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“I think I got too many memories getting in the way of me / I’m about to go Tonya Harding on the whole world’s knee”, così cantano i Fall Out Boy in “Stay Frosty, Royal Milk Tea. E Obama, durante la sua campagna elettorale nel 2009, contro i suoi detrattori ebbe a dire: “Folks said there’s no way Obama has a chance unless he goes and kneecaps the person ahead of us, does a Tonya Harding…”. È forse difficile per chi vive fuori dagli USA rendersi conto di quanto lo scandalo sportivo che ha coinvolto Tonya Harding e Nancy Kerrigan durante i Campionati nazionali di pattinaggio di figura del 1994, sia entrato a far parte, si potrebbe dire, del folklore, o almeno della cultura pop.

Non saprei dire, in tutta onestà, se questo pluripremiato biopic su Tonya Harding, per la regia di Craig Gillespie, abbia lo scopo di riabilitare la figura della protagonista, che negli anni Novanta, per quel che dura la fama, anche quella cattiva, si è resa il soggetto preferito delle battute di cattivo gusto dei tabloid e dei talk show. Eppure, la protagonista, grazie anche alla potente interpretazione di Margot Robbie, certamente s’impone, a cominciare dalla locandina del film, in cui troneggia, con un’espressione sprezzante e orgogliosa – e tuttavia solitaria, nonostante il folle girotondo di personaggi, che, vedremo, l’hanno circondata, amata, odiata, incoraggiata, ingannata.

Il film ha un modo brillante di narrare i fatti, come se i personaggi stessero confessando il proprio passato di fronte alla telecamera. Ed è proprio ciò che accade all’inizio del film, in cui una Tonya ormai invecchiata e fuori forma racconta la sua versione dei fatti. È seduta al tavolo di una modesta cucina, con addosso un paio di jeans e di stivali da cowboy. Lunghi e mal curati capelli biondi le incorniciano il viso, mentre guarda direttamente in camera, di tanto in tanto fa un tiro dalla sigaretta che tiene tra le dita. Alle sue spalle, una pila di piatti sporchi. Nulla è casuale: Tonya, sia quella del film, sia quella reale, non è mai stata timida di fronte alle telecamere. Se quell’ambiente è così spoglio, sta a significare che anche lei, davanti a quella telecamera, intende presentarsi spoglia e sincera, e raccontarci la verità. La sua verità. Peccato che la verità sia pura di rado e semplice mai.

In un lungo flashback, si disvela il passato dei protagonisti di questa folle storia vera. Se c’è una dimensione della vita di Tonya che il film restituisce appieno nel suo carico di sofferenza, è quella di un’infanzia e un’adolescenza vissuta nei sobborghi di Portland, Oregon, lontano dai panorami sfarzosi e chic del sogno americano. Una vita mediocre, resa intollerabile da una madre arrivista e crudele, che proietta sulla figlia i propri desideri frustrati a forza di botte e umiliazioni, ma che al tempo stesso, con la sua testardaggine al limite dell’ossessivo, è la principale artefice del successo della figlia, almeno nel suo tentativo di portarla all’attenzione di quella che diverrà la sua allenatrice storica. Per lungo tempo, Tonya non riesce ad emanciparsi dal suo status di “white trash” – termine dispregiativo con cui, negli Stati Uniti, è indicata quella parte di popolazione bianca di bassa estrazione sociale, a cui si accompagnano solitamente rozze maniere e bassa moralità, educazione e cultura. È un’atleta potente, grande saltatrice, ma certo non elegante: il film è punteggiato da una grandiosa colonna sonora pop-rock anni Settanta, e alcune delle tracce furono davvero utilizzate da Tonya nelle sue routine, ma certo Sleeping Bag della rock band texana ZZ Top non è una scelta convenzionale, quando le sue colleghe danzavano sulle note di Debussy o Tchaikovsky. Ma d’altronde, la Tonya che vediamo sullo schermo di convenzionale ha ben poco, e non solo nei gusti musicali.

Il conflitto con la madre è fondamentale, nella sua brutalità, per la costruzione del personaggio sullo schermo, dalla femminilità imponente e al tempo stesso fragile, continuamente frustrata. Non diversamente, è fondamentale l’incontro per quello che diverrà la figura tragicamente più importante della sua vita, Jeff Gillooly, che diverrà suo marito. Quello che vediamo sullo schermo è un rapporto malsano, che Tonya insiste a chiamare “amore”, forse perché quell’amore violento è l’unico che abbia mai conosciuto. Il film è stato accusato di usare la tragica vicenda della pattinatrice come ulteriore pretesto per ricoprirla di ridicolo: scene di agghiacciante violenza domestica si susseguono in montaggi incalzanti, colori vivaci e canzoni pop rock, mentre i due coniugi, a turno, raccontano la loro versione rompendo la quarta parete nel bel mezzo dell’azione – Tonya ci parla persino quando il marito le sbatte la testa su uno specchio, infrangendolo. Lo spettatore, nonostante tutto, si sente spinto a sorridere, forse per via dello stridente contrasto tra le scene di violenza, le contraddizioni di lui e di lei, e il montaggio vivace e frenetico. A mio avviso, tuttavia, si ride di una risata amara, anche quando è lei a imbracciare un fucile contro di lui – un gesto che non trasmette affatto un’immagine di femminilità forte, peraltro, ma solo un disturbato ménage famigliare, fatto di abitudini violente da entrambe le parti. Non si tratta di un modo per strappare una risata allo spettatore davanti ad un tremendo spettacolo di violenza domestica: lo scopo di quelle scene non sta nel momento della risata, ma poco dopo, quando le cose cominciano a precipitare, quando ci si rende conto per cosa si è riso.

