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Ditelo alla prossima sedicenne che vi dice di aver perso la testa per 13 Reasons Why: la rappresentazione più realistica, illuminante, disarmante ed onesta della depressione si ritrova in un vivace cartone animato firmato Netflix, in cui i colori saturi, le animazioni semplici e i dialoghi brillanti fanno da singolare contraltare a temi esistenzialisti ed episodi sorprendentemente dark.

Bojack Horseman, creato dalla penna di Bob Raphael-Waksberg, ha debuttato sulla piattaforma online nell’estate del 2014, conquistandosi, con il rinnovarsi delle stagioni, un sempre crescente successo di critica: l’arrivo della quinta stagione è previsto per il 14 settembre di quest’anno. Diversi sono i punti di forza della serie: oltre che offrire una rappresentazione simpatetica, ma non giustificatoria, di personaggi affetti da depressione, traumi, dipendenze da alcool e droga, o che indulgono in vari altri comportamenti autodistruttivi, la serie offre una prospettiva satirica sulla politica e i costumi americani, e smaschera con sagacia le storture dello show business, mostrandone i “dietro le quinte”.

La serie è ambientata in un mondo in cui convivono umani e animali antropomorfi – e come in tutte le favole, anche se questa è una “favola” dark, gli animali, mutato nomine, dicono sempre qualcosa sugli uomini. L’ambientazione è quella di una Hollywood parallela, in cui talvolta fanno la loro comparsa, da doppiatori, numerose celebrities nella parte di se stessi (per citarne alcuni, Paul McCartney, Daniel Radcliffe, Wiz Khalifa…). E no, “Hollywoo” nel titolo non è un errore, Bojack ruba la “D” dalla iconica scritta sulle colline, in una notte di ubriachezza: la scritta, mai riparata, continua a campeggiare sullo sfondo durante tutta la serie, dalle finestre della sua villa.

Bojack Horseman è una ex celebrità della TV, poi caduta nel dimenticatoio: dopo il successo della sitcom in cui recitava negli anni Novanta, Horsin’ Around, tenta ora la riscossa. La serie segue le alterne vicende di Bojack e dei personaggi che popolano il colorato mondo della serie, tra cui il coinquilino Todd, l’agente Princess Carolyn, l’amica scrittrice Diane Nguyen, e l’amico-rivale Mr. Peanutbutter.

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Bojack e Diane.

Bojack appare come inizialmente ossessionato dal successo, che percepisce come lo scopo ultimo della sua vita, l’unica conquista che potrà garantirgli la felicità. Ciononostante, non si può certo dire che egli lavori duramente per ottenere il suo scopo; nel tentativo di tornare alla ribalta, assume Diane come ghostwriter per scrivere la propria autobiografia, eppure egli non collabora, non rispetta gli orari di lavoro, si perde in schemi e progetti che non riesce mai a portare a termine. A poco a poco, attraverso numerosi flashback disseminati in tutte le stagioni, apprendiamo che il comportamento di Bojack è frutto di un’infanzia traumatica, passata a non sentirsi mai abbastanza, complici dei genitori frustrati, senza amore per il figlio. Il padre, Butterscotch, romanziere fallito, è un alcolista che ha la cattiva abitudine di incolpare il mondo per i propri insuccessi. La madre, Beatrice, il cui passato verrà chiarito solo alla fine della quarta stagione, ha rinunciato ad un futuro da ricca ereditiera per amore, e rimpiange gli antichi fasti: Bojack è per lei il simbolo di tutte le scelte sbagliate della sua vita.

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Il piccolo Bojack e suo padre.

