È il novembre del 1971: la serie antologica ABC Movie of the Week ospita al proprio interno Duel, esordio del regista ventiquattrenne Steven Spielberg, e tratto da un racconto dello scrittore Richard Matheson. Il film, realizzato in soli tredici giorni e con un budget di appena 450mila dollari, apre immediatamente al giovane regista le porte del Vecchio Continente: Duel è quindi portato a novanta minuti di durata per poter uscire nelle sale, e il nome del regista inizia a circolare tra gli addetti ai lavori.

Una mattina come molte altre, il commesso viaggiatore David Mann (Dennis Weaver) parte dalla sua casa di periferia con la propria auto per incontrarsi con un cliente. Quello che sembra un viaggio in macchina come un altro, accompagnato dallo zapping alla radio, tra notiziari e improbabili talk show, è disturbato da un gigantesco e arrugginito vecchio camion, che sbuffa in faccia a Mann una spessa nube di fumo nero. Egli cerca allora di sorpassare il rugginoso colosso, ma questi accelera fino a raggiungere una velocità impensabile per un simile mastodonte e sorpassa la macchina di Mann, che riesce faticosamente a lasciarselo dietro e raggiungere una stazione di servizio, per essere nuovamente raggiunto poco dopo dal camion. Mentre Mann fa il pieno, il conducente del camion fa lo stesso: dell’uomo sono visibili solo i jeans e gli stivali. Mann entra allora per chiamare la moglie dal telefono a gettoni: la conversazione verte sulla festa della sera prima, durante la quale la signora Mann ha subito un tentativo di stupro da parte di un conoscente del marito, senza che questi sia riuscito a opporsi concretamente. Il commesso viaggiatore riprende allora la corsa, con il camion a tallonarlo nuovamente fino a farlo schiantare contro la recinzione vicino a un ristorante lungo la strada. Non ci sono dubbi: l’ignoto conducente sta cercando di ucciderlo. Mann entra allora al Chuck’s Cafe e, in una escalation di paranoia, nota il pachidermico veicolo parcheggiato fuori dal locale e due uomini che indossano jeans e stivali, nessuno dei quali si rivela essere il conducente del mostro della strada.

Del conducente del veicolo non conosciamo né l’aspetto né le motivazioni (è forse stato assoldato dalla moglie di Mann? Si tratta invece di uno psicopatico che uccide per puro divertimento?), ed è proprio questo a renderlo terrificante. Anzitutto, ciò lo riduce a pura malvagità, senza ragion d’essere se non quella di ESSERE, appunto, pura malvagità. Sappiamo solo, grazie all’inquadratura delle numerose targhe di veicoli attaccate al “muso” del mostro d’acciaio, che Mann non ne è la prima vittima, e che le forze dell’ordine si trovano completamente inermi di fronte a una minaccia di tale portata. In secondo luogo, il ruolo del cattivo passa dall’autista, a questo punto disumanizzato, al veicolo (notare qui la valenza simbolica del nome David Mann: non solo Davide contro Golia, ma anche Mann – che con una n in meno diventa man, uomo – contro macchina).

Numerosi critici europei videro nel film un commento di stampo marxista sulla lotta di classe e il capitalismo in America, nel quale il camionista rappresentante della classe operaia cerca la sua rivalsa contro il borghese Mann, interpretazione più volte smentita dallo stesso regista. Altri ancora ci vedono una riflessione sui ruoli di genere, nel quale Mann si trova costretto a provare la propria mascolinità. Spielberg invece ha sempre inteso il film come una forma di protesta contro la meccanizzazione della vita, sia riguardante le macchine vere e proprie che l’irreggimentazione indotta dalla società.

In altre parole, si tratta di un confronto tra una persona assolutamente e volutamente ordinaria e un’entità ignota, priva di razionalità e le cui intenzioni non sono comprensibili a noi essere umani: si rivelerà essere una formula fortunata per Spielberg, tanto che la riproporrà successivamente ne Lo squalo (1975) e ne Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). E non è solo Spielberg a capire le potenzialità della formula: nello stesso periodo, un tale John Carpenter, poco più di un anno più giovane di Spielberg, osserva e prende nota. Distretto 13 – Le brigate della morte (1976) vede una stazione di polizia assalita da orde di delinquenti molto più simili a zombie che a esseri umani, mentre Halloween (1978) vede in azione un maniaco omicida che non parla né viene visto in faccia per tutta la durata del film. Le somiglianze non si fermano certo qui: Spielberg ha sempre considerato DuelMezzogiorno di fuoco con ruote e motori”, mentre Carpenter ha sempre nutrito il desiderio, finora mai soddisfatto, di girare un western.

Fermiamoci un attimo al paragone con Mezzogiorno di fuoco. Il film uscì nel 1952, in pieno maccartismo, ed è considerato un vero e proprio spartiacque all’interno del genere western, antesignano del cosiddetto anti-western: i valori eroici tipici del genere sono completamente ribaltati mentre l’intera cittadina volta le spalle allo sceriffo nel momento del bisogno. Duel ha un ruolo molto simile all’interno del cosiddetto genere road movie: laddove un film come Easy Rider rappresenta una fallimentare fuga verso un Ovest utopico e idealizzato, e Cinque Pezzi Facili rappresenta una fuga dagli obblighi della società, in Duel è un banalissimo viaggio di lavoro a tramutarsi rapidamente in una fuga per la sopravvivenza. Non c’è nessun desiderio di ribellione, nessun esplicito antagonismo verso la società mostrato dal protagonista: è semmai la società stessa a lasciare David Mann in balia del proprio destino. Nessuno sembra voler credere che un gigantesco camion stia cercando di ucciderlo, nessuno tenta di prestargli soccorso, e le reazioni che ottiene dalle persone con cui interloquisce lungo il suo viaggio vanno dall’indifferenza all’incomprensione allo scherno fino ad arrivare alla pura ostilità. Così come Mezzogiorno di fuoco è una metafora delle liste nere che coinvolsero numerose personalità hollywoodiane, possiamo vedere Duel come metafora del cinismo dilagante nel periodo immediatamente successivo alla fine dell’utopia hippie, segnato dalla presidenza di Richard Nixon, dall’omicidio di Meredith Hunter all’Altamont Free Concert e dalla sparatoria della Kent State University: in ambedue i film, nessuno viene in soccorso dell’eroe solitario.

Avete anche voi quell’amico un po’ snob che pensa che Spielberg sia solo un competente confezionatore di blockbuster prodotti in serie? Mostrategli Duel, ve ne sarà eternamente grato.