Welcome to San Junipero – Party Town”, recita l’insegna al neon di un locale notturno in una cittadina balneare della West Coast americana, tutta spiagge assolate e tramonti pastello sull’oceano. Nel locale risuona una canzone anni ’80, mentre una torma di gente vestita a tema si agita sulla pista da ballo. La città di San Junipero offre ogni tipo di intrattenimento, il genere di cose che si fanno per sentirsi vivi. Peccato che, in questa città da favola, i vivi siano davvero pochi.

San Junipero è il quarto episodio della terza stagione della serie TV britannica Black Mirror, firmata Netflix. Il titolo della serie allude agli schermi spenti dei nostri computer, tablet e cellulari, che, quando non sono in funzione riflettono tristemente il volto di chi vi sta di fronte. Infatti, il tema principale della serie, composta da 13 episodi in tutto, ognuno con diversi personaggi e situazioni, è il seguente: la tecnologia rivela il volto oscuro dell’umanità che l’ha prodotta. In ogni episodio, una caratteristica della nostra Computer Age (l’ossessione per il fitness e i talent show, il sempre più sofisticato realismo dei videogiochi, l’uso dei social per diffondere messaggi di odio, ecc…) viene estrapolata e portata alle sue estreme conseguenze, sviluppando scenari distopici e inquietanti, dalle atmosfere dark. Se la tecnologia offre gli strumenti per cambiare il mondo, non è detto che la razza umana, data la propria proverbiale tendenza a peccare di hybris, sia in grado di cambiarlo per il meglio. La serie, pur essendo una galleria di concept brillanti, portati sullo schermo con notevoli risultati sia dal punto di vista attoriale sia di regia, risulta a volte desolante e un po’ stancante da guardare, proprio per i suoi scenari disturbanti e per il suo giudizio fatalistico sul destino dell’umanità.

Tuttavia, il potere di San Junipero di tenere lo spettatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine risiede proprio nell’approccio contrario: tutto sommato, il Paradiso è un posto sulla Terra. L’episodio narra la delicata e memorabile storia d’amore tra la timida Yorkie e la vivace Kelly, due ragazze che si incontrano in un locale notturno a San Junipero. L’inebriante libertà di cui le due giovani godono nella realtà parallela della cittadina balneare, per una volta, non nasconde terribili colpi di scena, anzi, porta sulla scena un messaggio di pietà e di poesia, con cui alla fine giunge, tanto atteso, il lieto fine. Il fatto che il lieto fine ci sia è un particolare non di poco conto, data la frequenza con cui gli screenwriter decidono di eliminare fisicamente i loro personaggi LGBT+, quelli femminili in particolare, a cui toccano morti tragiche e finali drammatici – si pensi al suicidio di Tricia nella prima stagione di Orange Is The New Black, o alla morte di Lexa in The 100, che ha scatenato l’immediata indignazione dei fan sui social (se volete saperne di più, rimando alla pagina di TV Tropes dall’eloquente titolo “Bury Your Gays”). Insomma, San Junipero è una felice eccezione.

Gugu Mbatha-Raw nel ruolo di Kelly e Mackenzie Davis nel ruolo di Yorkie in una scena di “San Junipero”.

L’episodio è strutturato magistralmente, con una prima parte dedicata a sviluppare il legame tra le due protagoniste che confluisce naturalmente, senza forzature, in una seconda in cui Yorkie compie una sorta di viaggio nel tempo per rintracciare l’amata perduta. A questo punto, allo spettatore sono stati forniti abbastanza indizi da incuriosirlo sul segreto di San Junipero, e al tempo stesso da farlo affezionare alla storia d’amore tra le due giovani, che presentano caratteri opposti e complementari, rendendole così due personaggi iconici e memorabili. L’imbarazzo di Yorkie e i suoi grossi occhiali tondi fanno da contraltare allo stile vistoso di Kelly e alla sua personalità esuberante (che non manca, a tratti, di momenti di vulnerabilità e di umanità profonda), e il modo in cui le due ragazze si avvicinano e imparano a conoscersi, contro ogni paura, ogni reticenza, ogni vergogna, sembra l’unico dettaglio profondamente realistico ed umano, in questa città irreale, in cui il sogno, come nelle migliori favole, finisce a mezzanotte.

