Nic (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore) in una scena di The Kids Are Alright, per la regia di Lisa Cholodenko

– Look, I’m sorry, I feel like I’m carrying the load here.
– Yeah, ‘cause that’s the way you like it, so you keep control.
– What are you talking about?
– Come on, you hated it when I worked. You wanted me at home, taking care of the kids – you wanted a wife!

A prima vista, un dialogo del genere sembrerebbe tratto da un litigio coniugale come se ne sentono tanti: i ritmi di una vita stressante, la noia, la frustrazione, al momento meno opportuno si manifestano in modo distruttivo nella vita di coppia, scatenando rancori e sensi di colpa. Cambierebbe qualcosa se vi dicessi che a pronunciare queste battute sul grande schermo sia stata una coppia lesbica?

The Kids Are Alright (2010, uscito in Italia con il titolo I ragazzi stanno bene), è uno spaccato di vita familiare realistico e al tempo stesso innovativo, che, con i toni leggeri di una commedia, affronta temi importanti con delicatezza e sensibilità. Jules e Nic sono sposate con due figli, dai nomi estrosi di Joni e Laser, concepiti tramite inseminazione artificiale. Quando Joni, la figlia maggiore, compie diciotto anni, il fratello la convince a contattare la banca del seme per conoscere il loro padre biologico. Così i due incontrano Paul, un ristoratore con la passione per le donne e il buon vino, che entrerà, nonostante le ritrosie delle genitrici, nel loro ménage famigliare… con conseguenze disastrose. Il film si è guadagnato due Golden Globe e quattro nomination agli Oscar, come miglior film, miglior sceneggiatura originale, migliore attrice protagonista per Annette Bening e miglior attore non protagonista per Mark Ruffalo.

La coppia Nic-Jules, una medico, l’altra casalinga, non ha granché di anti-convenzionale: lo scambio di battute di cui sopra testimonia che il loro matrimonio è tenuto insieme a fatica, sebbene con tenacia e passione. Le genitrici sono sempre presenti nella vita dei figli, sensibili, piene di cure: Nic (interpretata da Annette Bening), in particolare, è una vera e propria “mamma orsa”, apprensiva e con manie di controllo, e per questo, quando Paul fa capolino nelle loro vite, tira fuori le unghie. Per converso, Jules è romantica e creativa, e al peggio di sé rappresenta lo stereotipo perfetto della casalinga frustrata con aspirazioni artistiche (quasi a testimoniare che questa figura, tristemente, non esiste solo nelle coppie etero). Qualche volta, le due donne amano vivacizzare la loro vita intima guardando del porno gay, e che ci crediate o no, dietro questa scelta, a quanto pare, ci sono dei “seri” motivi politici.

Nic (Annette Bening), Jules (Julianne Moore), Joni (Mia Wasikovska) e Laser (Josh Hutcherson) in una delle scene iniziali del film.

Superato l’iniziale reciproco stupore, dei figli per aver ritrovato il padre, delle madri per questo tall dark stranger entrato improvvisamente nelle loro vite, e di Paul, affascinato dai ragazzi e sinceramente affezionato a loro, questo quadro famigliare, poco convenzionale ma che scalda il cuore, comincia ad incrinarsi. Il personaggio di Paul è interessante perché, lungi dal rappresentare un esempio di mascolinità minacciosa e reazionaria, è una figura maschile che si sta appena abituando all’idea di essere padre (e la trama ci mostra, con grande sensibilità, il suo percorso di maturazione). Paul è un uomo accomodante e affabile, e la sua unica reazione quando viene a sapere che i suoi figli sono cresciuti in una “famiglia arcobaleno”, è un candido e un po’ imbarazzato: “Ah- I love lesbians!”. Il suo ristorante ha il programmatico nome di WYSIWYG, una sigla che in ambito informatico sta per What You See Is What You Get, e Paul è proprio così, un libro aperto, amichevole, gioviale, affascinante. Al massimo, si può dire che il suo atteggiamento rilassato e il suo spirito libero fanno da contraltare alla raffinatezza e alla sensibilità della famiglia protagonista. Amabile, immaturo, ribelle, ma anche molto confuso e un po’ emotivo, Paul è vittima di un tempismo inopportuno: stanco delle liaisons appassionanti quanto fatue con le sue dipendenti, Paul è in cerca di stabilità e di affetto famigliare. Peccato che vada a cercarli nel posto sbagliato.

