Esiste qualcosa di più piccolo di un fiammifero da cui prendere spunto per raccontare una storia? Credo proprio di no. Esiste però, forse, qualcosa che può essere ben più fragile, più facile da spezzare persino di un comune fiammifero: l’esistenza umana.

 

 

Il regista finlandese Aki Kaurismaki ha rivolto il suo sguardo silenzioso agli ultimi, ai reietti, agli emarginati, agli umiliati e offesi della società in molti dei suoi film. Ma lo ha fatto in maniera particolarmente diretta e riuscita nella cosiddetta “trilogia dei perdenti”. Apre il ciclo Obre in paradiso (1986), seguito da Ariel (1988) per concludersi con il film La fiammiferaia (1990).

     La fiammiferaia (Tulitikkutehtaan tyttö) è una breve novella cinematografica (69 minuti) che termina, in maniera piuttosto pessimistica, la trilogia sopramenzionata. In Ombre in paradiso e in Ariel il finale ambiguo di entrambi poteva restituire ancora il sentore di un lieto fine. Lasciava almeno presagire una via di fuga per i protagonisti. Invece, il racconto di Iris, la ragazza che lavora nella fabbrica di fiammiferi, termina con il suo arresto. Quello che resta è una completa assenza di speranza.

Iris (una glaciale e strepitosa Kati Outinen) è una giovane operaia che lavora in una fabbrica di fiammiferi. Con il suo stipendio mantiene la madre e il patrigno che trascorrono le proprie giornate davanti alla televisione. Ogni tanto Iris cerca un po’ di svago in una balera dove non ottiene alcun successo con gli uomini. Decide allora di comprarsi un vestito nuovo. Ritornando a casa i genitori scoprono che mancano dei soldi dal salario e le impongono di restituire il vestito. Lei lo nasconde e la sera stessa lo indossa tentando nuovamente di trovare qualcuno. Proprio quella sera ci riuscirà. Finalmente viene notata da un giovane di nome Aarne. Ballano insieme per poi finire la nottata a casa di lui. Iris si sveglia da sola nel letto trovando sul comodino dei soldi. Alcuni giorni dopo, colta dalla speranza, Iris va a trovare il suo amante che la invita a cena. All’appuntamento Aarne la liquida con una frase e se ne va. Iris scopre di essere rimasta incinta. Con una lettera comunica la notizia al suo amante che le risponde inviandole un assegno e un biglietto lapidario con su scritto: “Fallo sparire!”. Iris esce di casa e si fa investire da un’auto. La madre, dopo aver trovato la lettera di Aarne, manda il patrigno in ospedale a comunicarle che non vuole saperne più nulla di lei. Finita la convalescenza Iris si trasferisce dal fratello dove comincia a progettare la sua vendetta. Compra del veleno per topi. Chiama Aarne, lo incontra, lo avvelena. Con lo stesso sistema uccide prima uno sconosciuto in un pub, per poi occuparsi – ultimo atto omicida – della madre e del padrino. Come da consuetudine, torna al lavoro, dove viene arrestata da due agenti in borghese.

    Nella scena iniziale del film vengono ripresi i passaggi mediante i quali la macchina crea un fiammifero. Le immagini collocano precisamente le mani e il volto di Iris nel processo di fabbricazione rendendo i suoi gesti parte di un processo in cui anche lei si ritrova ad essere un mero ingranaggio. Iris è il modello dell’operaio alienato di Marx: ancorata al posto di lavoro, relegata nella sua condizione operaia, avulsa da qualsiasi relazione umana autentica. Mani e volto. L’automatismo dei movimenti – della macchina e di Iris, ma anche del film stesso che ne assume il ritmo – non si perpetua soltanto in fabbrica, ma è la cifra dello sguardo che la ragazza assume nei confronti del soffocante mondo in cui si ritrova. Come se tutta la sua vita si fosse accordata al rumore sordo e monotono della macchina. Come se non bastasse, fuori dalla fabbrica, Iris incontrerà forme di sfruttamento e di alienazione ben più insopportabili contro cui ribellarsi.

Il primo livello di analisi è, quindi, quello di una lettura sociologica del film. Un tipo di analisi, che se focalizzato con la lente del concetto marxiano di alienazione, può facilmente concedersi la tentazione di riconoscere nella vendetta di Iris la ribellione dell’intera classe operaia contro i soprusi della società.  Ma, al di là della linearità dell’intreccio, la pellicola è così carica di ambiguità da lasciare aperte molte strade interpretative.

      La fiammiferaia è una specie di fiaba iperrealista.

È chiaro fin dal titolo il riferimento al mondo delle fiabe, in particolare a quella tradizione nordeuropea che trova ne La piccola fiammiferaia del danese Hans Christian Andersen una delle sue storie più celebri. Proprio come la triste vicenda della piccola fiammiferaia morta di freddo, La fiammiferaia di Kaurismaki ci pone di fronte all’impossibilità del desiderio. Accendendo uno per volta i fiammiferi per scaldarsi la piccola bambina vede concretizzarsi nella materia effimera dei sogni uno ad uno i suoi desideri, che presto – giusto il tempo di far bruciare un fiammifero – si spegneranno. Alla stufa, all’arrosto fumante e alla  visione della nonna della piccola fiammiferaia corrispondono i desideri semplici, un po’ “banali”, di una “donna qualunque” come Iris: un vestito nuovo, un amante, un figlio. Una volta spento il fiammifero ciò che resta sono soltanto l’inospitalità inumana del mondo e i muri freddi della città – una Helsinki che Tino Salminen (direttore della fotografia) sprofonda in una luce blu plumbea abissale.

 Il mondo che Iris sogna non esiste.

È soltanto il fantasma, proiettato nella realtà, delle sue letture di romanzi rosa. Anche il film sembra seguire le fantasie melense di Iris, assumendo, per un attimo, i tipici caratteri smielati del melodramma. Ma il ritorno alla realtà avviene in tempi brevissimi. I gesti tremendi con cui la speranza di Iris viene ogni volta soffocata – i soldi sul comodino, il biglietto di Aarne, il ripudio della madre – sono le immagini metaforiche della crudezza della vita. Un’ulteriore testimonianza del contrasto fra il mondo vagheggiato da Iris e quello reale sono le scene che passano alla tv: la morte di Khomeini, la visita di Woytila a Helsinki, e soprattutto la strage di Piazza Tienanmen. Una realtà tremendamente attuale (all’epoca).

    In ultima analisi, Iris, non è un «eroina proletaria» – come pure è stato detto. Si ha l’impressione che anche la sua vendetta si consumi in maniera meccanica, automatica. Tuttavia, nei gesti cinicamente ironici della vendetta, Aki Kaurismaki ha dato dignità e voce alla povera fiammiferaia, ricordando a tutti, con il tono di chi sa ancora indignarsi, che la classe operaia in paradiso, in realtà, non ci è mai arrivata.