Se ci si proponesse di individuare dei topoi nella rosa delle produzioni tele-cinematografiche contemporanee, verrebbe immediatamente in luce la tendenza, in voga soprattutto negli ultimissimi anni, a riprendere brand e progetti risalenti al periodo 80-90; a cominciare dai tentativi di rilancio più velleitari e spudoratamente commerciali –si pensi al nuovo Ghostbusters o alla svilente trasposizione live-action di Ghost in the Shell–, passando per operazioni più compiaciute e ricche di fanservice –tra cui spicca il buon Sam Raimi con Ash vs Evil Dead– e arrivando infine a prosecuzioni d’autore vere e proprie –è il caso Mad Max: Fury Road e della terza stagione di Twin Peaks–. Archiviati il retrò e il vintage in senso stretto, il comune denominatore stilistico di questi nuovi anni dieci sembrerebbe riassumibile, nel bene e nel male, nella parola-chiave nostalgia.

Ma si diceva appunto poc’anzi: nel bene come pure nel male. Laddove infatti la nostalgia può nobilitare un retaggio pop magari altrimenti costretto in una nicchia o peggio destinato all’oblio, andando quindi a implementare una costellazione di riferimenti estetici mai sufficientemente espansa, nondimeno essa contiene in se stessa delle controindicazioni. Il riferimento può farsi regola, limite insuperabile ed eventualmente paragone impietoso, castrando qualunque tentativo di introduzione creativa all’interno di una produzione, bollando infine ogni nuova opera come derivativa. Nel quadro di un equilibrio così precario, vedere cimentarsi un regista in ascesa –eppure ancora acerbo rispetto al genere– come Denis Villeneuve col sequel di una pietra miliare della fantascienza quale Blade Runner, si direbbe il preludio di uno sconsiderato suicidio, un annegamento annunciato nel torbido e onnivoro oceano della nostalgia.

È bene, prima di addentrarsi nell’analisi, non tralasciare una caratteristica particolarissima dell’originale Blade Runner: per quanto sia opinione unanimemente condivisa che Ridley Scott sia un Autore con la A maiuscola, e di conseguenza sarebbe ridicolo relegarlo nella memoria di un unico film come pure di un unico genere, moltissime delle sue opere più risalenti –si pensi in particolare ad Alien, al cult Legend o, perché no, anche a Thelma & Louise– vengono difficilmente citate autonomamente rispetto alle loro categorie di riferimento; ciò perché Ridley Scott ha spesso aperto dei vasi di Pandora, sfornando lavori sì pionieristici, che però al tempo stesso costituivano uno standard inarrivabile per chiunque altro provasse a percorrere quelle stesse strade. In tal senso Blade Runner non fa differenza, avendo rappresentato una vetta estetica proto-ottantiana e contemporaneamente iniziando –verrebbe da dire, come ospite fuori concorso– la corsa all’estro visivo che in molti avrebbero intrapreso nel ventennio fantascientifico a seguire.

La prima scelta coraggiosa di Villeneuve è stata quella di darsi un obiettivo completamente controcorrente, ossia abbandonare qualunque tentazione nostalgica per intraprendere un percorso di completo rinnovamento, a cominciare dall’estetica audiovisiva. Già distintosi per alcune ottime intuizioni nel precedente Arrival, stavolta cerca di far combaciare lo stile minimal di quest’ultimo con la strabordante Los Angeles distopica del 2019; raggiunge il risultato sperato mitigando l’estro sregolato dell’originale principalmente tramite la sua costrizione dentro uno spettro cromatico più freddo e asettico. Un’operazione, già questa sola, tutt’altro che banale, considerati gli infiniti film sci-fi, persino d’autori rodati, che spesso al giorno d’oggi non riescono a liberarsi dal soverchiante immaginario dell’Age of Plastic –si veda, per citarne uno su tutti, il recentissimo The Zero Theorem–. A rafforzare questa nuova cifra visiva ci pensano, parallelamente alle scenografie futuristiche urbane, quelle post-apocalittiche e assai evocative della vecchia Las Vegas, macerie in-movie di un immaginario off-movie ormai estinto; se infatti per quasi tutta la pellicola la proposta –seppur incensurata– non diventa mai ammiccante, le pornografiche gigantesse della Città del vizio catapultano brevemente lo spettatore in un mondo altro, inaspettato e completamente slegato dal resto del setting, un mondo, a detta dello stesso agente K, ormai disabitato. In definitiva il comparto visivo si dimostra vario e sempre convincente, tradendo anzi una fortissima impronta autoriale. A completamento del quadro stilistico, è giusto fare un plauso anche alla scelta dei suoni: il ricorso al sintetizzatore c’è, inevitabilmente; eppure si tratta di un utilizzo maturo e centellinato che accompagna, senza sopraffarlo, un impianto visivo che si è visto già autonomo e solidissimo, eliminando qualunque possibile scorciatoia per catturare l’attenzione degli spettatori.

E dunque, appurato che sul piano stilistico si può notare un’intraprendenza ammirevole ma non necessariamente sorprendente, lo scacco matto va ravvisato nel rapporto narrativo col suo predecessore. Se è vero che in principio viene ripresa la dimensione investigativa dai contorni un po’ sfocati dell’originale, Blade Runner 2049 riduce gradualmente questa componente a una nota di colore, una mera suggestione all’interno di un progetto molto più ambizioso: dare una lettura nuova della comunissima storia di un comunissimo cacciatore di taglie, innalzarla –nella finzione dello schermo– al livello al quale l’aveva a suo tempo innalzata –nell’immaginario culturale nerd– la fanbase, donandole un’ulteriore e inaspettata dimensione mitopoietica. Anche attraverso la scelta audace di rifarsi alla director’s cut dell’originale, si è deciso di restituire al proprio pubblico Rick Deckard e l’androide Rachel come progenitori di una genia a essi preesistente, di riscriverne i destini senza per questo rinnegare quanto già narrato in precedenza. Barcamenandosi dunque su un sottile filo meta-cinematografico, la pellicola si articola in un solido intreccio, in grado di coinvolgere da subito lo spettatore e di distoglierlo da quelle lievissime e imprescindibili forzature letterarie, le quali permettono di spostare il focus da un dramma individuale verso lidi più escatologici. Si noti infine, su questa stessa linea, come le tematiche originarie, al giorno d’oggi ormai sviscerate se non abusate, siano state saggiamente ridimensionate nella loro centralità, rendendo principe la suddetta operazione meta-narrativa, secondo una gerarchia squisitamente post-moderna.

L’abbandono della nostalgia diventa quindi il principale strumento di emancipazione dell’opera, e si può individuare in tante altre, più o meno esplicite, scelte autoriali: il ruolo di Ryan Gosling come protagonista che reclude l’intoccabile Harrison Ford a un mero comprimario, le citazioni a un immaginario fantascientifico lontanissimo da quello ottantiano –si pensi, per citare la più eclatante, all’impertinente e inequivocabile rimando a Her di Spike Jonze–, il finale soffuso che non soddisfa le brame da nerd di chi guarda –anni luce distante dal monologo di Rutger Hauer–; tutti questi elementi sono conseguenza di una maturità e un’autonomia artistica che, considerati i presupposti commerciali della produzione, va oltre ogni più rosea previsione. La pellicola si disimpegna con nonchalance durante i numerosi snodi cruciali e di fronte ai continui tranelli che non potevano non presentarglisi durante lo sviluppo, senza dimenticare mai il proprio retaggio e raggiungendo al fine il proprio obiettivo: realizzare, 35 anni dopo, il sequel perfetto.