Quando, a poco a poco, viene rivelata la verità su San Junipero, lo spettatore è già completamente assorbito dalla storia: San Junipero infatti non è altro che una simulazione, una sorta di “terapia della nostalgia” che una grande corporation offre ai malati terminali e ai loro cari: i primi, dopo la morte, possono chiedere di essere caricati permanentemente in un cloud e vivere così per sempre (?) nella ridente cittadina, mentre i secondi possono far loro visita per cinque ore alla settimana, e comunque mai oltre la mezzanotte. Kelly e Yorkie sono nella realtà molto diverse dal loro avatar virtuale: la prima è un’anziana donna lentamente divorata da un cancro, mentre la seconda ha vissuto i suoi ultimi quarant’anni di vita in coma. Vale la pena, a questo punto, soffermarsi sull’importanza del passato di queste due donne, i cui dettagli ci vengono forniti nella parte più emotivamente coinvolgente dell’episodio. Yorkie non ha mai avuto modo di vivere davvero la sua vita da quando, all’età di 21 anni, un grave incidente stradale l’ha costretta in uno stato vegetativo: guidava l’auto in seguito ad un litigio con i suoi genitori, i quali rifiutavano di accettare la sua omosessualità. Questi particolari, in modo piacevolmente sorprendente in narrazioni di questo tipo, non sono messi al centro della storia per aumentare il senso di pathos: nonostante gran parte del fascino di San Junipero risiede nell’avere come protagonista una coppia lesbica, l’identità queer di Yorkie non è un pretesto puramente formale per dare una parvenza di equanimità alla storia, bensì è semplicemente parte del personaggio, contribuendo a renderlo realistico e a giustificare il suo percorso narrativo. Kelly, d’altra parte, non è solo l’esuberante party girl che a prima vista può sembrare: anche lei porta sulle spalle il fardello di un passato doloroso, che rappresenta la ragione del momento di rottura tra le due ragazze. Insomma, chi non vorrebbe, se si presentasse l’opportunità, passare la vita (la morte?) in una versione di sé eternamente giovane, insieme alla persona amata? Mentre Yorkie è determinata a passare permanentemente il prima possibile a San Junipero per vivere la vita che non ha mai avuto, Kelly è invece convinta che questa immortalità informatica abbia qualcosa di inumano e di inquietante – il che, a dire il vero, riflette la prima impressione dello spettatore: che effetto fa scoprire che una dimensione che si credeva reale, non è che popolata da “cervelli in una vasca”? – e che, al posto di questo anestetico virtuale, si dovrebbe imparare ad accettare la sofferenza come parte integrante della vita umana.

La rottura è presto sanata quando Kelly comprende che le responsabilità che si trascina come un fardello dalla sua vita passata non sono che una zavorra che le impedisce di stare accanto alla donna che ama – e per questo, straordinariamente, San Junipero, più che un saggio di fantascienza com’è il resto della serie, tratta di una semplice e romantica storia d’amore. Forse, sembra suggerire la morale dell’episodio, non ci sono obblighi morali. Nemmeno la tecnologia è intrinsecamente cattiva, anzi, in questo caso offre persino un sollievo pietoso dalle sofferenze dell’esistenza. L’unico imperativo che ci resta da seguire è la voce del cuore: nel turbinoso montaggio finale, sulle note perfettamente calzanti di Heaven Is a Place on Earth di Belinda Carlisle (nota: la colonna sonora dell’intero episodio merita già di per sè), si susseguono scene della nuova vita di Kelly e Yorkie, finalmente unite in eterno amore nel paradiso di San Junipero, intervallate da riprese di un enorme spazio industriale in cui dei bracci meccanici maneggiano delle USB, ognuna rappresentazione delle anime che popolano questo inquietante, ma al tempo stesso estremamente allettante, paradiso terrestre della Computer Age.