Stilare una lista è sempre impossibile. Stilare una lista che affronti i due più grandi delfini (o mostri) dell’arbitrarietà, ovvero il gusto personale e una qualsiasi circoscrizione temporale, è cosa che non deve esistere. A maggior ragione se si considerano i soli film distribuiti nelle sale in Italia in un anno solare, che può presentare film pensati per cronologie o poetiche molto lontane tra loro.

Tuttavia, il motivo principale di ogni lista deve essere la possibilità di un universale, di un criterio pseudo-ultimo che possa dare ordine ad una selezione dettata, forse, dal caso. È il motivo per cui una lista deve sì affrontare il gusto personale, ma anche poi sviscerarlo, renderlo innocuo, analizzare le categorie che hanno portato lo stesso gusto a formarsi. È il motivo, anche, per cui ogni lista è strutturalmente incompleta: non si può visionare tutto.

La lista qui presente prova a fare un ranking ragionato – e anche basato sull’amore – dei 25 migliori film distribuiti in Italia dal primo gennaio al trentuno dicembre 2017, presentando dunque una varietà dovuta alla natura composita di una simile circoscrizione: film distribuiti nel mondo nell’anno precedente, film con bassa distribuzione recuperati in mercati dormienti (quello estivo e tardo-primaverile), film italiani o europei in anteprima rispetto al mercato mondiale (leggi: statunitense). Sono stati esclusi prodotti estranei al circuito delle sale, ovvero serie televisive (nessuno si aspettasse Twin Peaks) o qualunque audiovisivo distribuito su piattaforme streaming (e.g. Netflix).

Come già detto, non è stato possibile visionare ogni cosa (come ad esempio Coco, la nuova fatica Pixar, che piace pensare sarebbe stata in lista), anche se si è provato a recuperare ogni film da recuperare. Fa macchia l’assenza totale di film italiani, a margine di un anno particolarmente opaco per il cinema nostrano.

Ogni classifica nasce probabilmente sbagliata come suo non-potere intrinseco. La speranza è che, nella parzialità del suo contesto, questa classifica possa essere assolutamente meno sbagliata di molte altre.

  1. La tartaruga rossa – Michael Dudok De Wit

La transizione che doveva portare lo Studio Ghibli a superare definitivamente l’infinita età dell’oro di Hayao Miyazaki continua ad essere un enigma irrisolto. Se, infatti, il massimo esponente dell’animazione mondiale (possiamo definirlo così?) aveva annunciato un ritiro – con conseguente film d’addio in Si alza il vento – poi rinunciato, era comunque difficile nominare qualcuno che ne potesse prendere, anche spiritualmente, il posto – e i nomi fatti, da Takahata ad Anno, passando per presunti enfants prodiges come Yonebayashi, sono rimasti suggestione. In questo momento di vuoto di potere lo Studio Ghibli ha preso quindi la decisione di debuttare con la sua prima produzione europea – nello specifico francese –, affidando la regia a Michael Dudok De Wit. Il risultato, purtroppo, è sicuramente vittima del periodo di transizione. L’idea di De Wit, quella di realizzare un film d’animazione praticamente muto, accennando appena la sua storia, scandita temporalmente da urla strazianti e dal rumore delle onde, non convince fino in fondo. Se, infatti, le tematiche sono comunque quelle care allo studio d’animazione giapponese, era lecito aspettarsi un tocco europeo più deciso, più radicato, ed invece l’insistenza è sullo svolazzare poetico di una certa zoofilia – la trasformazione da donna a tartaruga e viceversa è bella da vedere, ma non redime lo scarso interesse della storia. Sicuramente un’occasione mancata, ma le distribuzioni italiane non hanno mancato di lucrare anche su questa vedendola come evento del martedì.

