda con timore e bada bene a non avvicinarsi troppo a lui e alla sua dimora.
Proprio grazie a queste condizioni, la mamma e la piccola ragazza, possono permettersi di comprare la casa in quel quartiere, deprezzata dalla vicinanza con quella dell’aviatore. vlcsnap-2017-05-21-18h39m17s203
I motivi di tanto timore sono ben presto spiegati: l’elica di un aeroplano (sito nel giardino dell’aviatore) si stacca e trapassando le siepi e la staccionata, finisce anche per sfondare il muro della casa accanto, proprio quella della giovane ragazza. Idealmente e materialmente, l’aviatore sta preparando l’ultimo viaggio della sua vita e cerca di rimettere in sesto il suo vecchio aereo; unica testimonianza concreta del suo vecchio lavoro.
Questo evento (il disastro creato dall’elica), oltre alla sua concretezza, può essere interpretato come una sorta di evento ultimo nella ricerca (da parte dell’aviatore) di qualcuno che sappia apprezzare la propria storia, nonostante non fosse sua intenzione creare quei danni; però è l’evento che genera curiosità nella piccola ragazza e che mette in contatto i due personaggi. Successivamente sarà l’aviatore a inviare nella camera di lei il primo foglio di un manoscritto fantasioso che narra le vicende del piccolo principe, solleticandole la curiosità.

Questo personaggio è atipico; è un personaggio al capolinea della sua esistenza e sa bene di esserlo. Così si guarda attorno cercando, in quella società così rigida, qualcuno che possa ascoltare la sua storia e magari proseguirla e tramandarla.

La piccola ragazza è, ovviamente, il prototipo di persona che stava cercando, perché ancora non così invischiata nel grigiore della società e perché, come tutti i bambini, conserva ancora quel lato ingenuo e fantasioso che la spinge ad amare sempre di più i racconti, pregni di lezioni di vita, del piccolo principe.

L’aviatore troverà in lei la sua erede filosofica, la nipotina con cui poter giocare ed a cui poter insegnare prima di compiere l’ultimo viaggio: metafora della morte.

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Questo personaggio viene adoperato dal regista come tramite per la messa in scena del racconto del libro Il piccolo principe, riportando sullo schermo i dialoghi e le situazioni nel modo più fedele possibile. L’aviatore rappresenta il tramite di una storia che ci arriva da lontano e non a caso raccontata (visivamente) da un particolare stop-motion (una delle forme antenate dell’animazione) ma che conserva una lezione ancora fresca e utilizzabile, tant’è che la piccola ragazza cresce e matura tramite Il piccolo principe e non tramite la vita che la madre le aveva cucito addosso.
Così, con questo espediente narrativo, Mark Osborne risolve l’annosa questione della fedeltà al libro, rendendolo partecipe di una storia diversa, ma in cui tutti noi possiamo rispecchiarci; quindi, non ha solamente riprodotto fedelmente ciò che i puristi desideravano, ma astutamente l’ha inserita in una messa in scena da fiaba narrata da qualcuno a qualcun altro. Situazione più o meno vissuta da tutti in età infantile.

La piccola ragazza e l’ultimo viaggio
Della protagonista del film abbiamo un background in simbiosi con quello della madre, ovvero un passato burrascoso con l’assenza del padre, il quale, dalla grande metropoli in cui vive, le manda continuamente lo stesso identico regalo: la città, con i suoi grattacieli, sotto la classica campana di vetro e acqua in cui galleggia la neve, se scossa. Il padre appare, in questo piccolo e costante gesto, ancora in rapporto con la figlia, seppure flebile e lontano.


In una società che richiede l’essenzialità, quel regalo è ovviamente inutile a un fine pratico, eppure, forse, è l’ultimo barlume di rapporto fra i due. Fosse un padre assente e distante, non si preoccuperebbe nemmeno più di tanto del compleanno della figlia, ma ciò non accade; egli si ricorda della data e continua a regalarle qualcosa di inutile dal punto di vista produttivo ma che è visto (dalla figlia) come l’unico oggetto che più si avvicina a ciò che gli manca: un giocattolo, oltre, ovviamente alla figura paterna. Il regalo della madre, in tal senso, è più essenziale ai fini scolastici della figlia (un microscopio, quindi un oggetto totalmente opposto al telescopio che l’aviatore usa e farà usare alla piccola ragazza), quello del padre è più ludico. Inoltre, la somiglianza del mondo sotto vetro con il mondo immaginario della protagonista, in cui si ritroveranno tutti i personaggi del racconto Il piccolo principe, è evidente e dunque si può ipotizzare, in questa raccolta di indizi sul padre, che egli sia in qualche modo vittima della società grigia e ammazza sogni in cui il piccolo principe si ritroverà a fine film.

