In occasione della giornata della memoria, cercavo nel mio personale archivio quale film d’animazione potesse essere adatto all’occasione. Non ne ho trovati molti, in verità, e la maggior parte in mio possesso trattavano altri aspetti della guerra mondiale. Tuttavia, riflettendo, il pensiero s’è soffermato sulle opera della Walt Disney, mia grande passione: «Qual è il film d’animazione che meglio tematizza la guerra e alla sua desolazione?». Pochi, anzi, nessuno di questi film in modo diretto, tranne forse qualche cortometraggio propagandistico. Ma bastava cambiare la domanda: «Come ha risposto Walt Disney al secondo conflitto mondiale?». La risposta era chiara: Bambi film del 1942, il cuore della seconda guerra mondiale.

Bambi è certamente un film che parla di ecologismo, difesa della natura, che descrive la vita nella sua totalità e si schiera contro il bracconaggio; ma ecco la bellezza dei film: essi possono svolgere un ruolo di cui magari sono inconsapevoli e a rischio di sovrainterpretare (come diceva Umberto Eco) e snaturare il loro scopo, possono accostarsi a tematiche storiche con assoluta facilità. La sovrainterpretazione viene applicata in ogni campo specifico, quando, lasciando da parte l’analisi filmica pura e cruda, si inizia a cercare fra le pieghe dell’opera una qualche associazione con la tematica in esame o con la sua attualità storica.
Anche in questo caso, probabilmente, si tratta di sovrainterpretazione, perché non ricordo di aver mai letto, nei vari libri dedicati all’animazione, che Bambi abbia a che fare con la seconda guerra mondiale; eppure, riflettendoci, può essere un grande manifesto di pace e denuncia verso la brutalità umana.

Un film, per quanto non si faccia coinvolgere dalla storia è immerso in essa. Molto spesso si possono rintracciare degli elementi che ci aiutano a collocarlo in un determinato periodo storico: delle battute, dei personaggi, degli oggetti, delle inquadrature e così via. Bambi, la cui concezione è  parallela a quella di Pinocchio, ma la cui uscita nei cinema sarà abbastanza tardiva, si trova immerso fino al collo nel secondo conflitto mondiale e questo fa sì che la sua storia possa essere associata ad esso con facilità.
Così il bosco incontaminato diventa metafora del mondo antico e naturale, un mondo simile all’Eden, diventa il nostalgico ricordo dei giorni passati che, a confronto con la brutalità della guerra, diventano giorni di pace e prosperità, dove ognuno svolgeva il proprio compito, il regnante o capo della nazione era benevolo e si viveva a contatto con l’essenza primaria della vita.
In quel mondo idilliaco viene alla luce il giovane cerbiatto Bambi, il quale nasce e cresce circondato dall’amore degli altri animali e dalla meraviglia per ciò che la natura offre: dalle caratteristiche bizzarre dei suoi amici di razza diversa, alle cose più minuscole, come una goccia che scivola o batte su una foglia per dare il via a un concerto di suoni meravigliosi, sotto le classiche piogge primaverili. Non c’è conflitto nel bosco, non ci sono predatori o animali che tramano contro altri, una pace e un equilibrio straordinario vive sotto quelle fronde.

Tutto ciò fino ad una scena di incredibile tensione, grazie a un accompagnamento musicale eccellente, caratterizzato da pause improvvise: la madre di Bambi si appresta a portarlo nella prateria, un luogo aperto, di incredibile bellezza ma di altrettanta pericolosità e, temendo la presenza dell’uomo, la cerbiatta avanza cauta fra i lunghi fili d’erba e a ogni brusca interruzione musicale rizza il collo e le orecchie, finché, proprio poco prima di terminare la sua ispezione, si volta verso la macchina da presa, ovvero, verso gli spettatori.

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L’ho sempre trovata emotivamente impressionante come trovata: la madre di Bambi guarda lo spettatore e ne valuta le potenzialità aggressive per poi benedire la sua presenza, quando un piccolo stormo d’uccelli irrompe nel campo visivo, spezzando ogni sorta di tensione, consentendo a Bambi di entrare nella prateria.
Prateria che può essere interpretata come “mondo esterno” o “piazza del villaggio”, dove non si è più protetti dai vicoli o dalle mura domestiche ma si entra in contatto libero e sereno con tutti gli altri; luogo in cui si possono ammirare, ad esempio, balli ed esibizioni, proprio come Bambi osserva la corsa elegante e forte dei cervi, tentando di imitarli; oppure si possono fare incontri speciali, come quello con la giovane Faline; si possono mangiare cose buone e particolari ai chioschi, nell’esatto modo in cui Tamburino vorrebbe mangiare il succulento fiore o Bambi l’erba più tenera che abbia mai assaggiato. Insomma, come la piazza del villaggio, questa prateria offre particolarità e bellezze che non si vedrebbero restando chiusi in casa. Allargando il concetto, la prateria può diventare il villaggio globale, tanto bello e utopico, quanto pericoloso e insidioso.

