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L’ultimo film della PIXAR, Coco, ha già conquistato il plauso della critica e del pubblico, vincendo, nella categoria “Miglior film d’animazione” il Golden Globe, storicamente, il premio che spalanca le porte alla statuina più ambita di Hollywood: l’Oscar.
Questa volta lo studio d’animazione statunitense, ci porta alla scoperta di una delle feste più particolari della tradizione messicana: il Dia de los Muertos; ovvero il giorno dei morti. Sul grande schermo rivive la magia di questa tradizione basata su colori sgargianti, musiche e allegria, tre elementi che tematizzano la morte in modo assai diverso rispetto a quello che ci appartiene, risvegliando nello spettatore quel «gusto dell’esotico» che stimola a conoscere le tradizioni a lui lontane.

Coco ha una struttura narrativa che può sembrare classica al primo approccio, cioè: un film di formazione, con un protagonista alla ricerca dei propri sogni. Tuttavia la semplice narrazione viene sfruttata per raccontare qualcosa che, in definitiva, non e poi così banale.

Coco: il titolo che racchiude la soluzione

Il nome è un espediente particolare per non rivelare il nome del protagonista ma di un altro personaggio, meno presente sullo schermo, ma di eguale importanza. La chiave di volta della storia propostaci dal regista Lee Unkrich, non è Miguel, ma Coco, bisnonna del ragazzino. È lei, alla fine, la personalità più importante dell’opera, il ponte fra passato e futuro, in grado di mantenere e e risvegliare nella famiglia l’amore per la musica e il ricordo di una persona ingiustamente dimenticata. Se Coco è la soluzione, Miguel — reale protagonista — ha il compito di viaggiare fra i due mondi e, dunque, assurgere al ruolo di veicolo o stimolante di tale legame.

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Il fattore “titolo” ha una sua importanza, poiché i titoli dei film sono sempre dedicati al protagonista (quando un nome compare). Si vedano gli esempi di Wall-E e dei classici Disney del rinascimento. Questo uso di evocare il nome del personaggio principale non è tipicamente pixariano (Toy Story, A Bug’s Life, Up, Monsters & Co. Ecc. sono dei chiari esempi) e in questo caso, non essendo Coco la protagonista del film, ma Miguel, si sfrutta in modo consapevole questa tradizione quasi secolare, iniziata (almeno nei lungometraggi) con Biancaneve e i sette nani, ma che risale fino ai primi cortometraggi animati.
Una soluzione simile viene adottata, ad esempio, nel film Ratatouille, dove viene ricordato il nome della pietanza che, sul finale, darà la svolta alla vicenda del ristorante dove i protagonisti lavorano. In quel caso, trattandosi di una pietanza, l’effetto del titolo ha enfatizzato in maniera minore questa “sorpresa” che, nell’ultimo film PIXAR, diventa qualcosa di grande impatto. Trattandosi di un personaggio, si ha la maggiore consapevolezza che l’ottica del film non è indirizzata al mostrare la classica storia di un ragazzo alla ricerca della propria dimensione che a dispetto di tutto e tutti riesce a trovare. Questo aspetto diviene solamente il velo dell’opera, quello che timidamente copre un’altra morale e altri scopi: come il mostrare il funzionamento (secondo un gusto tipicamente pixariano) del mondo dei morti in una tradizione messicana attualizzata, con la sua dogana dotata di scanner, la sua polizia, i suoi palazzi e la città divisa fra l’alta e la bassa società, ma soprattutto l’intento di elevare l’importanza dei legami familiari e della musica. Quest’ultima diviene, allora, un mezzo incredibilmente efficace per per veicolare sentimenti.

