CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: Francesco Gandellini


“Dubbi circa la morte di Dio, ne ho molti; sulla morte del Cinema, nessuno”. Così scrive il poeta e saggista Guido Ceronetti nel 1995, compendiando di fatto il “non datato” e incertificabile decesso dell’arte cinematografica, la cui putrescente obsolescenza ha avuto modo di trascinarsi al punto che “è giusto essere sazi, ormai, arcisazi, di immagini irreali in movimento artificiale, come di divenire […] dannoso e nemico alla pari delle industrie più inquinanti, turismo di massa, petrolchimico, nucleare”[1]. Il cinema ha esaurito la sua carica espressiva, simbolica e iconicamente rappresentativa, avvinghiato nella virale proliferazione esasperata e esasperante delle stesse forme per gli stessi contenuti, crogiolandosi negli strascichi di una senescenza languida e spegnendosi definitivamente, nell’amara ma consapevole rassegnazione dei suoi interpreti, con una silenziosa uscita di scena, lontana dai fasti delle origini e dallo splendore roboante delle proiezioni hollywoodiane. La provocatoria tesi di Ceronetti non vuole essere indagata nella sua verità, per le ragioni che l’accompagnano o rispetto alle conseguenze che da essa germinano, ma piuttosto filtrata attraverso la sensibilità di chi in primis l’ha avvertita, recepita come strazio, sentita risuonare nelle corde della propria attività: due registi hanno manifestamente sposato la tanto delittuosa dichiarazione, ma al rintocco delle campane a morto non hanno fatto seguire le loro lacrime, bensì una poetica reazione di rinascita speranzosa, una lazzariana promessa di nuova vita. Alla stregua di lampadofori, Leos Carax e Alain Resnais hanno rispettivamente illuminato, con le insegne al neon di Holy Motors e con il virtuale occhio di bue di Vous n’avez encore rien vu, la rimarginazione profana delle spoglie mute del cinema, impressionando critica e pubblico durante l’edizione 2012 del Festival di Cannes.

Read More

#CineHot: Arrival (2016) di Denis Villeneuve: la fantascienza della relatività linguistica

“Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia. La memoria è una cosa strana, non funziona come credevo, siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine…ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine, ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita”

(Louise Banks, Arrival, Denis Villeneuve, 2016)

Presentato alla 73a mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, Arrival segna l’ingresso di Denis Villeneuve (già regista di Prisoners, Enemy e Sicario) nell’Olimpo della fantascienza, con una pellicola destinata a rivoluzionare il genere stesso, in forza del suo sincero attaccamento a principi e nozioni incorporate dal mondo della linguistica e dall’universo della fisica. Il film, ispirato dal racconto di Ted Chiang “Storia della tua vita”, rielaborato per il grande schermo da Eric Heisserer, può infatti vantare il record di pellicola fantascientifica con il maggior numero di candidature agli Oscar con 8 nominations, tra cui quelle per il Miglior film e la Miglior regia, in attesa di scoprire tra meno di un mese se potrà dirsi anche vincitore di alcuni tra questi. Se non fosse che Villeneuve sembra voler far proprio l’incipit di una celebre ode oraziana: exegi monumentum, un monumento cinematografico offerto sotto le non così mentite spoglie di un esperimento mentale dal forte sapore filosofico.

Read More

#CineBIT : Oltre il giardino (1979) di Hal Ashby- Il peso della leggerezza

La vita è uno stato mentale”. Con queste parole melliflue e insonorizzate si chiude l’incantesimo filmico di Oltre il giardino (titolo originale Being there, regia di Hal Ashby), in un’atmosfera rarefatta, ai confini con l’onirico, dove si infrange delicatamente la quarta parete cinematografica per precipitare lo spettatore nella parossistica leggerezza del giardiniere Chance (interpretato da un magistrale Peter Sellers), per l’intera durata della pellicola blandamente derisa e solo nell’atto terminale avvertita nella sua potenziale gravità.

Read More

#CineBit: Mr. Nobody (2009) di Jaco Van Dormael — Per una lettura heideggeriana della scelta

mr-nobody1

“Non possiamo tornare indietro. Ecco perché è così difficile scegliere.   Dobbiamo fare la scelta giusta. Finché non si sceglie, tutto resta possibile.”

(Nemo Nobody, Mr. Nobody, Jaco Van Dormael, 2009)

“…è solo perché è ciò che diventa o non diventa, che comprendendo può dire a se stesso: «diventa ciò che sei!»”

(Martin Heidegger, Essere e Tempo, 1927, §31)

Scritto e diretto dal regista belga Jaco Van Dormael, Mr. Nobody è un dramma fantascientifico, che porta sulla scena cinematografica i temi cruciali della possibilità e della scelta, mostrandone il valore significativamente tragico nell’esistenza umana. L’ultracentenario Nemo Nobody (Jared Leto) è il metaforico capitano della nave della vita, condotta attraverso un mare colmo di infinite opportunità per l’uomo, che si presentano alla stregua di correnti pelagiche da sfruttare e seguire o da aggirare e abbandonare. Egli, tuttavia, gode di una doppia peculiarità: è l’ultimo mortale sulla Terra, dove lo sviluppo tecnico ha eliminato la componente della morte dall’equazione dell’esistenza, e ha mantenuto la capacità di prefigurare il proprio futuro, posseduta da tutti i nascituri ma annullata dagli Angeli dell’Oblio al momento del concepimento.

Read More

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén