Agli albori degli anni ‘90, decade fervida e acclamata per la serialità televisiva, l’America del piccolo schermo si è brutalmente trovata di fronte a un potenziale game changer; proprio in quel periodo iniziava infatti la trasmissione di quella che, ancora oggi, è ritenuta a furor di pubblico come una delle più importanti serie TV mai realizzate, ossia Twin Peaks. La produzione ABC, nonostante ebbe una vita estremamente breve –poco più di un anno di messa in onda–, riuscì immediatamente a far breccia nell’audience televisivo e a diventare, piuttosto che un banale spettacolo di successo, un vero e proprio fenomeno di culto, influendo in maniera incisiva nell’immaginario pop post-ottantiano. La storia dell’omicidio di Laura Palmer rimane un cocktail squisito per gli occhi di chi guarda, un lento e contorto svelarsi di –sempre meno– piccoli e –sempre più– morbosi misteri, a cavallo tra la parodia e il sogno, collocati in una realtà ricca di orrore eppure in continua tensione verso il sovrannaturale. A questo punto è d’obbligo porsi la seguente questione: la televisione contemporanea è quindi figlia di Twin Peaks? La risposta, sorprendentemente, è no: non lo è affatto.

L’eredità lasciata a livello di temi e di stile è innegabile, basti pensare alla prima stagione di True Detective o a quella di Forbrydelsen, per citare esempi qualitativamente virtuosi, o all’insulso e ormai dimenticato Happy Town; oppure si prenda in considerazione Desperate Housewives, che applica spudoratamente la narrazione soffusa e ammiccante di Twin Peaks addirittura al dramedy più manieristico. Ciò nondimeno va osservato con rassegnazione come tutte queste produzioni, che vanno dall’ispirato al derivativo alla copiatura sterile, costituiscano sempre e inequivocabilmente la conferma di come la proposta lynchana si sia rivelata un’occasione mancata, quella svolta che la macchina televisiva, per ben venticinque anni, ha deciso di lasciarsi dietro. Ciò che Twin Peaks ha rappresentato, ossia il motivo per cui è entrata in maniera così roboante nella vita oltreché negli schermi degli spettatori, è la fortissima connotazione autoriale, libera da –o meglio più forte di– soffocanti logiche commerciali e consumistiche, le quali, in maniera pressoché sistematica, impedivano –può ben dirsi anche impediscono, a dispetto dell’opinione di una larga fetta di consumatori– alle produzioni televisive di poter essere unanimemente equiparate ad altre più nobili forme d’espressione creativa. A tentare nuovamente una piccola rivoluzione non poteva che pensarci lo stesso David Lynch, con qualcosa di completamente anomalo come una stagione inedita di una serie vecchia più venticinque anni.

La terza parte dell’epopea lynchana si è posta da subito come un’operazione ambiziosa e pericolosissima: da una parte, per accontentare i fan, rischiava di cadere nella nostalgia più svilente, e dall’altra, per essere coerente con le ultime produzioni del regista, di seguire la piega sempre più sterilmente autoreferenziale intrapresa dall’autore; l’unica chiave realizzativa vincente che Lynch poteva decidere di adottare consisteva nell’enucleare lo spirito originale della serie, completamente spogliato di qualunque collocazione di spazio e, soprattutto, di tempo, e nel proporre un prodotto più libero e sfrenato, dal respiro più ampio ma che allo stesso tempo non si lasciasse deliberatamente intrappolare in loop masturbatori, magari dimenticando in modo colpevole le proprie radici televisive, in verità impossibili da recidere. Fortunatamente si può dire che, in larga parte, Lynch è riuscito perfettamente nel suo intento, confermandosi, se non geniale, quantomeno straordinariamente intelligente.

Le stagioni originali di Twin Peaks basarono il loro successo, dal punto di vista narrativo, sulla speranza –che non abbandonava mai lo spettatore– di vedere mano a mano sciogliersi una serie di nodi, che però, mentre gradualmente tentavano di dipanarsi, finivano col moltiplicarsi in maniera esponenziale, arrivando a spostare il focus dalla banale ricerca di un assassino addirittura a un’indagine sulle forze sovrannaturali che infestavano la ridente cittadina protagonista della serie; tali sviluppi riuscivano a tracciare i confini di un perimetro sempre più ampio, sempre più dark, e, come spesso accade con la TV, sempre più irreversibilmente indecifrabile. Eppure, contrariamente alle varie soluzioni incoerenti o forzatamente abortite di moltissime produzioni successive, il non-detto di Twin Peaks, risolvendosi in suggestioni piuttosto che in indizi e sempre nella forma prima che nella sostanza, invece di costituire un deficit per l’apprezzamento della storia nel suo insieme, ha fatto in modo di diventare il principale motivo di fascino della serie: che la seconda stagione terminasse con un cliffhanger, per quanto lasciasse lo spettatore inquieto e insoddisfatto nel suo spirito più intimo di fanboy, era in realtà l’unica soluzione possibile che non inquinasse l’autorialità del prodotto –del resto, se per risolvere un caso di omicidio sono serviti 17 episodi, come sarebbero potuti bastarne 13 a svelare le origini di un male originario, mistico e risalente?–. Eppure questo finale-non-finale ha dato il là, in aggiunta a un’infinità di domande e ipotetiche risposte, all’opportunità per l’autore e per la fanbase di ritornare su quegli stessi interrogativi che avevano lasciato crudelmente entrambi sulle spine.

