Chiunque potrà dirvi che, se avete visto Paprika (2004), Millennium Actress (2001) e Perfect Blue (1997), del regista e sceneggiatore nipponico Satoshi Kon avete già visto tutto. Per questo Natale, però, seguite i consigli della vostra rubrica di cinema preferita, mettetevi comodi e lasciatevi coinvolgere dalla tenera favola urbana che è Tokyo Godfathers.

Satoshi Kon si cimenta in un remake dell’improbabile western di John Ford del 1948, distribuito in Italia con il titolo In nome di Dio, a sua volta versione cinematografica del romanzo d’appendice The Three Godfathers, scritto nel 1913 da Peter B. Dyke. Tokyo Godfathers, come dice il titolo, è ambientato nella metropoli giapponese, durante la notte di Natale, proponendo così un cambio d’ambientazione rispetto alla storia originale. Qui, tre amici (non banditi, ma senzatetto) stanno per intraprendere un’avventura che li porterà alla scoperta di loro stessi, incrociando i loro destini con quelli di una neonata, trovata abbandonata tra i sacchi di rifiuti. I protagonisti sono Miyuki, una ragazzina scappata di casa dopo un feroce litigio con il padre, Hana, un’estrosa e sentimentale drag queen, e Gin, un uomo di mezz’età che ha perso casa e famiglia, e si consuma la vita nelle strade di Tokyo attaccato ad una bottiglia. La neonata viene “adottata” dal gruppo male assortito, che le dà il nome di Kiyoko, dalla traduzione giapponese del titolo del celebre canto natalizio Silent Night. Il viaggio rocambolesco per ritrovare i genitori della piccola trascinerà i protagonisti in un’avventura che li costringerà, anche loro malgrado, a fare i conti col passato.

Il trio principale è formato da personaggi memorabili, ognuno con le proprie stranezze, le proprie angosce, i propri desideri. Non si può non spendere due parole in più su Hana, che emerge per il suo carattere materno e amorevole, propenso all’umana pietà e pieno di fiducia e ottimismo verso il futuro, anche nella condizione drammatica in cui vive. La sua spontaneità, tuttavia, la rende incline a scatti d’ira e d’indignazione, che si manifestano spesso con reazioni plateali. Pur nell’unicità del suo carattere e della sua professione, che tenderebbe a renderla un po’ lo stereotipico token del personaggio transgender, Hana è un personaggio profondamente umano, con cui è facile empatizzare. Guardatela qui, nel flashback dei suoi tempi d’oro, in cui, munita di acconciatura alla Carrà, non solo dà apprezzabile prova delle sue doti canore, ma le dà anche di santa ragione ad un cliente maleducato. Come si fa a non amarla?

Ciò che è più interessante, ad ogni modo, e ciò che racchiude davvero lo spirito del Natale secondo Satoshi Kon, è il tema dei legami umani, soprattutto di quelli famigliari, che percorre l’intera vicenda. Il trio di protagonisti, in un modo o nell’altro, costituisce un nucleo famigliare non tradizionale, che si fonda non sui legami di sangue, ma sulla condivisione di un amaro destino. Il fatto che Gin, Miyuki e Hana condividano la stessa sorte e le stesse condizioni di vita – e, di conseguenza, la stessa morale – ha contribuito a creare legami più saldi di quanto non fossero quelli che ogni personaggio aveva con la famiglia d’origine, legami distrutti da litigi, fallimenti o sofferte scelte di vita: i destini dei tre senzatetto sarebbero altrimenti stati segnati, condannati all’isolamento nell’alienante realtà sociale della capitale nipponica. Il giorno di Natale rappresenta dunque l’occasione perfetta per mettere in luce i drammi e i problemi della famiglia tradizionale, ed esplorare la possibilità di creare nuovi legami, non convenzionali, ma altrettanto profondi. Il microcosmo costituito dalla strana famigliola di protagonisti rappresenta una sfida alle convenzioni sociali su cui la società giapponese – e non solo, e forse proprio per questo Tokyo Godfathers può parlare al cuore di molti – è tanto radicata. Il film, infatti, sembra suggerire la possibilità di costituire modi di vita alternativi e situazioni famigliari che sovvertono i tradizionali ruoli di genere: i tre personaggi ricoprono ruoli indipendenti dalle loro identità di genere, e, soprattutto, questi ruoli non sono etichette cucite loro addosso, ma cambiano e seguono lo sviluppo dei personaggi lungo tutta la storia. Ad esempio, Gin, a prima vista un ubriacone indurito dalla vita, finisce per intenerirsi davanti alla neonata che porta il nome della figlia da lungo tempo perduta, finendo per diventare per lei, anche se temporaneamente, il padre attento e responsabile che non era stato in passato. Anche Hana, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua identità di genere non conforme, è protettiva nei confronti di Gin e materna in quelli della giovane Miyuki, la quale, a sua volta, avrà occasione di esplorare la propria vulnerabilità e maturare in questo senso, come forse, paradossalmente, non avrebbe fatto nella sua famiglia tradizionale.

Si potrebbe obiettare che il finale vanifichi i tentativi del film di esplorare le alternative ai legami famigliari convenzionali, eppure si ha l’impressione che il cerchio non si sia chiuso del tutto, e lo status quo non si sia del tutto ricostituito: Hana, Gin e Miyuki affronteranno le loro nuove vite arricchiti dall’avventura che hanno condiviso, e per questo saranno meno propensi a ripetere gli errori del passato.

Il fil rouge narrativo che attraversa tutto il film è il tema delle coincidenze, che è poi la componente che rende la storia una magica favola che può aver luogo solo a Natale. La piccola Kiyoko diventa il catalizzatore per la redenzione dei tre protagonisti, dando luogo ad una catena di eventi rocamboleschi e improbabili: nel corso della storia, lo scalcagnato trio avrà a che fare con un boss della yakuza, una spia latinoamericana, un gruppo di giovani delinquenti, e così via, in una galleria di personaggi volta a dare un assaggio allo spettatore del tessuto sociale disastrato in cui si muovono i protagonisti, fatto di dubbia moralità, povertà, disagio. Forse è questo setting così cupo a rendere il percorso di redenzione dei protagonisti così interessante e coinvolgente: la storia, infatti, è disseminata di piccoli miracoli, appunto, di coincidenze, che ne rappresentato il motore e che indirizzano la trama verso un inevitabile lieto fine. Nell’epilogo, tutte le angosce, il dolore e le paure dei protagonisti sono ripagate non solo dal momento del topos epico del riconoscimento della neonata da parte dei legittimi genitori, ma anche dal riconoscimento di ogni personaggio da parte delle ritrovate famiglie d’origine, famiglie di tipo più o meno convenzionale.

Per dimostrare che raramente i legami famigliari, a cui tanta retorica natalizia fa appello, costituiscono un valore in sé, Satoshi Kon ci regala una rappresentazione alternativa alla mancanza di orizzonti e di riferimenti morali in cui vivono i suoi personaggi, e in cui ognuno può vedere un po’ di sé. Coinvolgente e ricco dal punto di vista della trama e realistico nelle ambientazioni e nell’animazione, Tokyo Godfathers è entrato a pieno titolo nel canone dei film natalizi, portando con sé un po’ di freschezza e una buona dose di poesia.