Locandina Dark (2017).

Se Dark (2017) fosse una torta, sarebbe molto semplice azzeccare i suoi ingredienti: un’abbondante manciata di Stranger Things, Interstellar q.b., un pizzico de Il caso Spotlight, una spolverata di Donnie Darko. Infornare e farcire con crema al gusto Nietzsche e citazioni bibliche.

Se vi sembra che questo mix suoni delizioso come i cavoli a merenda, aspettate di guardare il prodotto finale. Come ci insegna la psicologia della Gestalt: “L’insieme è più della somma delle sue parti”. Infatti, Dark risulta ben peggiore di quanto possa suonare la mera enumerazione dei suoi componenti.

Sarò più chiara: Dark tutto sommato ‘si fa guardare’, come direbbe mia nonna. Dieci episodi scivolano abbastanza in fretta e ti tiene sulle spine quanto basta per impedirti di chiudere la finestra del browser e dedicarti ad attività probabilmente più interessanti – e di certo più redditizie.

Il problema di Dark non è l’assenza di trama: è l’assenza di caratterizzazione dei personaggi – molti dei quali anche cruciali –, la mancanza di coerenza strutturale, la complessità delle relazioni tra le diverse parti in gioco mai realmente estrinsecata e resa chiara.

Una breve sinossi senza spoiler potrebbe suonare così: apparentemente tranquilla cittadina tedesca, un suicidio, un ragazzino scomparso, una centrale di energia nucleare, ragazzini e adulti che fanno cose. Fine.

Tuttavia, per poter argomentare quanto ho scritto qualche riga più su, devo scendere nei dettagli, quindi: per coloro che non hanno visto Dark, ma hanno davvero intenzione di farlo, fermatevi qui. Per coloro che non hanno visto Dark, ma che sono troppo pigri sia per guardarlo che per continuare a leggere, fidatevi di me. Infine, per coloro che hanno visto Dark – o per coloro che non l’hanno visto ma che non hanno intenzione di farlo mai e poi mai – aspettatevi molte righe di polemica.

Vi ho avvertito, eh.

[SPOILER ZONE]

Dark si apre con un suicidio. Chi è costui, lo scopriremo a breve. Perché l’abbia fatto, rimarrà poco chiaro. Ma non è l’unica cosa a restare oscura, sarà per questo che la serie si chiama Dark? Chi può dirlo.

Dopodiché, tante scene alla Stranger Things: famiglie ordinarie e middle class, ragazzini che vanno a scuola in bici, triangoli amorosi poco definiti, un adolescente scomparso. Dopo poco, l’idea geniale: andare in una buia foresta a recuperare la droga del compagno scomparso di cui sopra, vicino ad una grotta chiaramente sinistra, durante la notte, sotto la pioggia. Geniale, no? Cosa potrà mai accadere di male? D’altronde siamo nel 2019, e centinaia, anzi, migliaia di film horror non ci hanno insegnato nulla.

Brevemente: i ragazzini recuperano la droga, ma un inquietante boato mette in fuga l’allegra brigata. Uno di loro scompare, gli altri tornano a casa sani e salvi, si trova il cadavere di un terzo ragazzino, che non è né quello appena scomparso né quello già scomparso.

Salto temporale. 1986, trentatré anni prima. Il ragazzino scomparso esce dalla grotta e si reca a casa – salvo scoprire che casa sua, sebbene sia davvero casa sua – sia casa sua trentatré anni fa. Suo padre infatti ha quindici anni, e – come è facilmente presumibile – non è ancora suo padre. Inoltre, il ragazzino arriva appena un mese dopo la scomparsa di suo zio – alias, fratello tredicenne del padre quindicenne – che si scoprirà essere il cadavere appena trovato nella foresta nel 2019. Chiaro, no?