Un’opportunità dunque rischiosa anche perché generata dalla casualità piuttosto che dalla programmazione. Lynch, sempre eccezionale nell’imbrigliare il mezzo televisivo, ha deciso senza troppe remore di giocarsi il tutto per tutto: se si mettono da parte i primi due episodi –vivi e già fertili perché attecchiscano nuovi e disturbanti misteri–, fino a una buona metà della serie lo spettatore è costretto a trascinarsi agonizzante al termine di ogni singola puntata, domandandosi il perché di una narrazione tanto lenta e apparentemente inconcludente; eppure, la fiducia cieca che muove la fanbase, il ricordo indelebile di quelle stagioni datate dai colori caldissimi e dalle musiche oniriche e avvolgenti, accompagnati dalla speranza che si ritorni all’azione promessa dagli episodi d’esordio di questa stessa, rendono Lynch così spavaldo da poter farlo apparire quasi arrogante.

Sin dall’inizio però è già possibile individuare alcune scelte vincenti effettuate durante il procedimento creativo: si veda come l’universo narrativo si sia allargato in maniera totalmente libera, passando dal ristretto orizzonte di una cittadina montana e di una dimensione parallela di poco più grande di un palco teatrale a una molteplicità di luoghi e realtà completamente distinte e differenti, che spaziano da ambienti metropolitani a veri e propri mondi surreali e visionari. La modificazione del setting è al tempo stesso sia uno svecchiante adeguamento meta-narrativo –poiché Twin Peaks, come si è detto, è passato dall’essere un cult di genere al ricevere una vera e propria consacrazione come pilastro dell’identità culturale pop contemporanea, e ciò non poteva non portare delle conseguenze sostanziali–, sia un’opportunità perché gli interrogativi della serie originale finissero col ridimensionarsi drasticamente, potendo così finalmente ottenere risposte in pochi ed evanescenti lampi, e aprendo il campo di indagine a un vero e proprio pantheon sovrannaturale sci-fi, i cui contorni indefiniti si fanno ben presto indefinibili.

Nelle mani di Lynch, che ne effettua un sapiente dosaggio, l’effetto nostalgia, vero e proprio propulsore e spauracchio di tutta la “pre-season”, costituisce dapprima una sorta di provvidenziale collante tra le stagioni passate e la presente, risolvendosi per lo più in specifiche sequenze o in brevi filoni narrativi autonomi; successivamente, mano a mano che ci si avvia verso il finale, prende il sopravvento e si sfoga in maniera smodata, ricorrendo a un seducente –se non proprio osceno– utilizzo delle musiche originali del maestro Badalamenti. Può ben dirsi che l’autore ha saputo così trovare il perfetto equilibrio tra le diverse pulsioni nostalgiche che circondavano la serie.

E proprio il finale diventa forse il momento più determinante per valutare la bontà dell’operazione. I vari dettagli meta-televisivi distribuiti all’interno della trama raggiungono il loro climax nella composizione degli ultimi due episodi: inizialmente sembra che il calvario a cui Lynch ha sottoposto lo spettatore –che non si è mai completamente interrotto almeno fino al terzultimo episodio– debba concludersi premiando quella adolescenziale e irrefrenabile ricerca di certezze e di ordine, che le ultime risposte possano alfine arrivare, lasciando così appesi solo pochi interrogativi trascurabili; ma tutto questo è destinato a sgretolarsi in un soffio, a svanire irrimediabilmente per colpa del sadico egoismo lynchano. Il creatore gioca col mito della sua stessa creazione, provocatoriamente cancella tutto quello che è accaduto, in nome della speranza –ovviamente inappagata– di un finale da sogno; ma non c’è mai stato spazio per il trionfo del bene in Twin Peaks, e dunque non potrà mai esserci un premio per chi ha deciso di intraprenderne la visione, possa pure aspettare in fermento un quarto di secolo.

Dunque non c’è altra soluzione che tornare al cliffhanger, un’impasse così fortemente voluta da costringere Lynch a viaggiare nel tempo, confondere i morti con i vivi e creare dimensioni parallele completamente ignote e inesplorate. E il tutto si chiude con il suo urlo incendiario, un urlo che potrebbe apparire come una prima acerba risposta ma che in verità apre mille altri interrogativi, i quali, auspicabilmente, non si vedranno mai risolti; è uno schiaffo morale a tutta la televisione post-Twin Peaks, un monito che, a volerlo sentire con più accortezza, sembra voler dire “ribelliamoci al consumatore, la televisione può essere anche questo”.