“Papà ha detto che non c’è più niente da fare..” “Ha dimenticato la grotta magica.”

E anche stavolta di fronte all’ennesimo capolavoro del regista Lars von Trier non possiamo che rimanere scossi e alzare le mani, farci muti e restare a guardare ciò che ci resta addosso del film, anche a film concluso. Melancholia, plurinominato e pluripremiato, esce nel 2011 in assoluta continuità e allo stesso tempo discontinuità con la filmografia precedente di von Trier. Continuità per il carattere estremamente enigmatico e inafferrabile con cui ci viene presentata ogni singola scena, ma in realtà questo stampo oscuro e inaccessibile riguarda anche l’interezza dei suoi film, mai riducibili a un’interpretazione univoca, compiuta e definitiva. Discontinuità perché toccando questioni “cosmiche”, permette al suo ideatore di rivelarci da un’angolazione nuova e originale argomenti e intuizioni che però rimangono riconoscibili e tipiche del genio Lars von Trier.

Sulle note di Wagner, il momento iniziale della pellicola si presenta come una serie di fotogrammi pensabili, se presi insieme, come l’espressione compiuta del film. Questa sequenza non semplicemente riassume il contenuto del film, ma è il film stesso; si apre infatti con la protagonista Justine che, immobile, dischiude gli occhi mentre sagome di uccelli piovono dal cielo, e si conclude con l’apicale scontro tra la Terra e il pianeta Melancholia. Ecco che, nella sequenza completa di queste singole immagini, cominciano già a dispiegarsi gli elementi fondamentali che caratterizzeranno tutta la pellicola: l’espressione vuota di Justine, il pianeta, la caduta del cavallo come fisico “ritorno alla terra” e il contatto con un mondo naturale e animale – forse sempre più lontano e per certi versi inquietante – che Justine cercherà di ristabilire fino alla fine. C’è anche il suo tentativo di slegarsi dalle corde che, vestita da sposa, la imprigionano e le impediscono il libero movimento, il richiamo a Ofelia sdraiata sul fiume e, per finire, la collisione e poi l’esplosione dei due pianeti.

JUSTINE (parte prima)
Nella prima scena della prima parte del film, Justine ride: ciò non succederà quasi più per tutto il resto del film. I due novelli sposi già dai primi momenti si trovano letteralmente incastrati in situazioni banalmente pratiche e contingenti, come quella in cui una macchina a causa delle sue dimensioni non riesce a percorrere una strada troppo stretta. Già da questa scena così – forse inutilmente ma di certo volutamente – lunga, emerge la precisione di von Trier nel voler mostrare una pesantezza del vivere che si manifesta anche in questi intoppi così “umani, troppo umani”. Justine sembra quasi sollevata nell’arrivare in ritardo alla festa del suo matrimonio, tant’è che più avanti, Claire, la sorella, le chiederà se avesse veramente voluto quel momento e lei, molto enigmaticamente le risponderà di volerlo certamente. Dialogo, quello tra le due sorelle, criptico tanto quanto l’affermazione del padre – uno dei pochi esseri umani da cui Justine sembra sempre aspettarsi qualcosa – che le dirà: “Non ti ho mai vista così felice”, nonostante lei non lo fosse nemmeno apparentemente.

Appena i due sposi scendono dalla macchina, Justine corre a salutare il cavallo nella stalla prima ancora che i suoi invitati e gli confida di essersi sposata, esternando da subito questa ambigua affinità che lei ha col mondo animale.

Justine, durante tutta la serata, ricerca costantemente l’esterno e il contatto col “fuori”,nonostante nell’aria lei avverta già un presagio quantomeno di minaccia incombente; nella prima parte rimane in una specie di autosimo/solipsismo per il quale rifugge il contatto con gli altri esseri umani, ma mai con la Natura e con il Mondo, con la Terra.
Justine è sicuramente il personaggio che si concentra più di tutti, che con l’esterno ha un rapporto privilegiato, è l’unica che “esce”, e non solo quando nemmeno “l’interno”, ciò che è chiuso e coperto sarà più un posto sicuro, lei “si espone” fin dall’inizio.
Un rapporto privilegiato è mantenuto dalla protagonista anche con il nipotino Leo, che affettuosamente la chiama “zietta-spezza-acciaio”; dopo essersi assentata dalla festa per metterlo a letto, Justine si addormenta con lui e, appena poi si sveglia, dice: “Io arranco tra tutti voi, fili di lana grigi alle caviglie, non riesco a camminare”, descrivendo perfettamente uno dei fotogrammi iniziali, quasi riportasse l’esperienza onirica appena sognata.

Un’altra scena significativa è quella in cui Justine, rimanendo sola nella stanza/studio della grande villa in festa, subito dopo il colloquio con Claire sostituisce i libri aperti che rappresentano figure geometriche con immagini di paesaggi e personaggi, con fotografie di quadri. L’unico segno di “debolezza” esplicito che ella manifesta, è quando, parlando con la madre – persona molto cinica e scocciata rispetto alla situazione e ai matrimoni in generale – le confida di aver paura, sentendosi rispondere: “Justine, ce l’abbiamo tutti”.

Emblematico è anche il lancio delle lanterne, in cui ancora una volta la sposa Justine celebra il suomatrimonio col cielo e con la Natura, nel guardare le lanterne salire verso l’alto il suo sguardo si sposta sull’infinità del cielo e in esso lei vede qualcosa, lo percepisce, intravede forse Melancholia, a differenza degli altri invitati che non possono che battere le mani di fronte allo spettacolo artificiale delle lanterne, nulla in più.

Justine inoltre continua a dire al padre che c’è qualcosa di cui vorrebbe parlargli, e questo è l’unico tentativo (fallito) di esternazione di ciò che sta percependo; il padre infatti sfugge abbandonando la figlia al proprio destino, che poi si rivelerà essere quello di tutti.
È interessante notare come tutto si svolga nella villa di Claire e del marito John, e sembra che al di fuori di essa niente avvenga, che il tempo e il mondo oltre gli infiniti giardini che la circondano non esistano.

CLAIRE (parte seconda)
A un certo punto appare al telescopio una visione: un pianeta, da lontano, si avvicina alla Terra e scienziati e studiosi non aspettano altro che scorgerne la bellezza nella famosa “danza di morte”, per poterlo vedere, quando si avvicinerà di più alla Terra, in dimensioni ancora maggiori.
John è esaltato all’idea di poter osservare Melancholia e percepisce quest’avvenimento – evidentemente irripetibile – come imperdibile. Questa fede ostinata nella scienza come nuova religione che promette, dopo l’avvento, l’arrivo dell’evento sperato, si presenta come una possibile chiave interpretativa di ciò che di lì a poco accadrà. In questa fase del film infatti emergono gli atteggiamenti che i vari personaggi assumono nell’attesa dell’evento incombente.
Il piccolo Leo è ignaro di tutto, ma vive, Claire è terrorizzata, mentre Justine è completamente senza forze, s-finita, assaggia il polpettone (suo piatto preferito, preparatole dalla sorella) e lo rigetta dicendo che: “Sa di cenere”. Justine pre-gusta la morte che sente imminente ma trova la forza di dire a Claire: “Se pensi che un pianeta mi spaventi allora sei veramente stupida”, come a volerle mostrare che, al di là di Melancholia, esiste appunto una melancholia che va oltre a qualsiasi esplosione e che la precede, che si annida in ogni angolo della stessa Terra.

A un certo punto nevica finché c’è il sole, e nel verificarsi di questi inusuali fenomeni metereologici, Claire e Justine alzano gli occhi al cielo e vedono il pianeta; quest’ultima dice: “Eccolo, è lì il passato ravvicinato”, come a voler sottintendere che si è dentro a un circolo, a un’eterna ripetizione dell’evento. Così si sdraia sotto Melancholia e cerca di prenderne la luce, proprio come si prenderebbe il sole.

Emerge, soprattutto incalzando verso la fine del film, il netto contrasto tra l’atteggiamento di Justine e quello di John: lui studia le cose, lei le sa; tant’è che a un certo punto lei afferma proprio: “La Terra è cattiva non dobbiamo addolorarci per lei, nessuno sentirà la mancanza. La vita sulla terra è cattiva e non esiste vita altrove. Io so le cose. (..) Noi siamo soli, la vita è soltanto sulla Terra e per poco ancora.”
Come a voler ribadire che c’è un’intrinseca cattiveria della Terra che però non è tale in senso assoluto, ma soltanto se ci si pone dal punto di vista dell’uomo che, terreno, deve morire. In questa prospettiva totalmente immanentistica, profana e quindi liberatoria, la vita non può che essere accettata per quello che è: finita.
John propone, quando avverrà il passaggio di Melancholia vicino alla Terra, di fare un brindisi alla vita, mentre la moglie si dispera e Justine – creatura paradossale – soltanto quando capisce di essere giunta al termine della sua esistenza riesce a riprendere le abitudini quotidiane e primarie che aveva perso: bere, mangiare, vestirsi, lavarsi, dormire.
Quando i vari personaggi capiscono che il pianeta non solo si avvicinerà alla Terra ma la colpirà irrimediabilmente, John si suiciderà, Claire proverà invano a correre, a spostarsi, cercando di occultare a se stessa l’idea che nessun posto è veramente sicuro e infine Justine, sarà l’unica che saprà “rimanere lì”, stare perfettamente in equilibrio nel punto in cui è, avere la forza di partecipare attivamente allo schianto.

Più volte nel corso del film John tiene a ribadire che il campo da golf che può vantare di avere, ha 18 buche; inspiegabilmente in una delle ultime scene viene inquadrata la buca con la bandiera 19. Giunte alla catastrofica fine, le due sorelle e il piccolo Leo sanno di dover e poter solo aspettare l’esasperata distruzione. Claire propone, sfinita, di bere un bicchiere di vino sulla terrazza, mentre Justine, sempre orientata a un – a questo punto ossimorico – ritorno alla Terra, costruirà la “Grotta magica”, fatta di legni raccolti nel bosco da lei e da Leo. Questa grotta più che un nascondiglio è un’esposizione al pericolo, è la costruzione di un mondo “proprio”, sul mondo “di tutti”, che sta per esplodere. Justine crea un nuovo signifiant-maître che vale come unica risposta appropriata alla catastrofe incombente incarnando tra l’altro un grande paradosso, ovvero l’essere l’unica “depressa” che agisce.

Tutto si prepara a finire e la fauna è in superficie: tra vermi, insetti vari e moscerini i tre personaggi, tenendosi per mano – cioè scegliendo di vivere l’evento con il gesto che più tra loro li avvicina ma che anche più li tiene a distanza come quello della stretta di mano – all’interno di questa costruzione aperta e così esposta, anziché tentare un’ultima inutile fuga, si abbandonano all’esplosione.

Silvia Bertaboni