Scena di I figli della notte (De Sica, 2017)

Il film d’esordio di De Sica (junior junior) è stato presentato in anteprima nazionale alla 34ª edizione del Torino Film Festival del 2016 ed è uscito nelle sale successivamente nel 2017. In generale il film è passato abbastanza in sordina, nonostante abbia anche ottenuto numerosi premi, diretti al regista, alla musica ed alla fotografia. Effettivamente I figli della notte deve molto alla fotografia: è un film buio, cupo, tetro, non solo a livello di colori e luci, ma anche e soprattuttto a livello di contenuti, dialoghi ed intreccio. Si presenta come una fiaba, ma di fiabesco ha ben poco. Se la trama, il titolo e le sequenze iniziali ricordano fortemente L’attimo fuggente e ci strappano un sorriso (sorriso di chi spera in una “setta dei poeti estinti” #2 o in un nuovo illuminante Robin Williams), non ci vogliono molti minuti a capire che De Sica ha in serbo per noi tutt’altro film. 

Giulio (Vincenzo Crea) ed Edoardo (Ludovico Succio) sono due ragazzi cresciuti in famiglie ricche, rinomate ed intellettuali. Stanchi dei loro figli o avendo poco tempo per prendersene cura, questi genitori invisibili (nel senso che non appaiono minimamente nel film, se non via telefono) spediscono i ragazzi in una scuola “speciale”: un istituto d’eccellenza per ragazzi esclusivamente di sesso maschile, più che benestanti e allo stesso tempo dotati di fini capacità intellettuali. Il corpo docente, infatti, è attentamente selezionato per poter “formare la classe dirigente del domani” tramite corsi di microeconomia, diritto, storia contemporanea e con l’appoggio di educatori tra i quali uno dei personaggi principali, Matias. Per raggiungere tale scopo al meglio, la scuola è situata in mezzo alle Alpi del Trentino a 10 km dal villaggio più vicino e in quasi totale assenza di mezzi di comunicazione con il mondo esterno. Ad ogni modo, a molti dei ragazzi il mondo esterno non manca per nulla, anzi. La struttura dell’edificio è labirintica e claustrofobica, con espliciti riferimenti all’estetica kubrickiana. L’isolamento dei ragazzi è tanto fisico quanto mentale.

Altra caratteristica principale del sistema educativo della scuola è la filosofia di gestione della trasgressione: sotto tale pressione, infatti, i docenti si aspettano che i ragazzi trasgrediscono e, invece di punirli o cercare di arginare le loro azioni, li lasciano semplicemente fare, li osservano attentamente, li analizzano. O, meglio ancora, organizzano accuratamente la loro trasgressione, in modo che il risultato sia alla fine una situazione di controllo assoluto, di fughe illusorie e scappatoie pianificate. Giulio se ne rende conto lentamente grazie al suo astuto amico Edoardo, che di fughe se ne intende. Il fatto che a poche centinaia di metri, in mezzo al gelido clima alpino, i ragazzi scoprano l’esistenza di uno “squallido” night club, non è normale. Tutto è pianificato, “la trasgressione fa parte dell’offerta formativa” ed è monitorata tanto quanto la buona condotta. Una filosofia che lascia un po’ di stucco ma che, stranamente, non suona poi così malvagia come potrebbe sembrare d’impluso. La trasgressione, soprattutto ad una certa età, è quasi necessaria; tanto vale permetterla, ma fino a un certo punto…

L’effetto finale è di una scuola-videogioco, in cui gli studenti sono marionette del sistema, senza esserci un vero conflitto né un autentico spirito di ribellione, come invece ci si aspetterebbe. Tra prostituzione, falsa testimonianza, omicidi e suicidi, i colpi di scena non mancano e tutto ci viene proposto in modo tagliente. Se c’è un aggettivo per I figli della notte, quello è proprio tagliente. Alcune scelte sembrano superflue, tuttavia, come la presenza seppur lieve del paranormale, al punto che il film in certi momenti è davvero dark e sfiora l’atmosfera da film horror. Due sono le note particolarmente positive e che promettono bene per il futuro del giovane regista: la capacità di impacchettare perfettamente alcune sequenze-cardine e, in stretto legame con questo primo elemento, quello della musica. La colonna sonora del film comunica direttamente con lo spettatore dalla prima inquadratura all’ultima, in loop, passando attraverso momenti estremamente brillanti: le scene che seguono le note di Ti sento dei Matia Bazar e quelle di Pavarotti ne sono un esempio. Lo stile con cui De Sica gestisce la musica, per altro, ricorda le intense e personalissime colonne sonore di un altro giovane regista, il canadese Xavier Dolan.

Insomma, cosa ci sta dicendo De Sica? La realtà pseudo-distopica che il regista a costruito nel suo -breve- lungometraggio ci parla di educazione, crescita e trasgressione ma, soprattutto, ci mostra quanto sia difficile stare al mondo e fare la cosa giusta. Un film freddo come le vette delle Alpi, per chi deve ancora crescere e per chi è già cresciuto.

Maria Adorno