“If you’ve been affected by issues raised in this episode of Broadchurch, you can visit itv.com/advice for support and information”.

La confortante e sollecita voce fuori campo recita queste parole alla fine di ogni episodio della terza stagione della serie di argomento poliziesco Broadchurch, andata in onda sulla TV britannica la scorsa primavera sul canale ITV. Cosa interessante: la voce fuori campo di cui sopra è, alternativamente, femminile o maschile, perché non si abbia l’impressione che le problematiche (di genere) sollevate nella serie chiamino in causa le donne soltanto. Colgo lo spunto fornito da Benedetta Magro nel suo articolo per analizzare il modo in cui Broadchurch affronta i temi della violenza sessuale e della cosiddetta “cultura dello stupro”, con un approfondimento finale sulla posizione dei personaggi maschili in una cornice narrativa così costruita.

Trish, una donna divorziata di mezz’età, denuncia, dopo due giorni dal fatto avvenuto, una violenza sessuale subita alla festa di compleanno della sua migliore amica. Il colpevole l’ha stordita e legata, e al risveglio le ha coperto il viso e l’ha accecata con una torcia per non farsi riconoscere. L’ormai nota coppia di detective Alec Hardy e Ellie Miller (interpretati rispettivamente da David Tennant e Olivia Colman), dopo le procedure di rito e il necessario conforto offerto alla “vittima” (si chiarirà a breve il perché delle virgolette), si mettono sulle tracce del colpevole.

Come giustamente ha sostenuto Benedetta nel suo articolo, anche in questo caso il soggetto femminile si fa oggetto, perde ogni agency e si riduce meramente a corpo, suo malgrado, come testimonia la sequenza iniziale in cui Trish si spoglia e si sottopone ai controlli medici: sin da subito, si comprende che la posta in gioco, il terreno su cui si combatte per recuperare una dignità perduta, è proprio la dimensione corporea, che, forse volutamente, in questo caso non è ritratta in modo canonicamente attraente: il corpo minuto, non più giovane della protagonista, i suoi capelli cortissimi, forse scardinano l’idea stereotipata che abbiamo delle “vittime” di violenza sessuale, per rendere l’idea che tutte, proprio tutte, a prescindere dall’età o dall’estetica, siamo potenziali “vittime” dello stesso crimine. Come giustamente ripete la detective Miller più volte nel corso della serie, lo stupro non ha nulla o quasi a che fare col desiderio sessuale: è uno strumento del patriarcato (e mi scuso con chi legge se uso questo termine problematico e un po’ desueto) per ricordare alle donne il proprio potere, un potere che si esercita soprattutto sui corpi, estetizzati, modificati, e infine, tragicamente, violati.

Broadchurch risponde in modo efficace e metodico, e con grande senso di umanità, alla domanda: cosa succede dopo? E non soltanto nel senso di individuare le conseguenze sociali e psicologiche della violenza sessuale, sul singolo e sulla comunità, ma anche e soprattutto nel mostrare, nella pratica, come e a che prezzo si può continuare a vivere. La serie si sottrae abilmente alla tentazione di far diventare lo stupro una sorta di feticcio: il rifiuto da parte dei detective e degli operatori sociali e sanitari di usare la parola “vittima” (che io ho per questo motivo messo sinora tra virgolette), è simbolo di un rifiuto di assecondare l’immagine di una donna completamente passiva, succube del crimine subito, e un tentativo di restituire agency e dignità all’identità femminile, che diventa protagonista di un percorso di riabilitazione.

Inutile dire, si tratta di un percorso ad ostacoli. Nel piccolo microcosmo della cittadina marittima di Broadchurch, che ancora una volta, come nelle precedenti stagioni, si dimostra brodo di coltura dei mali della società, Trish dovrà affrontare le sue paure e le sue vergogne, senza contare la crudeltà dalle persone che le stanno intorno. Il punto di osservazione in cui lo spettatore viene posto, al contrario, è quello dell’empatia nei confronti della protagonista e di tutte le donne nella sua posizione: il modo in cui è riportato l’orrore dell’attacco (mai mostrato sullo schermo, ma efficacemente richiamato attraverso i ricordi frammentari di Trish), con le sue conseguenze, rappresenta una decisa presa di posizione contro l’atteggiamento, diffuso nell’opinione comune, grazie al quale quante denunciano reati di natura sessuale sono a stento credute e spesso incolpate di aver in qualche modo provocato la violenza (“Com’era vestita?”). Insomma, il messaggio che Broadchurch vuole trasmettere è: non temete di denunciare, verrete credute e ci sarà chi si prenderà cura di voi.