  1. L’altro volto della speranza – Aki Kaurismaki

Era grande l’attesa per il ritorno di Aki Kaurismaki, a sei anni da Miracolo a Le Havre. Grande soprattutto considerato che il regista tornava nella natia Finlandia e trapiantava alcune delle tematiche del suo fortunato detour francese. Ecco dunque intrecciarsi le storie di un immigrato siriano che lotta per ottenere visto e lavoro in una Finlandia burocraticamente scintillante e complessa, ma anche razzista, e un attempato e navigato uomo d’affari che rileva un ristorante. Il film si fa forte delle atmosfere oniriche ed ovattate tanto care al suo autore, riuscendo anche ad imprimere alcune immagini con grande lucidità (l’inizio con il protagonista ricoperto di residui di carbone, la fila degli impiegati del ristorante che chiedono un anticipo sullo stipendio), ma in generale il film risulta un po’ didascalico. Kaurismaki non nasconde la polemica nei confronti della burocrazia finlandese in materia di rifugiati, ma lo fa in modo talmente evidente da risultare quasi grossolano. E i protagonisti sono troppo poco caratterizzati per regalare un reale coinvolgimento (anche se l’omino siriano ha un vago ma piacevole sentore di Charlot). Anche nel finale, prima tragico poi vagamente favolistico, è forte la sensazione di una buona idea sviluppata in modo poco chiaro, un po’ approssimativo – soprattutto per lo smaliziato spettatore contemporaneo, che ama e apprezza i buoni sentimenti, ma non confezionati così algidamente.

  1. Logan – James Mangold

Uno dei pressanti interrogativi del non-cinema contemporaneo riguarda il modo in cui si possa accettare il compromesso rappresentato dai cinecomic. Se, in tal senso, i lavori pioneristici del genere (Burton, Nolan, Raimi) sono stati sicuramente riusciti, la moltiplicazione di ipostasi inaugurata da Iron Man ha, con qualche intermezzo credibile, fatto collassare il sistema. Se la sfida tra il Marvel Cinematic Universe e il nuovo universo DC è sicuramente vinta dal primo (basti paragonare il discreto Spider-Man: Homecoming al terribile Wonder Woman, amato, in questi giorni bui da caccia alle streghe, solo perché ha regista donna), i risultati sono comunque poco spendibili per gli appassionati di cinema in senso stretto. Nel mezzo si situa l’universo Fox degli X-Men che fu inaugurato con discreto successo da Bryan Singer e che ha, salvo un paio di passi falsi, mantenuto una sua dignità. In questo senso, Logan è, prima del canto del cigno del suo personaggio – l’amato Wolverine – il modo in cui l’universo dei supereroi prova a fare i conti con la morte e la consumazione. Ed è, tutto sommato, un film modesto – non all’altezza dei migliori del filone (i due ottimi primi capitoli del reboot degli X-Men, appunto) – ma con una sua autonomia e un suo interesse. Sorretto dalla magmatica interpretazione di Hugh Jackman, ormai assorbito nel ruolo, e da quella titanica di Patrick Stewart, racconta del nascondimento e della fuga degli ultimi scampoli di supereroismo in un futuro distopico (in cui ovviamente i cattivi sono rappresentati da una anonima azienda). Accompagnando, ovviamente, i suoi protagonisti verso la fine e un intero universo filmico verso un (temporaneo?) congedo, rilanciando la distopia in utopia attraverso la figura classica: il fanciullo. Post Scriptum: il trailer è meglio del film.

