CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: Alessandro Calefati

#cineSPECIAL: Lost Highway (1997) — David Lynch: manifesto per un cinema fondamentale

«Siamo simili a lampadine. Se la beatitudine inizia a crescere dentro di te, è come una luce: ha un effetto sull’ambiente circostante» (David Lynch, In acque profonde)

E se a crescere in noi fosse una sensazione disturbante, come quella che attanaglia la mente di chi è preso in un fitto mistero? Se il regista altro non fosse che un demone in grado di mettere in scena il mutamento del mondo-ambiente attraverso luci e risonanze? Quando si cerca di definire il cinema attraverso i suoi elementi fondamentali si arriva ad enumerarne due in linea di principio: l’immagine e il suono. Questo sarebbe vero, se non fosse che generalmente questi “due imprescindibili” sono pensati come rappresentazioni — sia visive, sia sonore — di un mondo-altro, esterno a ciò che viene significativamente chiamato l’audiovisivo. Con David Lynch, d’altra parte, ci chiediamo: esiste un’altro modo per pensare la componente visuale e quella sonora di un film senza necessariamente precipitare in un paradigma rappresentazionalista? La domanda, tuttavia, sarà circoscritta solamente ad un capitolo piuttosto recente dell’opera lynchiana: Lost Highway.

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#CineBit: L’odore della notte (1998) di Claudio Caligari — Un mestiere violento

«L’illegalità era il mio mestiere. Uscivo spinto da qualcosa di curioso che mi soffiava alle spalle, affamato di prede e violento come un animale che non ha abbastanza spazio. Era come se caricassi la città. Maurizio sapeva pilotare e rubare qualsiasi macchina. Se avesse avuto più coraggio e migliori occasioni magari sarebbe diventato un buon pilota da competizione. Ma come molti di noi non ebbe abbastanza di tutto questo e riuscì a perfezionarsi soltanto come ladro d’auto. Poteva rubarne anche dieci in una notte e dai carrozzieri del giro riceveva più ordinazioni di chiunque altro. Gli chiesi di farmi d’autista — se rischia… — Mi sentivo eccitato e in caccia, frugavo i marciapiedi e le strade. Dovunque, alla ricerca dell’obiettivo»

IncipitL’odore della notte (1998) di Claudio Caligari.

Nel corso dell’ultimo anno cinematografico, in Italia si è verificato un evento epocale: un cosiddetto film sui supereroi, interamente prodotto nel nostro paese, è stato magnificato come un unicum assoluto, un’opera prima e un capolavoro — quasi nel senso di qualche cosa che rappresenta il capo di uno stile al quale poi, necessariamente, seguiranno un tronco e degli arti — in grado di competere con le grandi produzioni d’oltreoceano. Lo chiamavano Jeeg Robot — film di Gabriele Mainetti con un iconico Luca Marinelli nei panni dello Zingaro — sembra aver fatto dimenticare al pubblico la sua origine occulta. Perché la sua origine è esoterica, ristretta ad un piccolo circolo di appassionati e cultori di film di genere, rinchiusi in un anello allargato che descrive la circolarità del Grande Raccordo Anulare. Il suo contesto è dunque propriamente romano e la Roma filmica, che qui appare, è collegata alla storia del suo declino. Una storia mai riconosciuta e anche se molto spesso narrata mai del tutto recepita dal pubblico. Un racconto che tenta di sovvertire un mito delle origini che si presenta come perpetuazione universale dello splendore dell’antichità, della Roma imperiale e dei grandi personaggi che affollano i libri di storia, del Colosseo, del Pantheon e delle belle arti. Una Roma finita, una Roma morta, almeno a Roma, da quando quel germe creativo ha smesso di brillare sotto gli occhi della città. Una città decadente.