Paul (Mark Ruffalo) in una scena del film.

Jules e Paul finiscono per andare a letto insieme, come da copione, un po’ perché Jules è frustrata dalla sua condizione di casalinga disperata, un po’ perché, tutto sommato, si sente legata a quest’uomo sul cui viso rivede le stesse espressioni dei suoi figli. Sarebbe facile politicizzare questo tradimento, ma in realtà è evidente che Paul non è mosso da intenzioni particolarmente riprovevoli, non vede Jules come un trofeo, non pensa nemmeno per un attimo di essere “andato a letto con una lesbica”, e non si sente fiero di sé per questo: Paul è sinceramente legato a Jules, e ha oneste intenzioni di essere per Laser e Joni il padre che non era stato finora – tanto che, in modo un po’ naif, a un certo punto propone a Jules di scappare insieme… cosa a cui lei risponde con un laconico “Paul, I’m gay!”. Non so se vi sembrerà strano che in questa rubrica io spezzi una lancia in favore del maschio-bianco-etero e non della coppia gay di turno, però per questa volta concedetemelo: Paul, in generale, è una rappresentazione maschile positiva, che riscuote simpatia nello spettatore – e l’epilogo del film non gli rende giustizia.

La sera prima che Joni parta per il college, Paul ricompare per scusarsi. Segue un violento scambio di battute tra lui e Nic, in cui lei lo accusa di essere un rovina-famiglie, un intruso nelle loro vite. La scena è d’effetto, ma sarà l’ultima volta che vedremo Paul in scena, e di cui di parlerà di lui. Nella sua ultima inquadratura, sorride attraverso il vetro della finestra a Laser, il quale, gli lancia uno sguardo torvo e si allontana. Eppure, a ben guardare, Paul non è un intruso, anzi, è stato invitato ed accolto nella famiglia, e il tradimento, per quanto sia riprovevole, è stata colpa tanto sua quanto di Jules. E però, mentre a Jules viene data la possibilità di tenere il suo discorso riconciliatore nel salotto di casa, al termine del quale tutti finiscono in lacrime e ci mettono una pietra sopra, a Paul questa possibilità è negata.

Il tono del finale, a mio parere, è l’unica pecca del film, perché quest’intento punitivo nei confronti di Paul sembra in contrasto con la sensibilità e il clima di tolleranza che pervade il resto del film. Certo, un finale in cui si sarebbe prospettata l’idea di una “famiglia allargata” sarebbe stato altrettanto irrealistico, ma sarebbe stato opportuno che si riconoscesse che le colpe dei tradimenti si fanno sempre a metà, invece che spazzare via l’amore di un padre per i figli con un colpo di spugna. Nell’ostracismo di Paul, la sua mascolinità sembra ridotta alla sola dimensione sessuale, e per questo punita e allontanata. Tristemente, queste scelte registiche sembrano tradire il significato originale del film, in cui i personaggi tentano di barcamenarsi tra le cose della vita, gestendo i conflitti con intelligenza e sensibilità. Al contrario, al momento della separazione, a Paul è negato persino il pianto.

The Kids Are Alright è un film queer senza essere queer, giacché mostra i problemi di due donne adulte, alla prese con gli stessi problemi di una famiglia etero, una famiglia stabile e legata da amore profondo, in cui si è sempre disposti ad ammettere che il torto o la ragione non stanno mai sempre e solo da una parte. I ragazzi del titolo sono, infine, i veri protagonisti: Joni, al varco dell’età adulta, che deve lasciare la famiglia e partire per il college, e Laser, alla scoperta della propria identità e del proprio posto nel mondo. La rappresentazione di una coppia queer che emerge dal film sarà forse poco lusinghiera, decisamente non idilliaca, ma sicuramente realistica, portata sullo schermo con sensibilità e calore, un ritratto onesto delle difficoltà di tenere a galla una famiglia, di qualsiasi colore essa sia.