 

La scena della morte di Bambi resta e resterà impressa negli annali del cinema come una tra le più cariche di pathos e tristezza mai rappresentate sullo schermo.
Fellini ne elogiava la raffinatezza e argutezza registica: la mamma rizza il collo e le orecchie, si guarda attorno, mentre il figlio, ignaro, continua a mangiare; poi gli dà un ordine, semplice e deciso: «Bambi. Svelto, nel bosco!»; il cucciolo corre veloce, la madre lo segue, continuando a gridargli di essere più veloce. Torna il tema musicale di pericolo, udito nella scena precedente, dedicata alla prateria. Un colpo viene sparato, ma non colpisce nessuno. La mamma è dietro, la si vede per l’ultima volta, prima che la macchina da presa si dedichi completamente a seguire i movimenti di Bambi che si salva nella foresta. Ma proprio allora si ode un altro colpo, pur non conoscendone l’esito, che può essere invece solamente intuito. Bambi raggiunge la sua tana, ignaro della sorte della madre e i suoi richiami disperati, nella tempesta di neve, con l’inquadratura che, pian piano, s’allontana dal protagonista, sottolineando la sua solitudine, chiudendo la scena.

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Bambi diventa l’orfano di guerra per eccellenza: col padre dalla presenza velata, che si rivela a lui quasi come uno spirito guida nel momento peggiore della sua vita e la madre morta a causa della violenza dell’uomo. L’atrocità del suono di quel fucile riecheggia ancora nella testa delle persone. È una violenza cui non si dà giustificazione. Non sapremo mai chi è a uccidere e perché lo fa, si coglie solo la ferocia dell’atto crudele e le sue immediate conseguenze: Bambi è solo sotto la tempesta di neve, nel buio della foresta.
La guerra colpisce, insidiosa, letale e lascia alle sue spalle solo i pianti di bambini innocenti.

Il mondo di Bambi, però, sopporta quella violenza, non c’è alcuna ribellione da parte degli animali che, in qualche modo, hanno imparato a convivere con gli spari del fucile. L’essenza dei primi cinque lungometraggi d’animazione Disney si riversa sempre, perennemente, in una non violenza che schiaccia la violenza del malvagio: così fanno Biancaneve, Pinocchio, Dumbo e persino Cenerentola, sull’inizio degli anni ’50, uno degli ultimi lungometraggi seguiti attentamente da Walt Disney.
Anche in Bambi esiste questa componente: la vita va avanti, la primavera torna e riempie il mondo con la sua bellezza, per ricordarci che l’amore sboccia nelle più disperate situazioni. La nota pessimistica riguarderà allora la circolarità per la quale il momento di pace ed equilibrio sarà nuovamente rotto dall’uomo, causa dell’ennesimo disastro, ma questa volta un disastro globale (per il mondo del cerbiatto: la foresta), causato da un’enorme incendio che costringe tanti animali alla fuga spericolata e molti altri a morire in quell’inferno fiammeggiante.

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Ecco, dunque, che la seconda guerra mondiale, si prende la scena nel film di Bambi. Basta una scintilla perché tutto deflagri nel disastro: gli alberi, i cespugli, i nidi e le tane, metafore delle abitazioni del popolo innocente, vengono rasi al suolo e la vita viene sconvolta. Talvolta sembra non esserci via di scampo fra quei tronchi enormi che s’abbattono al suolo come bombe, ma infine si resisterà anche a questo e se non lo faranno tutti gli abitanti del bosco, la natura sicuramente lo farà.
Bambi, Faline, Tamburino e gli altri guardano il loro mondo bruciare, ma si consolano nell’essere sopravvissuti, accompagnati dalle note di L’amore è una canzone. Una scelta musicale non casuale, perché è tema sia iniziale sia finale del film: l’amore permea il mondo e vincerà sempre. Amore come riassunto di tutto ciò che genera l’equilibrio e la bellezza della vita.

 

«Magico è il canto dell’amor
un solo ritornello
tanto semplice eppur tanto bello
che miracoli fa…»

E così la natura, pregna d’amore, torna a risplendere di colori e vivere di nuova vita. Nonostante la violenza subita, nella foresta sta per ricominciare il ciclo della vita: due cerbiatti nascono e Bambi osserva i suoi figli con orgoglio, accanto al padre.

La guerra che imperversava nel mondo, nel 1942, non vedeva ancora la fine dei conflitti, le stragi dilagavano, il mondo era letteralmente in fiamme; l’arte e il cinema erano schiacciati dai totalitarismi ma dall’altra parte dell’oceano si levava una melodia d’amore e denuncia alle violenze dell’uomo, nata negli studi Disney di Burbank, dalle mani di artisti coordinati dal genio di Walt. Questa melodia di speranza portava e porta il nome di Bambi.