Lo scenario narrativo rappresentato nella serie offre un’immagine piuttosto triste dell’umanità, ma, al tempo stesso, è ammirevole la dedizione con cui i due detective conducono le indagini, determinati come sono a portare alla luce la verità. L’energia della coppia di protagonisti, già collaudata nelle precedenti stagioni, fornisce i pochi (ma efficaci) momenti “comici” della serie; per il resto, Miller si fa amare per la sua determinazione e il suo sincero e umano disgusto, a stento trattenuto, per l’intera vicenda. Hardy, dal canto suo, merita una menzione di merito per essere praticamente l’unico maschio sulla scena (a parte forse il prete del paese) a essere dotato di senso morale. Approfondiamo: il meccanismo narrativo, questa volta, segue una logica inversa rispetto alla prima stagione: se nella prima tutti gli indiziati sembravano avere un alibi di ferro, in questo caso, nella rosa degli indagati, tutti potrebbero essere ugualmente colpevoli. La galleria di tipi maschili in questione offre uno spettacolo a dir poco squallido: ognuno, anche se non colpevole del crimine in questione, ha i propri scheletri nell’armadio. Sembra che l’intenzione della serie sia, in un modo o nell’altro, offrire allo spettatore la rappresentazione di una società in cui nessuna donna è al sicuro. Tra infedeltà, stalking, porno che circola tra gli adolescenti, e le tipiche quanto kitsch foto di “pinup” appiccicate sui muri dei garage, ogni maschio si difende o con malizia o con candore: tutti nascondono del porno da qualche parte, tutti lo guardano, tutti hanno qualche scappatella ogni tanto. Grazie a dio, c’è Hardy. Chi ha seguito la prima stagione in particolare, sa che il detective non è un eroe senza macchia e senza paura, non è infallibile nelle sue decisioni, e non ha un passato cristallino. Ma in questa stagione, tra uno stupratore, uno stalker, un traditore, Hardy, grazie al suo profondo senso di umanità e responsabilità (mascherato da una buona dose di misantropia), è il controesempio positivo rispetto allo squallido panorama maschile offerto dai personaggi della serie. C’è una bellissima scena che chiarisce ancora meglio il ruolo di Hardy nella storia, quella in cui lo schivo e perennemente imbronciato detective va ad un appuntamento con una donna conosciuta su Tinder. La scena in cui i due si incontrano al tavolo di un ristorante, tra un po’ di aspettativa, qualche battuta nervosa, molto imbarazzo, e un tenero e sincero complimento finale, ha lo scopo di mostrare sullo schermo un’interazione sana tra un uomo e una donna.

Ritengo importante far uscire questo articolo in questi giorni, in cui da settimane i telegiornali sembrano improvvisamente concentrarsi su notizie di violenza sessuale, e in cui i giudizi sull’argomento sono lasciati in pasto ai leoni da tastiera, che ci consegnano le loro preziose analisi socio-politiche in 140 caratteri o meno. È innegabile che il set di valori noto come “cultura dello stupro” esista, e che per favorire un cambiamento nella giusta direzione, invece che incolpare le vittime o punire i colpevoli solo quando ormai è troppo tardi, siano necessari alcuni provvedimenti: evitare di rifarsi alla stereotipica dicotomia soggetto femminile debole/soggetto maschile violento, di considerare le donne come vittime predestinate dell’aggressività maschile, comprendere che lo stupro non è una tragica fatalità, ma una violenza strutturale, e infine ammettere che anche gli uomini dovrebbero liberarsi da una certa “ipermascolinità”. Come mai il fattore culturale della superiorità maschile si rivela più forte rispetto a decenni di movimenti di liberazione femminile? Forse, è tempo che le campagne di sensibilizzazione contro la violenza sessuale si rivolgano non solo alle donne, ma anche e soprattutto agli uomini, per insegnare a liberarsi da quella cultura della superiorità maschile che è il sostrato perfetto per certi comportamenti criminosi (e no, quando si concludono nel peggiore dei modi, non chiamateli “omicidi passionali”). In definitiva, liberiamo anche i nostri giudizi, i nostri commenti, i nostri pensieri dai tradizionali stereotipi, ché la prova di forza più grande è rispettare la libertà e la dignità dell’altro, a prescindere dal genere.