Da qui in poi, gli eventi precipitano. Il protagonista scoprirà che il padre non è altri che il ragazzino scomparso nel 2019 e rispuntato nel 1986, ovvero il fratello minore della ragazzina che gli piace nel 2019, Martha, che quindi a questo punto risulterà essere sua zia (vi ricorda qualcosa? A me sì); lo psichiatra del protagonista e marito della detective che cura le indagini scopre che il proprio padre, affetto di demenza senile, in realtà era responsabile della scomparsa dei ragazzini nel 1986 – piccola nota: il padre risulta sfigurato perché nel 1953 (!) è stato quasi ucciso a sassate dal padre del ragazzino scomparso nel 2019 e rispuntato fuori nel 1986; il cattivissimo della serie, tale Noah, è un prete che non cambia mai aspetto dal 1953 e il cui ruolo consiste nell’adescare bambini a cui friggere il cervello, citare passi della Bibbia e interessarsi perversamente ai viaggi nel tempo. Perché? Chissà. In tutto questo, uccelli morti continuano a cadere dal cielo, l’impianto elettrico dell’intera cittadina funziona a intermittenza (vi ricorda qualcosa? A me sì), nonostante il protagonista scompaia per ore – addirittura giorni – nessuno si chiede mai dove sia finito, nonostante, ehi!, siano scomparsi già due (poi tre) ragazzini.

Ma non è finita qui: infatti la nonna del protagonista risulta misteriosamente ignorata dalla madre, che la taglia via dalla foto di famiglia; la nonna del migliore amico del protagonista si scopre essere una sorta di Indiana Jones dei poveri che vive di cacciagione in un nascondiglio segreto e indaga privatamente sulle connessioni perverse di eventi che si stanno verificando; un libro sui viaggi nel tempo che spiega l’intera situazione continua ad essere passato di mano in mano senza evidentemente essere mai letto; un misterioso individuo con il cappuccio gira per la città con fare furtivo e nessuno si insospettisce e, cosa più sconcertante, nessuno riconosce nessuno sebbene siano passati solo trent’anni. Nessuno si rende conto che quel ragazzino che si aggirava sperduto nel 1986 a Winden – e che declamava di essere arrivato dal futuro – assomigli in maniera sconcertante al figlio scomparso del detective nel 2019. Nessuno.

I personaggi, probabilmente in linea con l’ingenua idea determinista che governa l’intera serie tv (“Il libero arbitrio non esiste, siamo costretti a ripercorrere i nostri passi infinite volte perché è così che deve andare”), si muovono sullo sfondo come le palline impazzite di un flipper. Si aggirano per lo spazio-tempo facendo gesti a caso, interagiscono dicendosi frasi sconclusionate, tessono relazioni inconcludenti. Ognuno agisce proseguendo a testa bassa lungo il proprio sentiero ed ignorando la collettività. Dark non è una serie tv corale, è un ammasso di voci che cantano seguendo ognuno il proprio ritmo, la propria tonalità e la propria scala. Il risultato? Una stonata accozzaglia di suoni che risulta tutto fuorché armonica.

Dark, infatti, come avrete intuito dalla mole di fatti elencati, apre molte, moltissime parentesi e ne chiude una piccolissima percentuale. Ad esempio, cosa porta Noah a voler scoprire la natura dei viaggi nel tempo? Perché non invecchia mai? Da dove è spuntato il marito della proprietaria dell’Hotel di Winden? Perché nessuno si rende conto dell’enorme cupola di energia che sovrasta la grotta di Winden quando si crea un wormhole? Perché il padre del protagonista si è suicidato? Perché hanno creato un bunker per sperimentare i viaggi nel tempo quando basta entrare nella grotta sotto la centrale nucleare? Ma soprattutto, perché i tecnici audio hanno deciso di inserire il suono di suspense ogni tre minuti in ogni singolo episodio?

Queste – e molte altre – domande rimarranno insolute, almeno fino a quando Netflix non ci grazierà – o punirà, dipende dai punti di vista – con la seconda stagione di Dark. Nel frattempo, fatevi un favore. Guardate She’s Gotta Have it ed impiegate le vostre giornate in modo migliore.

 

 

 

Benedetta Magro