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Tonya è un’atleta straordinaria, e tuttavia è la sua immagine da “cattiva ragazza”, a cui i vestitini scintillanti stanno stretti, a penalizzarla nelle competizioni: in una scena in particolare, Tonya insiste a chiedere spiegazioni per un punteggio troppo basso. Uno dei giudici, rassegnato, le risponde che lei non incarna l’immagine che l’America vuol dare di sé alle Olimpiadi, non viene da una “tradizionale famiglia americana”. Ma nulla la può fermare quando, nel 1991, anno che costituì il picco della sua carriera, esegue, prima donna americana nella storia, un triplo axel ai campionati nazionali (il salto, che richiede grande equilibrio e potenza per effettuare tre rotazioni e mezzo a mezz’aria, fu eseguito per la prima volta ai Mondiali di Albertville dalla giapponese Midori Ito, nel 1989). La strada per le Olimpiadi è spianata, se non fosse che la sua carriera è a un passo dal disastro, un attimo di gloria pagato a caro prezzo.

Questo film, nonostante la cornice semi-documentariale, non è ovviamente un documentario, e per la descrizione dell’incidente rimando ai numerosi documenti consultabili online – inclusa la registrazione degli attimi immediatamente successivi all’attacco. Sia Tonya, sia la sua rivale Nancy Kerrigan, sono state vittime di circostanze che sono ampiamente sfuggite di mano a chiunque fosse coinvolto. Non ci sono buoni e cattivi, ma solo zone grigie, bassi interessi, calcoli sbagliati, meschine aspirazioni alla fama e al successo – persino davanti a Sean, l’amico e bodyguard mitomane, si fatica a dire che sia malvagio, al massimo che sia malato, o poco sveglio. Quel che importa, è che Tonya – la Tonya del film, su quella reale non sapremo probabilmente mai la verità – ne esce come un personaggio femminile davvero a tutto tondo, non glorificato ma nemmeno denigrato: una rappresentazione onesta di una donna energica e un po’ folle, ma anche meschina e senza troppi scrupoli; certamente un’atleta appassionata e appassionante, al contrario della rivale Kerrigan, atleta tecnicamente eccellente ma piuttosto convenzionale. Entusiasmante è lo scontro tra queste femminilità così diverse: mentre Kerrigan fu soprannominata dai tabloid dell’epoca “The Ice Princess”, per le sue routine eleganti e composte e l’atteggiamento algido – nonostante anch’ella venisse da una famiglia della working class – Tonya incarnava l’anti-eroina che non riusciva, e in fondo non voleva, nascondere le sue origini povere. Insomma, non ciò di cui l’America aveva bisogno, ma ciò che l’America meritava. Eppure, forse questo film non riabilita del tutto la figura della Tonya reale, proprio perché ce la restituisce anche con le sue meschinità, quelle di una donna che non ha mai fatto veramente i conti con le proprie azioni: e infatti, oltre che disseminare frecciatine durante tutto il resoconto dell’incidente, senza mai scusarsi, ma sempre giustificandosi davanti al pubblico, ce lo svela nel finale, che si gioca inaspettatamente su un ring durante uno scontro di pugilato (Tonya, condannata e bandita da ogni competizione ufficiale, senza competenze né titolo di studio, deve in qualche modo re-inventarsi). Mentre cade al tappeto, in una tragica sovrapposizione della scena in cui atterra il suo triplo axel, la sua voce fuori campo ci rivela che quella non aspira ad essere la verità, ma la sua versione. La versione di Tonya.

D’altronde, che cos’è la verità in un mondo in cui la realtà è filtrata dai mass media, che nel rappresentare i fatti li distorcono e li moltiplicano? E Tonya, quella vera, ci ha messo del suo: eccola mentre ribatte con durezza e sarcasmo alle parole di Obama citate all’inizio, ed eccola mentre, in una versione addomesticata, davanti ad una Ellen attentissima a formulare con toni neutri le sue domande, commentare il film, ed eccola di nuovo, mentre commenta il film davanti ad un’intervistatrice per il New York Times che, invece, le fa domande scomode, a cui lei non esita a rispondere con franchezza.

Tonya Harding, per il pubblico americano, è stata molto più che un’atleta: ella ha rappresentato, in un certo senso, il lato oscuro del sogno americano, è stata un’anti-eroina amata e bistrattata al tempo stesso, che ha conosciuto il fango e gli allori. “Hanno bisogno di qualcuno da amare, e da odiare”, dice la Tonya del film, riferendosi al suo pubblico, e lei ha sperimentato tutta la gamma di questo amore e questo odio, passando da trofeo a capro espiatorio.

La figura di questa eroina caduta in disgrazia ha ispirato Sufjan Stevens (il quale, if you ask me, peraltro si trova nel suo momento d’oro, musicalmente parlando, anche grazie al cinema – ve lo ricordate in Call Me By Your Name?). Il cantautore di Detroit ha diffuso un singolo, in due differenti versioni, in contemporanea all’uscita del film, ma slegato da esso, che costituisce – soprattutto se ascoltato dopo la visione, in questo meraviglioso abbinamento con le scene dei Campionati del ‘91 – in soli cinque minuti, una commovente immagine che ci spinge ad una riflessione sul classismo e il sessismo della società americana che ha martirizzato una donna for the sake of laughters. Così canta Stevens: “Has the world had its fun? / yeah they’ll make such a hassle / and they’ll build you a castle / then destroy it when they’re done”, il che rappresenta perfettamente la gloria e la tragedia della più amata, e della più odiata, “shining American star”.