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#CineHot: Frantz (2016) — Mendaci memorie

Eppure qualcuno è sopravvissuto per raccontare la nostra storia. Poco importa se quel qualcuno, almeno uno o forse il solo, giochi un poco con la propria immaginazione. Quasi a dire che l’unico valore di verità è nella finzione e la realtà non ne ha, al contrario, alcuno. Frantz, film di François Ozon, presentato quest’anno alla Mostra del cinema di Venezia, lega insieme il tema del testimone e quello del fantasma — attraverso la memoria. 

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#CineHot: Kubo e la spada magica — Creare narrazioni e narrare di creazioni

«If you must blink, do it now. Pay careful attention to everything you see no matter how unusual it may seem. If you look away, even for an instant, then our hero will surely perish..»

Dobbiamo prestare attenzione: è questo l’imperativo rivolto allo spettatore di Kubo and the Two Strings (tradotto in italiano con Kubo e la spada magica) di Travis Knight regista e presidente della Laika Entertainment. Una voce fuoricampo recita una formula magica. Nessun evento si produce. Almeno prima facie, tutto procede secondo le attese. Siamo in sala a guardare un cartoon per bambini e delle marionette animate in stop-motion si muovono sullo schermo con disinvoltura. Non è questa la magia del cinema d’animazione, portarci a credere che ogni movimento semplicemente progettato sia, in realtà, più reale di ciò che ci incontra quotidianamente e che, in quel momento, all’interno della sala, letteralmente ci circonda? E Kubo ci inganna, certo, perché ogni suo movimento è meravigliosamente studiato.

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#CineHot: American Pastoral — Effetti di perfezione

«Mi hai trasformata nella tua principessa. E ora dove sono andata a finire? In un manicomio.»

Qualora qualcuno ci chiedesse quale fosse la domanda ineludibile dell’ultimo secolo, probabilmente, in pochi si arrischierebbero nel tentare una risposta come questa: «Che cos’è l’America?». Si potrebbe provare a reagire a una simile provocazione attraverso le parole di Jean Baudrillard. L’America sarebbe, in questo modo, un’utopia realizzata, o meglio, la radicalizzazione dell’esigenza utopica europea e la sua materializzazione immediata nel lavoro, nei costumi e nello stile di vita. Per questo ogni vita appare simile ad uno spot televisivo o a una pellicola, con tanto di colonna sonora? Sarà dunque possibile pensare l’America, o anche solo citarla, senza essere costretti e quasi aggrediti dall’esigenza di porre il problema della perfezione? Pastorale americana — il romanzo bestseller di Philip Roth — e American Pastoral — film di Ewan McGregor ispirato al romanzo — hanno per antecedente oscuro esattamente questo problema. 

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#CineBit: Tutti giù per terra (1997) — Il dramma della potenza

«Era tutto un complotto: mio padre, la colazione, la scuola, quelli sul tram, quelli a piedi. I marciapiedi. Tutti con lo stesso obiettivo: rovinarmi l’esistenza. Fregarmi. E io cercavo di fregarli a modo mio. Come? Ero libero. Libero! Libero nel senso che non avevo un cazzo da fare, ecco.»

Eppur essendo liberi fallimmo. O forse no. Sembra essere questo il problema attorno al quale si sviluppa la struttura frammentata di un piccolo cult movie italiano, Tutti giù per terra di Davide Ferrario. E dunque: che cos’è la possibilità e come si dà? Tutti quesiti che, in maniera indiretta, Walter (un giovane Valerio Mastandrea) — studente di filosofia all’università di Torino con un passato da ragioniere — sarà costretto a porsi nel susseguirsi degli eventi che lo riguardano. Perché di eventi si tratta. La possibilità come concetto informa già da subito il montaggio. Ritmato e preciso lascia apparire e scomparire a suon di musica indipendente brandelli di esistenza che si ricompongono come a formare un vero e proprio romanzo di formazione postclassico. Al principio, di certo, non vi era una diegesi lineare e questo ci permette di concentrarci su ogni singolo evento che ci colpisce nella sua peculiare intensità — un’intensità che concentra in sé diversi scenari possibili. Ci si trova infatti nella totale libertà del ricettacolo, una libertà in grado di disinnescare qualsiasi tentativo di uscirne, incapaci di passare da una potenza gravida e inespressa ad un atto in grado di svolgerla attraverso il gesto estremo della selezione.