  1. Moonlight – Barry Jenkins

Moonlight è una vittima del suo tempo perché pone un problema caro all’arte di ogni tempo: è possibile scindere il prodotto artistico-estetico dalla sua portata in un determinato contesto sociale? Se il film di Barry Jenkins è arrivato, un po’ a sorpresa ma trionfalmente – e, va ricordato, dopo essere passato praticamente in sordina al Festival di Roma –, a vincere l’Oscar come miglior film, è per meriti artistici o per lo stato delle cose all’interno della critica cinematografica indipendente (o presunta tale) e di sinistra statunitense? La verità sta nel mezzo, o quasi. Il film è il bildungsroman di un ragazzo di colore omosessuale, scandito attraverso tre fasi (l’infanzia di scoperta, l’adolescenza di vergogna e accettazione, la giovinezza di solitaria indolenza) e da una bellissima fotografia, notturna, di James Laxton, recitato ottimamente da Naomie Harris (ruolo un po’ facile della mamma junkie) e da Mahersala Ali (Oscar come attore non protagonista), e narrato con una certa dolcezza, una certa poesia. Tutti i contributi non riescono però ad avvincere pienamente, marchiando a fuoco il film come prodotto indie – etichetta ben diversa da indipendente – e leggermente hipster, leggermente troppo pensato, troppo volutamente raffinato. Un film che sembra fatto in cassetta per solleticare il grande spirito sociale del repellente mondo dei media statunitensi, poco puro proprio lì dove sembra onesto. Ed anche qui la questione: è la ricezione del film che costringe a vederlo così, o è il film stesso che incanala la sua ricezione?

  1. Lego Batman – Chris McKay

Uno dei più sorprendenti fenomeni cinematografici di qualche stagione fa è stato The Lego Movie, opus massimo di Phil Lord e Chris Miller, coppia di registi di discreto successo, oscillanti tra il comico e il demenziale. Il film riusciva a gestire brillantemente la moltiplicazione di universi, unendo eccellenti trovate comiche a importanti e dolenti riflessioni metacinematografiche. Non ha sorpreso, dunque, che inaugurasse un vero e proprio filone filmico. Il primo spin-off è Lego Batman – in cui il timone passa a Chris McKay – scelta comprensibile se si pensa che proprio l’uomo pipistrello era uno dei personaggi secondari più riusciti del primo film. Il risultato è, però, sicuramente meno compatto del prototipo. Il taglio da romanzo di formazione – un Batman solitario e arrogante che deve fare i conti con l’alterità – aiuta sicuramente a moltiplicare le situazioni comiche (anche se i giochi di parole all’insegna di bat- sono difficilmente traducibili), ma fa qualche concessione a livello di organicità della trama. Eccellente, ancora una volta, il comparto di voci originali: Michael Cera dà la voce a Robin e Zach Galifianakis al Joker, ma soprattutto Will Arnett che si conferma un protagonista eccellente. Previsto un enorme apparato di sequel, crossover e spin-off.

  1. Star Wars: Gli ultimi Jedi – Rian Johnson

È difficile ammettere cosa ci si aspettasse all’annuncio di una nuova trilogia – con relativi film espansi – di Star Wars. Appartenendo essa ormai all’immaginario collettivo, era difficile dare spoglie mortali alla saga di George Lucas, distribuirla come film in sala, gettarla nel secolo e metterla al confronto con un film d’azione o di fantascienza qualunque. In ultimo, non si era pronti ad accettare i compromessi che nel suo perdersi nel mondo avrebbe dovuto accettare. Se, infatti, Il risveglio della forza volava basso – divenendo copia carbone per i millennials del più puro lirismo da Tatooine – non rinunciava però ad una sorta di paradosso temporale: si nutriva di un quarantennio di cinema che non sarebbe stato possibile senza il suo illustre predecessore. Non mancavano i momenti riusciti, ma gli applausi, quando presenti, erano di incoraggiamento. Con Gli ultimi Jedi le cose cambiano. Un primo indizio è dato dal regista, Rian Johnson, che è ben lontano dalla fluidità glamour di J.J. Abrams, e viene dal circuito indipendente. Il suo film più riuscito, Looper, vale più come occasione mancata che come cult. Il passaggio è dunque da un tentativo, banale, di mitopoiesi ad un film d’azione puro. Il Disney touch fa il resto. La verità è che, al netto di qualche bel momento (il duello con le guardie di Snoke, il sacrificio di Laura Dern, il finale?), il film mostra tutti i limiti dei nuovi personaggi e delle nuove situazioni, con i vecchi ridotti a macchiette o amarcord. Rey, Poe e Finn rimangono banalmente monodimensionali, e i cattivi non sembrano validi – per tacere della generale deriva politically correct e dell’inadeguatezza delle soluzioni narrative, dei patetici siparietti umoristici, e del vero grande problema, l’unità di tempo. Resta il fatto che comunque Star Wars in quanto Star Wars avrà sempre il pubblico necessario per sostenere il suo ancient regime.