Da tutto ciò si può trarre un disagio ancora più pesante della piccola ragazza, compressa fra l’idea del padre sommerso dalla grande città e la madre che ha perso qualsiasi tensione immaginifica. Solo l’incontro con l’aviatore l’aiuterà in uno sfogo personale che si tramuterà anche in una fuga dalla realtà e dalle piccole responsabilità. Con lui scoprirà la bellezza di un racconto, di storie bizzarre ma portatrici di morali solide, la gioia di ridere e giocare spensierata, addormentandosi sotto quel cielo stellato che, fino ad allora, non aveva mai ammirato.
L’aviatore, in questo senso, svolge veramente il ruolo classico del nonno: quello che racconta le favole, che diverte con le sue bizzarrie e con oggetti tecnologici di altre epoche e che si ritrova a dover discutere dell’ultimo viaggio della vita, quello più importante di tutti, aiutato dalle ultime pagine del suo racconto, cioè l’ultimo viaggio del piccolo principe.

Il regista, attentamente, ci offre la morale finale del racconto, quella che tutti noi accettiamo malinconicamente, ma non si limita a questo; in una delle scene più forti e struggenti del film, ci sbatte in faccia la realtà della morte: l’ambulanza, la folla, la pioggia, la bambina che incespica e cade senza raggiungerlo ecc. insomma, un insieme di inquadrature e scelte registiche che trasformano un film, sostanzialmente idilliaco e leggero, in qualcosa di pesante e sconvolgente. Sembra che Osborne voglia mettere gli stessi spettatori alla prova, proprio quelli più adulti, quelli che, di fronte alle proteste della piccola ragazza, per il finale del racconto, avranno sorriso dall’alto della loro maturità nell’affrontare il tema della morte, un tema, però, che per quanto si conosca, ferisce sempre nel profondo quando concretamente si presenta, sia come idea di un futuro, sia come ricordo del passato.
A mio parere, lì, in quel frangente, si consuma una delle scene migliori del film, scene che portano la stessa carica emozionale che la Disney, spesso, sa agganciare alla sciagurata morte di un parente (basta pensare ai classici Bambi o Il Re Leone). La felicità di un rapporto, l’idea di un mondo dove, comunque, tutto andrà bene, questo mondo sicuro, reso sicuro anche dall’animazione stessa, di colpo si trasforma in una catastrofe reale e quotidiana. È lì che Osborne aspettava tutti gli spettatori (specie gli adulti, come già detto) che ora si identificano totalmente con la piccola ragazza, piena di perché e di pensieri che calcano l’ingiustizia della fine, di quest’ultimo viaggio.
Rabbia e diniego pervadono ogni cosa.