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#CineBit: Ghost World (2001) — Semplicemente scomparire

Scena del film Ghost World (2001) di Terry Zwigoff

«Eppure sembrano vederci»

Sembra necessario partire da qui, dal chiederci, innanzitutto, chi è che vede in un film underground americano di inizio millennio. Tanto più perché si narra di spettri e di fantasmi. Jacques Derrida, filosofo francese famoso, tra le altre cose, per avere un’ossessione per gli spettri, chiamava “effetto visiera” questa peculiarità del revenant: poter vedere senza essere visto, o meglio, senza essere riconosciuto — ricondotto, in ultima istanza, a un identificabile. Inoltre, lo spettro, come apparizione fantasmatica, come fantasma «Non si sa se è vivo o morto» . Questo non-sapere sulla vita o la morte di un ente costituisce, strutturalmente, il nostro problema.

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#FuocoIncrociato: La leggenda del santo fumatore

 Scena del film Trumbo (2015) di Jay Roach

«Sì, ho da dire che sono innocente, in tutta la mia vita non ho mai rubato e non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per la quale sono qui è questa e nessun’altra. Una frase, una frase signor Kezman mi ritorna sempre alla mente: “Lei signor Vanzetti è venuto qui nel paese di Bengodi per arricchire!” È una frase che mi dà allegria, io non ho mai pensato di arricchire. Non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando; sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso: sto soffrendo e pagando perché sono anarchico — e mi sun anarchic! —, perché sono italiano, e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi per due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto! Nicola Sacco, il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui, ma quante volte, quante volte guardandolo, pensando a lui, a quest’uomo che voi giudicate ladro e assassino e che ammazzerete.
Quando le sue ossa non saranno che polvere e i vostri nomi, le vostre istituzioni non saranno che il ricordo di un passato mai detto, il suo nome, il nome di Nicola Sacco sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarli, senza di loro non saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo, e mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini. Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati.»

— Dal film Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo

Iniziare un testo con un rimando ad un altro testo non è cosa affatto originale. Non si tratta, spesso, di cercare relazioni tra i due: somiglianze. Non si cerca nemmeno di mettere in luce differenze. Come si potrebbe tentare di avvicinare, anche solo per trovare una comunanza, due film tanto diversi, scritti e girati a distanza di anni, come Sacco e Vanzetti di Montaldo e Trumbo (“tradotto” in italiano con L’ultima parola — La vera storia di Dalton Trumbo) di Jay Roach? Operiamo una selezione nella diffusione delle scene.

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#FuocoIncrociato: La purificazione di Saul

 
 
Immagine del film Saul fia (2015) di László Nemes

 

Prendiamo le mosse da un’inquadratura sfocata. Pensata o impensata la sfocatura permane all’interno del suo quadro di ripresa: il suo spazio. Lo spazio è diviso da un fuoco e da un fuori-fuoco ed è su quest’ultimo che ci concentreremo maggiormente. Corpi coperti da un velo di nebbia, corpi morti indistinguibili, ma cos’è questa indistinguibilità? Rendere indistinguibile un corpo dall’altro, renderlo parte di un tutto omogeneo, di un Uno che funge da sfondo e dal quale a risaltare è solamente l’Unico, l’individuo, il caratterizzato — anche se in maniera sommaria e approssimativa. Saul fia, nella sua retorica, ricorda i passaggi heideggeriani dei Bremer und Freiburger Vorträge; in modo particolare quella conferenza dal titolo L’impianto in cui «il pezzo (Stück) è qualcosa di diverso dalla parte (Teil). La parte si spartisce con altre parti nell’intero e gli appartiene. Invece il pezzo è separato, e lo è in quanto pezzo che è addirittura segregato dagli altri pezzi»¹.

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