Scrive Antonio Gurrado, in un suo recente articolo per Il Foglio, che The Place è «un film tomista, molinista, insomma cattolicissimo» e che pertanto «deve sperare nel mercato estero. Non è un film per una nazione talmente refrattaria alla responsabilità individuale da credere che, se uno è cattivo, non possa farci niente: una nazione sedicente cattolica che, pur di trovare scuse alla propria indolenza spirituale, protestantizza e luteraneggia».


Lasciatemi esprimere il mio parziale accordo – o parziale disaccordo – con Gurrado. The Place è senz’altro un film «cattolicissimo». Valerio Mastandrea – l’uomo senza nome che, seduto sempre al medesimo posto della medesima tavola calda anni ’50, dispensa ai vari questuanti dei compiti moralmente terribili in cambio dell’esaudimento dei loro desideri – è un vicario del diavolo, se non è un diavolo egli stesso. È un demonio tentatore che dice a un cieco: se violenterai una donna ti restituirò la vista; oppure: guarirò tuo figlio malato, se ucciderai la figlia di un altro. The Place mette in scena, come nota Gurrado, tutta la gravosità e la pena che seguono dal possesso del libero arbitrio: ciascuno è interamente responsabile delle proprie azioni (l’uomo senza nome lo ripete più volte a chi tenta di discolparsi: io ti ho incaricato di un’azione, ma tu non l’hai compiuta per me, l’hai compiuta per te). E insieme, man mano che le storie dei singoli protagonisti proseguono e s’intersecano rivelandosi i fili di un’unica trama, The Place delinea anche il paradosso del rapporto tra libero arbitrio e onnipotenza divina, dell’essere libere pedine nel preordinato piano divino.

È un film profondamente moralista, The Place, eticamente costruttivo. Mastandrea tenta le pecorelle che vengono a chiedere aiuto, ma è un povero diavolo che ha disgusto di ciò che fa; perché sa che Dio punirà i peccatori e premierà i puri. Ecco allora che il figlio di Vinicio Marchioni guarisce miracolosamente quando il padre decide di salvare la bambina che avrebbe dovuto uccidere. Vittoria Puccini viene picchiata a morte dopo aver esaudito il proprio desiderio di vedere il marito soffrire. E il poliziotto Giallini, che per riavere l’affetto del proprio figlio insabbia la denuncia di questa donna malmenata, viene accontentato solo quando abbraccia il più sincero pentimento.

The Place punta in alto, inizia disegnando una perfetta teodicea, dove il Male non è voluto da Dio, bensì è conseguenza del libero arbitrio umano. Ma non osa e si conclude come un perfetto compendio del catechismo della parrocchia di quartiere, dove persino il diavolo viene perdonato. Perché è un film nel quale, alla fine, sono tutti buoni, tutti onesti, tutti pentiti. Ed è per questo che non è un film indigesto al mercato italiano, agli italiani «brava gente». A un Paese di moralisti, nel quale siamo tutti vittime e nessuno è colpevole, perché chi fa del male, lo fa alla fine «per sopravvivenza» – come l’evasione -, poi va a casa e prega Dio, ché tanto Dio perdona sempre. Un Paese nel quale le cose spiacevoli accadono a chi «se l’è andata a cercare». Un Paese di bigotti, che crede ai diavoletti e agli scongiuri. Un film «cattolicissimo» per la cattolicissima Italia.