  1. Baby Driver – Edgar Wright

Si può sostenere che si capisca chi un regista (o un autore) possa essere non prima del suo quinto film. E Baby Driver, dopo un intervallo di quattro anni segnato anche dalle deprimenti traversie produttive di Ant-Man, è il quinto film di Edgar Wright. Reso celebre tra gli appassionati per la “trilogia del cornetto” – composta da L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo –, Wright ha anche diretto l’ottimo adattamento di Scott Pilgrim vs. the World. Cifra stilistica: un forte intento parodico, una grande attenzione ai dialoghi, l’eccellente connubio tra montaggio e musiche, e ovviamente un talento registico non indifferente, anche nella direzione degli attori (Simon Pegg e Nick Frost, anche cosceneggiatori delle fatiche di stampo inglese, ringraziano). Baby Driver è, in questo senso, un oggetto strano, un film diviso in due – e quindi riuscito a metà. Se l’idea era, in modo poco ortodosso, quella di mischiare l’heist movie con il musical – non in senso stretto – il risultato riflette solo in parte le grandi ambizioni del regista, a causa, sorprendentemente, di un problema di scrittura. Se, infatti, la prima parte del film è stupenda, nel suo alternare le cinetiche scene di rapina con le bellissime scene di corteggiamento alla cameriera interpretata dalla magnifica Lily James, nella seconda Wright sembra indeciso sul tono da dare al film, finendo per accontentarsi di un finale banale e poco entusiasmante – scelta più sorprendente se si pensa ai raffinatissimi finali (in particolare L’alba dei morti dementi) di tutti i film della “trilogia del cornetto” e anche a quello, poetico e straziante, di Scott Pilgrim, comunque mutuato da O’Malley. Resta comunque un film estremamente godibile e molto divertente, sofferente di incompiutezza.

  1. Valerian e la città dei mille pianeti – Luc Besson

La domanda cui sembra volere rispondere Valerian e la città dei mille pianeti, ultima fatica del sopravvalutato Luc Besson (per lui qualche buon film di genere tra gli ’80 e i ’90, il quasi capolavoro Léon, cui segue una filmografia vergognosa), è una domanda di natura quasi esistenziale: che ne è del potere creativo della fantascienza? Che ne è del potere creativo del cinema? Se nel 2009 tutto il mondo si è fermato dinanzi alla cosmopoiesi dell’Avatar di James Cameron, è anche giusto che qualcuno si fermi, nel 2017, davanti ad un qualcosa che poiesi non è in senso stretto (Valerian ha origine fumettistica) ma che, nel suo piccolo – e nel suo grande: budget di 220 milioni – ha un suo valore e notevoli spunti. Il film, sul doppio binario della fantascienza e della spy-story, immerge in un universo che gravita attorno alla stazione spaziale Alpha (spettacolari i titoli di testa con Space Oddity di David Bowie) e ad un pianeta dimenticato, sul quale grava l’insabbiamento di un genocidio. Se la trama principale è piuttosto canonica – con i due protagonisti che affrontano mille traversie – è proprio lo sviluppo delle invenzioni visive, che culmina nel cammeo spettacolare di Rihanna, e il modo in sui si articola nello stesso sviluppo narrativo a fugare ogni dubbio sul fatto che sia cinema, magari per lo stomaco, ma cinema. Qualche dubbio sul finale, leggermente approssimativo, e su alcune scelte di casting (se Cara Delevingne calza come un guanto Laureline, lo stesso non si può dire di Dane DeHaan, totalmente inadeguato nel ruolo di protagonista). Menzione a parte per Clive Owen, che fa sempre piacere rivedere; restano però molto lontani i tempi in cui era uno dei migliori attori della sua generazione.

