Suburbicon è il posto in cui ciascuno di noi vorrebbe vivere, o almeno chiunque creda nella favola del sogno americano nella sua veste più tradizionale. Chi ci vive lo sa e si sente un privilegiato, lucida per bene la sua macchina costosa, cura il prato perché rimanga ogni giorno alla stessa altezza, perfetto. Ha una casa e una moglie color pastello e vuole che tutti i suoi vicini gli somiglino, non vengono tollerate storture. Così, quando in una delle tante villette a schiera (una distesa ipnotica, che continua a perdita d’occhio) si trasferisce una famiglia diversa, per colori e abitudini, il quartiere entra in subbuglio e il disastro pare assicurato. Il diverso non può essere che una macchia, da cancellare il prima possibile per riportare tutto alla consueta lucentezza. Se una sera la famiglia Lodge viene assalita da due malviventi, tutti i suoi membri legati e narcotizzati con il cloroformio, non sembra esserci altra soluzione: la nuova coppia, i due afroamericani, i neri non possono che essere i responsabili. Prima del loro arrivo certe cose non succedevano. Alla polizia non resta che indagare, per dimostrarlo.

Il crimine cresce di intensità anche dopo che i delinquenti si sono dileguati: il cloroformio è stato fatale per una persona in particolare, la donna di casa. Il signor Lodge (Matt Damon) e il figlio Nicky (Noah Jupe) si trovano improvvisamente soli. Per una insperata fortuna Margaret (Julianne Moore), la gemella della defunta Rose Lodge, si mostra particolarmente disposta a farsi carico della famiglia, a prendere il posto della sorella, come moglie e come madre.

Così, mentre all’esterno, sul prato dei nuovi venuti si accalca una folla scontenta e sempre più aggressiva, che manifesta per il proprio diritto all’uniformità bianca, la famiglia Lodge, immagine della perfezione di Suburbicon, comincia a dare i primi segni di cedimento. Laddove dovrebbero regnare purezza e semplicità si nasconde una radicale deformità e il bianco e il nero si mostrano decisamente mal appaiati rispettivamente al bene e al male. Secondo il classico modello del ritratto di Dorian Gray, il marciume interiore c’è, ma non si vede, non appare in superficie, ma è ben visibile a chiunque attraversi la soglia di casa. A mettere pian piano insieme i pezzi, infatti, è Nicky, costretto a vivere col padre e la zia, travolti a tal punto dalla passione da lasciarsi scappare con noncuranza inquietanti dettagli su un’assicurazione sulla vita della povera Rose, un collegio molto lontano per Nicky, viaggi romantici per loro due soltanto. Al bambino non resta altro che appigliarsi alla sua amicizia con il figlio dei tanto odiati vicini, più vicino di quanto non credesse. George Clooney torna alla regia dopo Monuments men (2014) con una storia in bilico fra esterno ed interno, pubblico e privato, che mette in scena pregiudizi e false apparenze, un’occasione per riflettere anche sul razzismo e la paura del diverso. Ben visibile è l’impronta dei fratelli Coen, autori della pellicola insieme allo stesso Clooney e a Grant Heslov. Come già avveniva in Fargo (1996, scritto e diretto dai soli Coen), infatti, il risultato è una storia che non lascia scampo ai suoi personaggi, in cui, con un disastro dietro l’altro, ogni tentativo di risollevarsi si traduce in un danno irreparabile, dando inizio ad un circolo vizioso a tal punto grottesco da far sorridere. In pieno stile Coen, la malagrazia del male si rivela pure la sua debolezza più grande. L’apparentemente irreprensibile Signor Lodge si spinge sempre un passo oltre, diventando in poche mosse un pluriomicida a sangue freddo, convinto di averne diritto per guadagnarsi la felicità che gli spetta. Non è da meno la compagna, né gli scagnozzi che i due hanno assoldato per portare a termine il loro piano o l’assicuratore (Oscar Isaac) dal fiuto infallibile per la truffa. Ma i loro tentativi goffi non fanno che portare ulteriore disordine, così che i persecutori diventano i perseguitati, in una sfida tra gatti e topi che non risparmia nessuno. O quasi. Insomma, un film che, se non riesce ad eguagliare il capolavoro del ’96, può dirsi comunque riuscito, a tratti ironico e capace di attirare l’attenzione su temi che oggi risulta quanto mai urgente discutere.

Allo sguardo lucido dei bambini, consueti portavoce della verità, è affidata la soluzione finale, che permette di sciogliere l’enigma poliziesco e ricucire i dissidi che gli sciocchi pregiudizi razziali degli adulti hanno costruito.