Un approccio diverso alla sceneggiatura classica

Anche la storia di Miguel — questo “velo” (come l’ho definito) che copre le vere intenzioni della narrazione — risulta molto lontana da certi cliché secondo i quali, nella maggior parte dei casi, i genitori imparano a lasciare andare i propri figli, così da lasciargli occupare il proprio posto nel mondo, quello che desideravano sin dall’inizio e che gradualmente si sono conquistati attraverso disavventure e tenacia. In questo caso l’eroe torna a casa, realizzando il suo sogno, ma con modalità molto differenti rispetto a quelle “classiche”.
Il film PIXAR parte dal presupposto che la scelta di abbandonare la famiglia per divenire musicista era sbagliata; scelta che condannò l’intera dinastia del protagonista a bandire la musica e abbracciare saldamente il mestiere di calzolaio. Quale opposizione migliore? Vediamo rappresentate sullo schermo due differenti modalità di creazione: l’una più vicina a quello che generalmente consideriamo arte e quindi materia eterea; l’altra che spinge, letteralmente, a restare con i piedi per terra. Eppure, la condanna per questo atto di allontanamento dalla famiglia viene solo sul finale. Per tutto il film, infatti, lo spettatore non può che parteggiare per Miguel e desiderare che viva il suo sogno musicale; condannando, di conseguenza, i comportamenti della nonna, spaccata fra un amore immenso per il nipote e il desiderio di proteggerlo.
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Il vero plot-twist non è tanto la scoperta della vera identità di Ernesto de la Cruz, ma che l’abbandono di Hector, in fondo, era condannabile e che la famiglia aveva ben ragione di agire in questo modo; specie ignorando la natura vera della sua morte.

Coco, dunque, si affaccia al pubblico nel miglior modo possibile. Da un lato propone una storia che segue canoni già scritti e alcuni snodi diventati topoi di un certo tipo di cinematografia e che hanno presa sicura sul pubblico; dall’altro si diverte a scardinarli, non in modo caricaturale o grottesco, ma con un’eleganza tipicamente pixariana, tanto da riuscire a creare una sinergia fra i due sistemi di narrazione filmica.

La musica come legame e fonte di vita eterna

Coco parlando di morte, in fondo, parla di vita. Ci comunica l’importanza del ricordo, perpetrando così l’esistenza dei defunti nelle nostre memorie. Miguel, non potrà mai salvare l’anima di Chicarrón, poiché non ha vissuto con lui, non ha ricordi umani da portare con sé sulla terra dei vivi e solo chi ha conosciuto in vita un essere determinato può tramandarne la conoscenza e farlo vivere in eterno nella terra dei ricordati.
Di conseguenza, il tema della musica diventa tanto sotterraneo quanto primario. La musica, come aspirazione del protagonista è al lato delle tematiche principali del film (il ricordo dei morti e l’unione familiare); tuttavia, essendo veicolo di tale scopo diviene centrale all’interno della narrazione. Coco non è un musical, ma riesce comunque a incanalare nelle canzoni (cantate dagli stessi personaggi) un’importanza e un valore enorme. In particolare risalta Ricordami, canzone che accompagna il film fino ai titoli di coda e che, ogni qual volta viene cantata, ha la capacità di mutare le sue intenzioni e trasmettere messaggi differenti.

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La prima versione è quella di Ernesto de la Cruz, cantante dalla voce imponente e dalla forte presenza scenica. La sua versione è maestosa: su un palcoscenico vediamo una scala mobile che lentamente lo innalza da terra, vediamo ballerine scatenate con cui flirta volentieri, a ritmo serrato, accompagnato da un’allegria contagiosa che porta al gran finale, dove, all’apice della struttura scenica, Ernesto lancia il suo acuto finale, venendo schiacciato da un’enorme campana, in modo, se vogliamo, molto ironico. La sua Ricordami, dunque, è scenica: un’invocazione totalmente egocentrica. De la Cruz invita il pubblico a non dimenticarlo mai per il puro piacere personale, per un tornaconto economico e di fama che gli arriva in vita così come in morte.

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La seconda versione è quella che udiamo nel ricordo di Hector, sotto forma di ninna nanna per sua figlia Coco. Hector esplicita chiaramente che non è una canzone scritta per il mondo, ma destinata unicamente alla figlia, per cementare il legame d’amore fra i due. Infatti nel flashback c’è un’ambiente chiuso, le inquadrature restano strette sui due personaggi e si sente solo la dolce melodia suonata con la chitarra e la voce di Hector, meno imponente di quella di Ernesto ma estremamente coinvolta nel canto; e mentre la versione di de la Cruz si conclude con un campo lungo, questa termina con un primissimo piano del volto di Hector avvolto dalle piccole mani di Coco. Il valore estetico di queste inquadrature ci parla chiaro.
Questa versione è certamente più intimistica e mai egocentrica; al contrario è un dono che il padre fa alla figlia, felice di vederlo arrivare: l’esatto opposto della prima versione.