  1. Sieranevada – Cristi Puiu

Continua ad essere in grande ascesa il cinema rumeno, che può vantare due tra i più interessanti autori europei degli anni 2000. Uno è Cristian Mungiu, palma d’oro a Cannes per 4 mesi 3 settimane e 2 giorni, l’altro è Cristi Puiu, regista di Sieranevada. L’inizio è folgorante: i due coniugi in macchina a litigare parlando di principesse Disney e isole thailandesi, in una scena a metà tra Farhadi e Tarantino. Il resto è una serie di pianisequenza che indagano l’atmosfera claustrofobica durante una commemorazione familiare, con incontri, dissapori, scenate, e pura fenomenologia che lascia disvelare ogni personaggio attraverso il dialogo, attraverso i silenzi e i non detti. L’architettura cinematografica di Puiu è molto imponente, ma il film scorre attraverso le sue tre ore di durata, mantenendo un ritmo serrato, solleticato da una fotografia “naturalista” e da un apparato di attori magistrale. Tantissima carne al fuoco, un film non perfetto ma sicuramente prezioso. Fabrizio De Andrè in colonna sonora.

  1. Get Out – Jordan Peele

L’horror è il genere che, più di tutti gli altri, gioca con il cinema in quanto tale, ne scoperchia le finzioni, ne porta all’estremo alcune possibilità, rende il virtuosismo stesso un obiettivo narrativo. Questo ha una implicazione necessaria: le possibilità di intreccio sono limitate, in quanto destinate ad essere codificate attraverso eventi più o meno telefonati o probabili anche quando inattesi e spaventosi (sia che il finale sia tragico o illusoriamente risolutivo). In quanto horror dichiaratamente politico, dunque, Get Out di Jordan Peele va accolto con favore. Il pretesto orrorifico è talmente originale da meritare di essere non-raccontato. Basti dire che il protagonista, di colore, si vede proiettato in uno scenario à la Indovina chi viene a cena a casa dei genitori della ragazza bianca. L’usuale parossismo delle situazioni narrative di questo tipo viene ancora più esagerato fino a quasi normalizzarsi in una atmosfera algida e “realistica”. Il fulcro dell’idea di Jordan Peele – anche sceneggiatore, in odore di Oscar – è ovviamente la questione razziale, vero motore della dinamica cinematografica, anche e soprattutto nel quasi comico rovesciamento di un potere bianco di memoria nazista (Black is the new black). La verità è che, però, dietro la brillante idea di partenza (sorretta da un cast ottimo, in cui oltre Kaluuya, nero dagli occhi rossi, vale la pena citare la bianca Catherine Keener, in un magnifico piccolo ruolo) Get Out non fa molto per discostarsi dalle codifiche proprie dell’horror contemporaneo e la risoluzione si avvia, senza colpo ferire, verso un finale “classico” da revenge movie violentissimo. Intelligente e sociale, ma proletariamente di genere.

