In produzione dal 2014 e giunta ormai alla quinta stagione (la sesta stagione è programmata per maggio 2019), la seria americana The 100 si presenta come una narrazione post-apocalittica in grado di portare sullo schermo questioni di vitale importanza (la convivenza tra i popoli, il sacrificio, la gestione delle risorse…), pur senza rinunciare a una buona dose di intrattenimento e azione.

Come si nota sin dai primi episodi, la serie gioca abbastanza esplicitamente con atmosfere e stereotipi ben collaudati. Lo spettatore non tarderà infatti a trovare le similitudini con altre serie e film del genere giovani adulti/young adult, come Hunger games e Maze Runner, ma anche con gli intrighi di Game of Thrones e con i misteri di Lost (di cui ritroviamo Henry Ian Cusick/Desmond nel ruolo di Marcus Kane). Nonostante una prima stagione che impiega almeno qualche puntata a districarsi tra i luoghi comuni del genere young adult (es. precoci storie d’amore in momenti improbabili e rapida evoluzione di alcuni personaggi), The 100 acquista solidità puntata dopo puntata, rivelandosi un collage ben riuscito.

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Basata sull’omonimo romanzo della scrittrice statunitense Kass Morgan, la serie si apre mostrandoci un momento critico e decisivo nella storia dell’umanità, vera protagonista di fondo delle cinque stagioni. Sono passati 97 anni da quando una guerra nucleare (di cui scopriremo i dettagli nella terza stagione) ha distrutto l’intero pianeta Terra rendendolo inabitabile. Al momento della distruzione, 12 stazioni spaziali ruotavano in orbita, ospitando circa 3000 persone, che furono in grado di salvarsi. Il lungo esilio nello spazio è però giunto al capolinea, poiché le riserve di ossigeno dell’Arca, la grande nave spaziale costituita dall’unione delle stazioni, sembrano essere ormai compromesse. Abituato a prendere decisioni drastiche per il bene dell’umanità, ormai ridotta a 3000 persone, il Consiglio dell’Arca decide di rischiare l’all-in, inviando sulla Terra 100 persone, destinate a testare sulla propria pelle l’abitabilità del pianeta compromesso dalle radiazioni nucleari.

Il primo punto degno di riflessione riguarda proprio la scelta dei 100: non persone qualsiasi, ma «criminali» minorenni imprigionati sull’Arca per aver commesso piccoli furti o trasgressioni. Nell’ottica dei governanti dell’Arca, viene data ai giovani la possibilità di redimersi, cancellando le loro colpe e diventando veri e propri eroi in grado di salvare il proprio popolo. D’altra parte, però, la scelta di mandare cento giovani verso una morte più che probabile la dice lunga sulla politica dell’Arca, che ha perso il proprio nucleo democratico e si è trasformata in mera e cinica amministrazione delle genti. Sull’Arca, infatti, la vita individuale è sacrificata alla sopravvivenza della moltitudine (il cibo è razionato, i compiti sono ben delineati e vige la politica del figlio unico) e ogni minima trasgressione da parte di un maggiorenne è punita con il definitivo allontanamento dalla comunità celeste. Come un homo sacer radicalmente isolato dal resto della comunità, chiunque metta a repentaglio la sicurezza dell’eco-sistema dell’Arca viene bandito, andando incontro a una letterale e insindacabile espulsione-morte nel vuoto dello spazio esterno alla stazione. L’umanità è sopravvissuta, ma l’esilio nello spazio ha comportato una «disumanizzazione» su cui gli stessi protagonisti della serie si interrogano a più riprese.

In questo senso, anche la missione dei 100, colpevoli soltanto di aver sognato una vita priva delle restrizioni dell’Arca, finisce per somigliare a un’espulsione camuffata, all’interno di un calcolo altrettanto spietato: ritrovare il suolo terrestre e la salvezza per l’umanità o, in caso di inabitabilità, liberarsi del peso di 100 persone indesiderate e risparmiare sulle scorte di ossigeno dell’Arca.