Per questa ragione, Bojack, perseguitato dal ricordo dei genitori e del suo ex migliore amico, poi tradito, è divenuto un adulto depresso, che non fa altro che autocommiserarsi, narcisista, amaro, egoista, irritabile, e che a volte adotta anche comportamenti autodistruttivi, come l’abuso di alcool o stupefacenti, o tentando di sabotare se stesso e le relazioni con chi lo circonda. Ciò non significa che lo spettatore non possa o non riesca ad immedesimarsi in Bojack: in lui, esaltate al massimo grado, vediamo i nostri piccoli egoismi, le nostre meschinità, le nostre insicurezze, le nostre paure, le nostre ansie. Bojack ha solo timore di mostrare le proprie paure, che maschera dietro una cortina di cinismo e indifferenza. Il successo, che arriva con la serie Horsin’ Around, prodotta dall’ex migliore amico Herb, non gli rende la vita più semplice: la fama gli dà alla testa, diviene sempre più depresso e narcisista, comincia a bere e fumare per alleviare lo stress e la solitudine, finché non c’è più traccia della curiosità e del candore che animavano il piccolo Bojack, quando guardava in TV il suo idolo, il cavallo Secretariat, e sognava di essere come lui. Vent’anni dopo la messa in onda della (tragica) ultima puntata di Horsin’ Around, Bojack si ritrova solo nella sua villa, a guardare a ripetizione le vecchie puntate della sua sitcom, in compagnia del coinquilino Todd, che sosta a casa sua a tempo indeterminato, e che rappresenta uno dei pochi legami sinceri che gli restano. Bojack tenta inutilmente di mettere una toppa alle proprie mancanze cercando una (o più di una) relazione amorosa, ma l’instabilità dei suoi rapporti, come quello con la sua agente Princess Carolyn, riflettono la sua instabilità mentale. L’intera serie è, si può dire, un tentativo del protagonista di uscire dal proprio tunnel depressivo. Non è un viaggio facile, il lieto fine non è assicurato, il prezzo da pagare è caro, ma forse è proprio questo che rende la serie così realistica, e così “relatable”.

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Ogni personaggio della serie ha la propria “filosofia di vita”, ma la visione di Bojack è quella più interessante, forse perché tutti, almeno in certe fasi della nostra vita, siamo caduti nella sua stessa trappola. La retorica (capitalista) del self made man, del successo, dell’auto-realizzazione e della responsabilità individuale, sono il brodo di coltura ideale per quella concezione, individualistica e fondata sulla competizione, che lo scopo della vita sia “essere felici”, come se la felicità fosse uno status permanente che si conquista una volta per tutte: il risultato è che, quando anche conquistassimo ciò che tanto desideriamo, restiamo delusi dalla realtà delle cose, e cerchiamo la felicità di volta in volta in un miraggio diverso, un mero simulacro del successo. La felicità, se concepita così, resta una meta inarrivabile, destinata solo alle fiabe, o, per restare in tema, al lieto fine di qualche film di Hollywood. Bojack vive nella stessa menzogna: ossessionato prima dal tornare alla ribalta, poi dall’ottenere il ruolo da protagonista nella biopic di Secretariat, poi dal vincere un Oscar, è alla ricerca della felicità, illudendosi che tutti i mali della sua vita saranno così magicamente risolti: eppure, arrivato alla meta, piuttosto che godere dei suoi successi, scivola ancora più in fondo nel suo baratro di depressione e alcolismo, deluso di non trovare soluzione ai propri problemi.

“You know, sometimes I think I was born with a leak, and any goodness I started with just slowly spilled out of me and now it’s all gone. And I’ll never get it back in me. It’s too late. Life is a series of closing doors, isn’t it?”

“Horse Majeure” – ep. 9, stagione 1

Stretto in questo circolo vizioso, Bojack non è disposto a lavorare su se stesso, e preferisce dare la colpa al mondo dei disastri che si moltiplicano intorno a lui, continuando così a macerare nella sua tristezza. L’aspetto interessante della rappresentazione di Bojack nella serie è che il suo passato e i suoi traumi non sono mai presentati come una scusa accettabile per il suo comportamento pigro ed egoista, il che diventa evidente quando egli, pur non volendolo, ferisce con le sue azioni anche chi gli vuol bene. Come gli dice Todd, in uno dei suoi rari momenti di rabbia, nell’episodio 9 della terza stagione: “You are all the things that are wrong with you. It’s not the alcohol, or the drugs, or any of the shitty things that happened to you in your career or when you were a kid. It’s you. Alright? It’s you”.

Ma Bojack, forse proprio per il peso della responsabilità di essere l’unico in grado di salvarsi, non riesce ad uscire dal suo circolo vizioso di insicurezze, odio di sé stesso, depressione e fallimenti. Il risultato è che la sua visione della vita è improntata ad un nichilismo esistenzialista secondo cui, nella sua vita, vige una sorta di predestinazione alla catastrofe. Ogni distrazione, che sia l’alcool, la droga o il sesso occasionale, non è altro che un pascaliano divertissement per rendersi tollerabile questo desolante panorama, nella fatalistica convinzione che non si possa far nulla per cambiarlo. D’altronde, come dice Mr. Peanutbutter nell’episodio 12 della prima stagione, “The universe is a cruel, uncaring void. The key to being happy isn’t a search for meaning. It’s just to keep yourself busy with unimportant nonsense, and, eventually, you’ll be dead”.

Questo nichilismo si riflette non solo nella trama, ma anche nello stile narrativo di ogni singolo episodio. A parte i continui salti temporali – flashback, accelerazioni, ripresa degli antefatti nel mezzo degli episodi – la caratteristica più interessante ed eloquente della trama di Bojack Horseman è che a nessun personaggio spetta il lieto fine, almeno non nel senso a cui ci hanno abituato le favole. Le puntate di Horsin’ Around, in cui ogni conflitto o disavventura, in pieno stile sitcom, è prontamente riparato nel finale, fanno da contraltare alle vicende che avvengono fuori dalla finzione televisiva, in cui ogni personaggio ha i propri alti e bassi, le proprie rivincite, i periodi bui, i momenti felici, le giornate storte, in un ritmo narrativo che lascia sempre un senso di irrisolto – ma che proprio per questo tiene lo spettatore incollato allo schermo.

Ogni personaggio, infatti, ha il suo percorso narrativo, con i propri desideri e le proprie aspirazioni, ma questi non vengono mai del tutto raggiunti, e anche quando lo fossero, permane la sensazione che qualcosa sia ancora fuori posto. Due esempi perfetti di questa dinamica sono, per ragioni diverse, Princess Carolyn e Diane. Princess Carolyn è completamente assorbita dal proprio lavoro, al di fuori del quale non ha una vita sociale, resta in ufficio fino a tarda notte, afferma con indifferenza “I don’t do the dating thing”, eppure ha la sensazione che qualcosa le manchi: la sua relazione con il topo Ralph Stilton le offre solo un conforto temporaneo prima che i due interrompano la relazione in modo piuttosto brusco (per ragioni che non vi rivelo), e lei ritornerà, dopo qualche bevuta per dimenticare, alla vita di sempre. La vicenda di Diane, invece, segue una parabola ascendente: da barista, riesce ad esaudire il suo sogno di diventare scrittrice, sia online sia sulla carta stampata, e sposa una celebrità come Mr. Peanutbutter: ciononostante, non è mai felice, vede solo il bicchiere mezzo vuoto, fino al punto di mettere a rischio il proprio matrimonio.

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Nessun personaggio è relegato ad un ruolo stereotipato: persino Todd, che all’apparenza sembrerebbe solo una “spalla comica”, in definitiva un fallito, un perdigiorno, si rivela in realtà creativo, intraprendente, pieno di premure per i suoi amici. E nonostante l’ironia dissacrante della serie, nella volontà di rappresentare Todd come asessuale, personalmente, non ho visto altro che un tentativo di dare spessore al personaggio, permettendogli di negoziare la propria identità e di dare voce alla sua esperienza e ai suoi sentimenti (che sono, fuori dalla finzione, più comuni di quanto si possa pensare).

La quinta stagione è alle porte, e promette una nuova prospettiva sulla vita a Hollywoo: Bojack ha forse trovato una speranza di redenzione, Todd la sua identità, mentre Diane e Mr. Peanutbutter sono ora costretti a fare davvero i conti con la loro relazione. Tuttavia, alla luce delle precedenti stagioni, probabilmente non ci sarà un finale risolutivo, o un deus ex machina che ripari magicamente i torti e distribuisca i meriti e le pene. Tutt’altro: Bojack Horseman è la favola postmoderna del disincanto del mondo. Gli unici déi di questo universo sono le celebrità del grande e del piccolo schermo, che, in definitiva, sono umane, troppo umane. L’unica speranza di salvezza sta nella libertà (e nel potere) di riscrivere la propria storia – una responsabilità non senza angoscia: la crisi esistenziale, d’altronde, non è che vertigine della scelta.