  1. The Big Sick – Michael Showalter

L’ultimo affiliato del clan di Judd Apatow è Kumail Nanjani, stand-up comedian che debutta al cinema con The Big Sick, prepotente autobiografia sceneggiata da lui ed Emily Gordon e che racconta, a conti fatti, la loro storia d’amore. Se Nanjani, in quanto attore, decide di interpretare se stesso, la Gordon riceve invece le fattezze di Zoe Kazan (qualcuno la ricorderà per Ruby Sparks). Come Get Out, anche The Big Sick è basato sull’incontro con i suoceri e sullo scontro culturale che ne deriva. Il film si gioca però sul non-incontro, alle motivazioni che fanno ruotare, insistentemente, la coppia attraverso la persistenza di un amore che, come nelle migliori commedie degli equivoci, il pubblico sa non avere possibilità. Ma se la storia deve raccontare la vita vera, ecco che sfugge ai patemi da commedia contemporanea: Emily lascia Kumail, ma si ammala, ed è lì che l’incontro avviene (tra l’altro con Holly Hunter, parlantina centro-statunitense masticata, e Ray Romano, deliziosamente newyorkese), trasformando il film in qualcosa di diverso, accompagnando il suo protagonista naif in una trafila di ospedali, battute e cene familiari, verso il comunque sospirato lieto fine. Se Funny People, diretto proprio da Apatow nel 2009, era il film definitivo, inarrivabile, sugli stand-up comedians proprio in virtù dell’autobiografismo che ne era alla base (memorabili i primi dieci minuti con Sandler che guarda video di se stesso – e dello stesso Apatow – da giovane), The Big Sick soffre leggermente il protagonismo di Nanjani attore, probabilmente non all’altezza del salto verso il grande schermo – luogo in cui aspettiamo un altro dei “figliocci” di Apatow, Aziz Ansari, reduce dal successo di Master of None. Il film è tuttavia scritto benissimo e scorre gioiosamente fino al divertente e commovente finale. Si ride ad alta voce. Battuta migliore del film: Ray Romano, padre bianco, interroga Kumail, pachistano, sull’11 Settembre, risposta: “Una tragedia, abbiamo perso diciannove dei nostri uomini migliori”.

  1. Loveless – Andrei Zvyagintsev

Nel 2003, a seguito della non-vittoria di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio al Festival del cinema di Venezia, Rai Cinema annunciò l’intenzione – poi ritirata – di ritirarsi in via definitiva dalle partecipazioni alla kermesse. A vincere fu il trentanovenne Andrei Zvyagintsev con Il ritorno, film segnato, tra le altre cose, dalla scomparsa di uno dei protagonisti durante le riprese, il sedicenne Vladimir Garin. Quattordici anni dopo Zvyagintsev torna – in via figurata – sul luogo del misfatto, con una storia che trasla le problematiche parentali ai tempi contemporanei. Un ragazzino, dopo avere appreso da un litigio che in genitori sono in procinto di divorziare, scompare. La comunità e un ente speciale dedicato alle “fughe” degli adolescenti si mobilitano. Il film segue sì la ricerca del ragazzino, ma soprattutto il disfacimento del nucleo familiare, con cui lo spettatore non può che trovarsi d’accordo. Desidera, infatti, forse quello che gli stessi genitori vogliono desiderare senza ammetterlo, ovvero che il bambino non venga mai ritrovato. Freddo e scabroso nella sua indagine viscerale, è scritto e diretto con lucida perfezione ed interpretato da una maestosa coppia di protagonisti.

  1. Silence – Martin Scorsese

Può sorprendere fino a un certo punto che il progetto della vita di uno dei cantori dell’America stradale e notturna, metropolitana e cruda, sia un film che racconta delle problematiche avute in Giappone nei tentativi di conversione al cattolicesimo. Se Scorsese non è, infatti, alieno a radicali cambiamenti di setting (si pensi a L’età dell’innocenza, capolavoro che segue Quei bravi ragazzi, o anche a Kundun, realizzato subito dopo Casinò), è vero anche che uno tra i fils rouges della sua poetica filmica è sicuramente il cattolicesimo, connotato come intromissione, come alternativa, come polo positivo, o come solo retaggio culturale. Silence fa un passo ulteriore e sdoppia la problematica. Se la storia è infatti quella di due missionari inviati a soccorrere un missionario che ha “fallito”, alle prese con un paese che non può essere convertito, le intenzioni si spostano rapidamente verso un discorso che indaga la radicalità della fede, in relazione alla pericolosa possibilità dell’abiura. Obiettivo della casta sacerdotale giapponese – rappresentata dal terribile inquisitore interpretato da Issei Ogata, attore che era stato scelto da Sokurov per interpretare Hirohito– è infatti il rifiuto della fede indotto dalla tortura. Emblematica in questo senso – molto più di un monocorde Andrew Garfield o di un sottoutilizzato Adam Driver – è la figura di Kichijiro, il Giuda, rappresentante del nicodemismo e, dunque, di una fede inautentica. Spettacolare tutto il comparto tecnico del film, da Thelma Schoonmaker al montaggio a Dante Ferretti alla scenografia, aficionados di Scorsese, fino alla straordinaria fotografia di Rodrigo Prieto. Tra gli attori ottimo anche Liam Neeson, in un ruolo pensato prima per De Niro e poi per Daniel Day-Lewis. Nota stonata: i personaggi sono portoghesi ma, in un film comunque molto improntato sulla lingua e le differenze culturali, sono inspiegabilmente interpretati da attori statunitensi che recitano in inglese.