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Il discusso finale “alternativo”
Questo trauma improvviso che fa crollare le certezze di un mondo idilliaco, coinvolge persino la madre della protagonista. Solo di fronte a quella scena capisce quanto fosse importante la figura dell’aviatore per sua figlia e quanto il suo operato di madre rigida, fosse sbagliato. In più emerge l’incapacità di quest’ultima a parlare con la figlia di certe tematiche e così interviene il mezzo letterario!
La storia de Il piccolo principe ha ormai messo i suoi semi nella mente della piccola ragazza, la quale, però, deve ancora far suo tutto quell’universo; deve, in poche parole: metabolizzarlo. L’unico modo, o comunque, il modo che il regista ha trovato per farci vedere questo processo è il fulcro delle critiche volte al film, eppure, a mio avviso, il modo più funzionale per trasporre visivamente questo passaggio fondamentale nella psicologia della piccola ragazza.
L’universo narrativo del libro si applica alle esperienze vissute della bambina, ovvero, banalmente: inizia a contestualizzare e personalizzare le parole del libro. Questo è un processo che noi applichiamo sempre, ogni volta che ci approcciamo a un libro, cioè: confrontiamo il nostro vissuto, il nostro mondo fisico e psicologico, con quello che il libro ci propone e tramite questa sovrapposizione involontaria o volontaria riusciamo a legarci a quella storia, a quei personaggi e alle morali (grandi e piccole) che ci propone. La piccola ragazza, dunque, fa un viaggio, il primo viaggio della sua vita verso un mondo che non aveva mai affrontato o che non sapeva affrontare, ovvero quello del suo mondo grigio, fatto di numeri, calcoli, essenzialità, un mondo che distrugge le famiglie e spinge gli adulti a isolarsi, nonché annulla completamente la condizione dell’infanzia. Il racconto dell’aviatore le ha fornito gli strumenti necessari per compiere questa riflessione che si tradurrà, concretamente, in un ritrovamento di tutti i personaggi immaginari, schiavi del suo mondo grigio che aveva imprigionato le stelle (il quale valore è già stato discusso ampiamente).

Ritrovare il piccolo principe cresciuto e costretto in questo pianeta così oscuro, può sicuramente aver scosso i puritani del libro, ma è un passaggio fondamentale per la definitiva crescita della protagonista e per balzare in un happy ending agrodolce.

La sequenza, d’altronde, funziona anche molto bene da un punto di vista interpretativo: lei, una bambina, piomba in un mondo che rifiuta la condizione dei bambini e affrontandolo lo sconvolge da cima a fondo riportando il piccolo principe (non più piccolo) alla sua età infantile, sul proprio pianeta, liberando le stelle e riuscendo a concepire meglio la condizione della morte.

Il finale è realmente “alternativo”?
A mio parere no. La storia che la piccola ragazza crea non va ad alterare in alcun modo il finale vero e proprio del racconto scritto dall’aviatore, anzi lo valorizza sia a livello puramente utilitario per il film, sia sul piano morale.

L’inizio di un mondo migliore
La conclusione del film è realmente un happy ending di speranza e di glorificazione del libro di Antoine de Saint-Exupéry.
Il racconto, un opera apparentemente non essenziale alla società, si è rivelata più utile di qualsiasi altro lavoro ritenuto essenziale dalla società degli adulti ed ha trovato nella piccola ragazza, non solo un lettore ideale, ma anche un editore.
Quando la bambina va a trovare l’aviatore, ormai in fin di vita, all’ospedale, gli mostra come ha rilegato tutti quei fogli sparsi: ciò che era labile e confuso ha trovato una sua dimensione precisa nel mondo. In più è un opera che ha cambiato la mentalità delle due protagoniste, quindi anche della mamma che, sul finire del film, ci viene mostrata intenta a scrutare le stelle assieme alla figlia (e qui si potrebbe creare un raccordo dal microscopio al telescopio).
Il mondo è migliorato grazie a quell’uomo e grazie alle avventure del piccolo principe che, così rilegate, potrebbero passare in mano ad un’altra famiglia e così via, fino a diventare uno dei libri più letti e apprezzati di sempre; cosa che Il piccolo principe è.
Mark Osborne ha, dunque, anche fornito una genesi ideale del libro, fornendoci l’idea che una storia così piccola e semplice possa migliorare il mondo che ci circonda.

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Per tutte queste ragioni le critiche mosse verso il regista, quelle che lo vedono come qualcuno che non ha saputo onorare il testo originale, sono sostanzialmente sbagliate.
Osborne ci ricorda il valore della letteratura, il valore di credere in un mondo migliore, il valore dell’essenziale che è invisibile agli occhi e ci ricorda il valore delle emozioni, da quelle più belle a quelle di cui abbiamo paura e lo fa parlando ad un mondo che vive in costante paura per il futuro, ad un mondo cui le sorti degli stati sono dettate da cifre e gli accordi fra questi sono basati unicamente su cifre economiche e non su altri interessi. Il mondo a cui si rivolge Osborne è un mondo che ha letto e conosciuto Il piccolo principe ma che, come quest’ultimo, è cresciuto dimenticandosi di se stesso e del proprio passato.

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