Ammettiamolo: i serial killer hanno il loro fascino. E qua devo subito chiarire: non mi riferisco a figure iconiche del genere horror come Leatherface (Non aprite quella porta) o Chucky (La bambola assassina), delle quali ciò che ci incolla allo schermo è quel tipico ambivalente voyeurismo da scena dell’orrore – del tipo, è rivoltante, eppure non so staccare gli occhi. Mi riferisco a un altro modo di caratterizzare i serial killer, ben più realistico e, in tale misura, ben più terrificante.

Prendiamo una scena di un film caposaldo del genere: Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. La protagonista Jodie Foster, che nel film interpreta una giovane spaurita leva dell’FBI, deve far visita al famoso dottor Hannibal Lecter, del quale conosciamo la curiosa abitudine di cibarsi dei corpi delle proprie vittime (con un buon Chianti) e – ci racconta inoltre il mellifluo direttore del carcere – il fatto di aver recentemente staccato a morsi pezzi del volto di un’infermiera che lo stava accudendo. Ciò basta a terrorizzare la giovane Foster e metterla nella giusta disposizione d’animo prima della lunga sfilata davanti alle celle dei detenuti più pericolosi, violenti, sudici. Jodie Foster e lo spettatore si preparano a questo: Hannibal Lecter non può che essere il re di questa sfilata, il più immondo degli immondi, l’incarnazione disgustosa e sboccata del Male. E invece: la cella del dottor Lecter è luminosa, chiara, ordinata; alle pareti vi sono dei dipinti a matita dal tratto magistrale, di buon gusto; e il dottore compare al centro della stanza, con la schiena dritta, ben pettinato, la testa leggermente inclinata su cui sta un sorriso appena accennato sotto due occhi chiari. Il contrasto con gli altri detenuti non potrebbe essere più netto. Parla in modo forbito e ha un’intelligenza splendida; inutile negarlo: è un uomo affascinante. Eppure è una delle cose più terrificanti che abbiamo mai visto.

La produzione cinematografica e televisiva è ricolma di figure di serial killer affascinanti come il dottor Lecter: pensiamo allo yuppi Patrick Bateman, a cui presta il proprio bel viso Christian Bale in American Psycho; o alla serie televisiva Dexter, che gioca apertamente sul sex appeal del protagonista Micheal C. Hall mentre squarta meticolosamente i cadaveri delle proprie vittime. Cosa ci attrae e insieme ci terrorizza di queste figure? Dubito si tratti solamente dei dettagli osceni dei loro crimini; anche se, come ho detto, una certa dose di voyeurismo gioca la propria parte, è un altro il fattore più attraente. Per individuarlo, immaginiamo di trovarci su una scena del crimine. C’è una semplice formula che la polizia applica nelle proprie indagini (e che anche noi applichiamo, seppur inconsapevolmente, all’occasione): cosa + perché = chi; ossia, le risposte alle domande «Cosa è stato compiuto?» e «Perché è stato compiuto?» conducono alla risposta alla domanda «Chi l’ha compiuto?». Ebbene, attorno agli anni ’70 del secolo scorso la polizia americana si trovò di fronte a numerosi casi di omicidio per i quali questa semplice equazione, cosa + perché = chi, era insoddisfacente. In particolare i dubbi si concentravano attorno alla domanda «Perché?»: si moltiplicavano i casi di omicidi plurimi compiuti in modo efferato, con l’aggiunta di violenze sessuali, necrofilia, atti di cannibalismo, mutilazioni e via di questo genere. Erano gli anni di Charles Manson e Ted Bundy, per intenderci. L’opinione pubblica era shockata e altrettanto lo era la polizia: quale spiegazione per questi gesti?

Chiariamoci: non è che non vi siano stati casi di omicidi seriali prima degli anni ’70; il punto è che prima – prima della creazione dell’etichetta “serial killer” – essi non erano oggetto di interesse particolare. Si consideravano gli assassini seriali come degli esemplari malnati, provvisti di un qualche innato “difetto di fabbrica” che a un certo punto della loro esistenza si manifestava in una catena di azioni rovinose. Inutile cercare una ragione dei loro atti, un’origine nelle costrizioni della società o nei loro traumi infantili. Nessuna sorpresa per questa reazione di rifiuto: la mente degli assassini seriali costituisce una sfida all’idea familiare e tranquillizzante dell’esistenza di un Io unitario e insieme razionale. Il loro comportamento è letteralmente schizofrenico (dal greco σχίζω “separare” e ϕρήν “mente”) nell’alternanza tra atti violenti e periodi “freddi”, durante i quali essi conducono una vita sotto ogni altro aspetto normale, come se vi fossero alla guida di una stessa mente due soggetti diversi. (A proposito di questa, se vogliamo chiamarla così, capacità di mimesi dei serial killer, vi è una citazione di Ted Bundy, serial-killer americano che durante gli anni ‘70 stuprò, uccise e praticò atti di necrofilia su circa una trentina di giovani donne: «Noi serial-killer siamo i vostri figli, i vostri mariti, siamo ovunque»). Gli atti dei serial killer non rispondono alla logica delle persone normali e delle loro azioni quotidiane, e nella loro inspiegabilità e imprevedibilità sta il segreto del terrore che suscitano. Ecco quindi ciò ci mette i brividi, e insieme ci affascina, del nostro dottor Lecter e del suo mezzo sorriso gentile: il contrasto acceso tra la sua intelligenza affilata e i suoi appetiti osceni, tra il suo aspetto comune e tutto sommato piacevole e i suoi atti violenti e la sfida che tutto ciò pone alla nostra visione domestica del Soggetto.