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La terza e ultima volta che ascoltiamo Ricordami è nella scena in cui sono coinvolti Miguel e Coco. Il bambino ha imparato a cantarla così come faceva il suo trisavoro e la ripropone in quella stessa versione. Ma se la precedente tendeva a creare un legame fra padre e figlia qui si tratta di un attraversamento generazionale, in grado di riaccendere la memoria di Coco, ridotta a vivere sulla sedia a rotelle, nonché vessata da una perdita di ricordi costante.
Ricordami, diventa la canzone che salva l’esistenza nell’al di là di Hector e ricuce l’equivoco familiare, facendo tornare la musica nella famiglia.
Quest’ultima versione è totalmente opposta all’egocentrismo della prima ed è, anzi, una condivisione con tutti i familiari, un dono a Coco, la quale, a ridosso della sua morte, rievoca il padre e i pensieri felici legati a quei ricordi con lui da bambina; ma, allo stesso tempo, allieta e fortifica tutti gli altri, dando al film un lieto fine prima della sua conclusione.

Il percorso della canzone, dunque, passa dalla vacuità del successo alla profondità intima condivisa da pochi e diventa vera e propria bandiera del significato profondo del film.

Rimanendo in tema musicale, nella soundtrack del film spicca una canzone: La Llorona. Questa, affidata a Imelda, trisavora di Miguel, evoca una figura mitica della cultura popolare messicana: la Llorona, per l’appunto. Si tratta del fantasma di una donna errante, inconsolabile per la perdita dei suoi figli. Ancora una volta, la PIXAR ha saputo sfruttare la tradizione per trarne vantaggio a livello espressivo e simbolico. Imelda, infatti, è un’inconsolabile donna che copre la sua tristezza dietro una maschera di fierezza e forza, che la rende simile alla figura classica della “matrona”. Il suo dispiacere proviene proprio da una perdita: quella del marito.  Questo dettaglio contribuisce a tratteggiare alla perfezione il suo ruolo di Llorona e la canzone, con un testo struggente e poetico, evocando il suo dramma, completa il quadro della costruzione del personaggio.

Non dimenticarmi!

Infine vale la pena citare alcuni argomenti ricorrenti nella filmografia PIXAR: i media come illusione, il terrore di essere dimenticati e la confusione sempre maggiore tra il reale e il virtuale.

Coco gioca abilmente con queste tematiche: Miguel, come tutti i fan, costruisce l’immagine di Ernesto de la Cruz tramite le canzoni e i suoi film e a questi si aggiunge l’inganno costruito attraverso i documentari e le interviste che lo riguardano. Ernesto de la Cruz sembra a sua volta vittima della sua immagine filmica, tanto da esprimersi e comportarsi citando espressamente le battute dei propri film. Questa realtà sfasata, filtrata dall’inganno del mezzo cinematografico, ha completamente rapito il cantante messicano, tanto da non fargli più riconoscere la realtà lampante. Allo stesso tempo Miguel è vittima di questa distorsione che si dissolve nel momento in cui, proprio tramite il riconoscimento dell’artificio cinematografico, scopre la vera natura del cantante. L’assorbimento della fama tramite l’illusione allontana de la Cruz da ciò che è più importante nel mondo, anche in quello artistico: la passione, l’amore, i legami con le altre persone. Accecato dal desiderio di non essere dimenticato e, dunque, dissolversi per sempre, Ernesto de la Cruz canta a voce spiegata Ricordami, corrompendo la natura stessa della canzone. Il mondo che ha costruito era solo un mondo illusorio e come tale si dissolve rapidamente, quando il suo inganno viene svelato.

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Caratteristica particolare è che l’inganno del cantante viene svelato sempre tramite l’occhio cinematografico che, dunque, mostra questa sua duplice natura: quella illusoria, che può presentare al mondo, con grande facilità, una realtà distorta; e quella reale, come occhio rivelatore. Ciò che accomuna questi due aspetti del mezzo cinematografico è, tuttavia, la sua capacità di persuadere la massa del suo pubblico.

Il tema del terrore di essere dimenticati avvolge l’intero film, anche dalla parte dei personaggi positivi, come Hector. Il ricordo del passato e dei cari che ne hanno fatto parte, è presentato come la chiave per vivere al meglio il presente. Così, sul finale, tutto si ristabilisce proprio grazie alla consapevolezza di ciò che avvenne tanti anni fa: Miguel sarà allora in grado di suonare con la sua famiglia; Coco morirà serenamente e potrà ricongiungersi con la famiglia nell’al di là; Imelda ricucirà il rapporto d’amore con Hector e quest’ultimo, finalmente, potrà attraversare il ponte di petali, per festeggiare il Dia de los Muertos accanto a coloro che ama.