  1. Allied – Robert Zemeckis

È da qualche anno che il nome di Robert Zemeckis è tornato prepotentemente in auge, dopo un percorso filmico che ha abbandonato la motion capture (patetico il risultato con Polar Express, sfiziosamente revisionista nel caso di Beowulf) per riprendere le strutture standard di un certo cinema di tipo classico. Se però in Flight qualcosa ancora non funzionava, e The Walk era in generale un film poco riuscito, Allied è il più fulgido esempio della sua nuova giovinezza. È una storia di spie che fanno le spie e di una guerra che si manifesta come terrore, come sconvolgimento dell’oikos e del quotidiano. La Londra bellica devastata dai bombardamenti è stata solo solleticata dal cinema più contemporaneo, e con risultati poco stringenti (Espiazione la rivela come escamotage narrativo finale e The Imitation Game come ambientazione nebbiosa lontana dai deliri autistici dei protagonisti), senza mai essere realmente sedotta – diversamente dalla letteratura: L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon è un capolavoro infilmabile. Zemeckis la prende e ne fa la protagonista grigia di un film hitchcockiano – già fonte d’ispirazione nel 2000 con l’interessante Le verità nascoste – da cui ruba, oltre le atmosfere, la scelta, impagabile, di due attori glamour in ruoli spenti e rocciosi, un Brad Pitt leggermente legnoso e una Marion Cotillard che prosegue nella sua memorabile sfilza di femmes fatales cinematografiche (in attesa, forse, di un ruolo strutturalmente noir). Cinema che fa bene agli occhi e male al cuore, e che sicuramente dona ad un pubblico non schizzinoso un prodotto dichiaratamente di intrattenimento ma al tempo stesso di grande appagamento.

  1. mother! – Darren Aronofsky

La più bella figura di madre nel cinema del ventunesimo secolo è forse quella che Terrence Malick ha costruito sul viso di Jessica Chastain in The Tree of Life. Madre che rappresentava la grazia, contrapposta ad un padre (padrone) forte e ispido come la legge di natura. Cosa succede invece in mother! (rigorosamente in minuscolo e in esclamazione) di Darren Aronofsky? Da un lato abbiamo Javier Bardem, marito umbratile ma passionale, autoreferenziale, poeta che è stato bardo e vate ma poi è miseramente fallito in uno sterile autoesilio. Dall’altro Jennifer Lawrence, che madre – ancora – non è, ma che ricostruisce una casa che prima non c’era, ricostruisce qualcosa sulle macerie – ma quali macerie: una donna o una casa? – della vita di suo marito. Nel mezzo, due ospiti un po’ invadenti, Ed Harris e la magnifica Michelle Pfeiffer, che poi diventano quattro, e poi venti, poi forse un centinaio, e poi un bambino, e la quiete, e poi altri ospiti, e poi le fiamme, e poi di nuovo il nulla, e poi, forse, si ricomincia. Aronofsky obbliga il suo spettatore a sostenere un tour-de-force di natura quasi nietzscheana, profondamente spirituale eppure profondamente nichilista, raccontando l’esilio delle divinità nel secolo, oppure il semplice delirio di onnipotenza di uno scrittore, oppure una – neanche troppo – velata allegoria biblica, o, forse, raccontando, in definitiva, il calvario di una donna che vede invasa la propria casa, la propria intimità, da invasori, amichevoli e amici proprio in quanto sempre più invasori. Cinema delirante e fastidioso, e dunque imperdibile.