Tuttavia negli anni ’70 l’atteggiamento nei confronti dei serial killer muta e diviene quel che potremmo chiamare un atteggiamento giustificatore, nella misura in cui cerca una ragione e una spiegazione per i loro atti. Si comprende finalmente come lo studio del comportamento criminale sia l’unico modo, se non per renderlo innocuo, almeno per depotenziarlo, per non esserne più totalmente terrorizzati. Si sente la necessità dell’analisi psicologica come unico mezzo per raggiungere questo scopo. Si tenta di ricollocare il soggetto deviante all’interno di rassicuranti e ordinate griglie concettuali (i “profili” criminali). Si vede l’atto conoscitivo come argine alla paura.

Di queste prime incursioni nelle menti dei criminali seriali, cioè di quello che oggi chiamiamo criminal profiling, si narra in Mindhunter, ultimo lavoro di David Fincher uscito da poche settimane per Netflix. La serie, tratta da fatti reali, segue le vicende di due agenti dell’FBI, Holden Ford e Bill Tench, impegnati in una serie di interviste a serial killer illustri con lo scopo di individuare dei profili criminali da impiegare nelle indagini e nella prevenzione dei crimini futuri.

Chi ha familiarità con la filmografia fincheriana, riconoscerà che egli è fuor di dubbio uno di quelli che subiscono il fascino dei serial killer, ossessionati dalla domanda sul perché dei loro comportamenti; basti pensare a film come Zodiac o Seven, dei quali potremmo dire che Mindhunter è un adattamento in formato serie televisiva. Inoltre Fincher non è estraneo, e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci, al tema della schizofrenia, narrata in Fight Club. Ed è bravissimo nel restituirci questa passione quasi ossessiva per l’indagine sulla mente criminale: certamente i colloqui con i serial killer costituiscono i momenti più alti di Mindhunter. In essi la tensione è costruita meticolosamente e inesorabilmente attraverso la sola descrizione verbale degli atti di violenza, senza bisogno di una loro riproduzione visiva (con l’eccezione delle fotografie dei dossier di polizia), cosa che solo i migliori maestri del thriller sanno fare. Anche la recitazione dei personaggi coinvolti in queste scene brilla particolarmente (la mia preferenza assoluta va a Cameron Britton nei panni di Ed Kemper, serial killer americano dall’aspetto di gigante buono, che negli anni ’70 violentò, uccise e praticò necrofilia su molte giovani ragazze, così come alcuni membri della sua famiglia). Coinvolgente – e ciò è il miglior esito per un buon thriller psicologico, qual è Mindhunter – è inoltre la struttura degli episodi, separati in un primo momento diciamo di “apprendimento”, centrato sul dialogo con il serial killer e sullo studio del suo carattere, e un secondo momento di “esercitazione” su un qualche fatto di cronaca, alla ricerca di somiglianze e differenze col profilo tracciato in precedenza. Il tutto crea un gioco, a cui lo spettatore si sente chiamato a partecipare attivamente, che è il pregio migliore della serie. Il difetto è che al di fuori di questo gioco Mindhunter manca di ritmo e presenta poca attenzione alla caratterizzazione dei personaggi secondari, i quali risultano scarsamente caratterizzati quando non stereotipati (come il boss dei due protagonisti, interpretato da Cotter Smith). Disperatamente in cerca di una collocazione appare la dottoressa Wendy Carr, interpretata da Anna Torv, il cui personaggio, per quanto non spiacevole, appare francamente superfluo, almeno per la prima serie. Pertanto se non siete di quelli che si mettono a canticchiare allegramente Psycho killer dei Talking Heads (che ovviamente compare da colonna sonora alla serie, scelta banalotta ma forse doverosa e che comunque non abbassa il livello di originalità delle musiche, già di per sé scarso) o che non hanno consumato i propri di dvd di Hitchcock, lasciate perdere. Per tutti gli altri… Psycho killer, qu’est-ce que c’est?