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In effetti, la Terra si rivelerà non solo abitabile, ma anche abitata: la fine dell’umanità, come spesso accade, è stata solo parziale e i 100 si scontreranno, come gemelli separati alla nascita, con forze brutali scaturite dagli stessi istinti di sopravvivenza. La gioia per il «ritorno» sulla superficie (che è in realtà l’approdo ad una realtà sempre solo sognata e tramandata di generazione in generazione) si tramuterà in un’imprevista lotta territoriale. L’opposizione tra i due popoli (Skaikru-popolo del cielo e gli Earthers) si traduce in scontro violento, uno scontro per le risorse, ma anche e sopratutto teso ad affermare un paradigma e una visione del mondo: all’intelligenza e alla tecnologia di Skaikru si oppongono l’istinto e la forza fisica dei terrestri, mentre il senso dell’onore tribale di questi ultimi collide con il senso di comunità e umanità dei nuovi arrivati. Proprio queste opposizioni contribuiranno a rendere interessante la serie, che riesce così a tenere insieme la tecnologia più avanzata (e distruttiva) con le forme più «primitive» di tribalismo feudale, giocando con estremi tanto affascinanti quanto pericolosi.

Al netto delle facili semplificazioni e simmetrie, tuttavia, gli scontri più o meno violenti tra i due popoli scuoteranno nelle fondamenta i rispettivi valori e ideali. In fondo, le tradizioni e gli ideali  delle diverse fazioni sorgono dalla stessa identica volontà di sopravvivere alla «fine del mondo», cioè di mantenere la propria integrità fisica e salvaguardare una qualche minima forma di identità e appartenenza. Desiderio diffuso e condiviso, ma spesso irrealizzabile, nella misura in cui molti dei protagonisti saranno costretti a oltrepassare i limiti e condannati a vivere con il peso delle proprie scelte.

Non mancheranno, in realtà, anche occasioni di incontro e contaminazione tra le diverse fazioni, come avverrà ad esempio per il personaggio di Octavia (Marie Avgeropoulos), che inizierà sulla Terra un percorso di ridefinizione identitaria, trovando nelle tradizioni dei terrestri una «famiglia», o per il personaggio di Clarke-Wanheda (Eliza Taylor), leader controversa che si batterà in ogni modo (anche sacrificando vite) per la pace coi terrestri e la sopravvivenza dell’umanità intera.

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L’intera serie potrebbe essere interpretata, in fondo, come una forma di bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria, in cui nessuna delle forze in gioco riesce veramente a prevalere ed è dunque continuamente esposta a minacce e ritorsioni mortali. Gli interessi personali, locali e «globali» si intersecano in un circolo di sangue e di precarie tregue in cui manca un Leviatano in grado di garantire la pace. L’unico vero Leviatano è, se così si può dire, la minaccia incombente di una nuova radicale annichilazione del genere umano, che ritornerà in varie forme nel corso delle stagioni (rischio atomico, A.I. etc.), riuscendo a sottomettere l’intera umanità e a canalizzare le lotte tra le diverse fazioni in un comune e disperato tentativo di sopravvivenza.

In un altro senso, la serie può essere anche interpretata come un «dilemma del carrello» riproposto in ogni possibile variante: uccidere per non essere uccisi, scegliere quali persone sacrificare per salvare la collettività, sacrificare una persona colpevole per salvare innocenti, sacrificare se stessi per salvare i propri cari, uccidere degli innocenti per salvare il proprio popolo… Questo schema si ripropone costantemente sino alla quinta stagione, in un crescendo di difficoltà che porterà alcuni protagonisti a fare scelte moralmente gravose e spesso sbagliate, sancendo crisi di identità, tradimenti e «discese agli inferi» irreversibili.

In sintesi, The 100 finisce per conquistare lo spettatore, nonostante potrebbe far storcere il naso ai palati più fini. Pur con i suoi difetti, la serie riesce nel tempo a dare un certo spessore ai propri personaggi (grazie ai dilemmi di fronte ai quali li pone), incrociando in maniera equilibrata il piano individuale e il piano globale, mescolando spesso le carte in tavola sino a far perdere allo spettatore la chiara percezione dei «buoni» e dei «cattivi». Infine, The 100 ha il merito di far riflettere su una questione semplice ma cruciale: non sempre le scelte «giuste» si rivelano corrette per la collettività, poiché intervengono variabili complesse e fattori pregressi (il mondo in cui viviamo è un’eredità che non abbiamo scelto). In tal senso, non è detto che la «fine del mondo», nelle sue differenti manifestazioni, sia il risultato di un deliberato progetto o di una malvagità intrinseca, bensì il risultato di piccoli errori involontari di un’umanità che cerca con tutte le sue forze di fare la scelta migliore…