CinePhilo

Recensioni cinematografiche

Author: cinephilo

#cineOS: Mr. Robot, Arab Spring, and its Science Fiction question (II): The futuristic path?

In the previous text, I explored how the Arab Spring influenced the TV show creator Sam Esmail on setting up a story about the youth angst he found during that revolution, and how there would be a change of perspective from his side on those events. Mr. Robot is a TV show which suggested that anger may be a positive backbone towards societal equality, but at the same time wondered if that anger could had made things worse.

Critically, I would argue that part of the message is somewhat lost or blurred by Mr. Robot’s problems with pacing and mystery delivery, especially during season 2. A review from Matt Zoller (2016) provided a very interesting point of view: he argued that the TV show is at the same time brilliant in some moments while failing in its basic storytelling. Indeed, one of the perceived problems of Mr. Robot, especially striking in the second season, is how less tight it feels. For all the quite exciting TV show techniques, like setting up a 90’s sitcom excerpt with its own advertisements, the constant play between Elliot and the viewer, a season 2 premiere release before its official date under the pretense of a hacking attack, all the introduction segments for each episode becoming part of the narrative; there were also a lot of unresolved plots being established throughout the second season.

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#cineOS: Mr. Robot (2017), Arab Spring, and its Science Fiction question (I): The rebellious past.

*This essay considers the story development up to the s3ep01*

Mr. Robot landed recently its third season, so I decided to discuss about this impressive TV show, similar to a critique. This first essay will focus more on the general aspects of the Mr. Robot, while the second one will tackle an argument surrounding the alternate dimension interpretation on some aspects from Mr. Robot.

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#cineOS: Kill the white collar crime softly

Extract from Driver by Nicolas Winding Refn

Do you feel the bad guys reap what they sow? Usually, media conventions on plot development, or tropes, establish the baddie will receive its punishment, one way or another, after the good guys “win” on whatever conflict they were facing. Recent decades, however, have seen a shift on the consideration of a villain, rising its importance to the story as the same level of the protagonist (Miles, 2015). TV shows such as Los Soprano, House of Cards, Breaking Bad, or Dexter feature villains as main characters. Importantly, though, is how their arc develops during the course of the plot. Beforehand, there was a moralizing intention, meaning that stories featured villains doomed by their actions at the end (Marqués, 2016). However, modern media disregards this motivation in favour of a “realistic” portrayal of crime and evil (TV tropes). Nowadays, the villain is able to escape “karma” and gets no punishment from his actions. This shift permeates as well in other genres apart from TV dramas, and can also be seen in movies and literature.

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CPmeetsTBU: On the Milky Road — verso il realismo magico di Kusturica


In On the Milky Road Emir Kusturica torna a raccontare la guerra civile in ex Jugoslavia. C’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che già sappiamo?

Lei è Sposa, lui è Kosta. Come nei migliori melodrammi: si conoscono, si innamorano, ma lei è la promessa Sposa del futuro cognato di lui. Più complesso a dirsi che a farsi, quanto meno nella tribuna di soggetti forgiati da Emir Kusturica. Se conoscete la sua filmografia infatti, saprete che in passato c’era già stata una donna contesa: era la bionda Natalija di Underground. Ma anche in quel caso, il corpo della voluttuosa attrice era il campo di battaglia di una guerra tra Marko e il Nero per la conquista del potere. E, neanche a farlo apposta, Miki Manojlović si ritrova ad interpretare lo stesso ruolo a distanza di 21 anni: comandante sleale, marito disinteressato, assegnato prima a Natalija e poi a Sposa.

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#CPmeetsTBU: L’altro volto della speranza (2017) di Aki Kaurismäki — Dove il cambiamento incontra la solidarietà

La notte di Helsinki è buia, di un buio nero pece. Sul molo, le ruspe si muovono come giraffe dal collo alto, alzandosi e abbassandosi per scaricare materiale dalla nave merci Eira (agognata meta in Calamari Union). Da un cumulo di carbone si spalancano due grandi occhi, incorniciati dal volto di un uomo sporco di un pesante strato di fuliggine, nero come la notte finlandese. È il volto di Khaled Aliun ragazzo di Aleppo in fuga dal conflitto siriano. Cambia la scena. Un uomo riempie una vecchia valigia di pelle con i pochi abiti che possiede. Al tavolo della cucina siede una donna, ciocche di capelli tirati nei bigodini. Chiusa la valigia, l’uomo le si avvicina, si sfila dall’anulare sinistro la fede e la posa sul tavolo, insieme ad un mazzo di chiavi. È Waldemar Wikstromcommesso viaggiatore che ha deciso di cambiare la sua vita

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#FuocoIncrociato : Spotlight — Cronaca di un fallimento

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Anche quest’anno finalmente (o purtroppo?) è arrivato il momento di recensire la pellicola protagonista dell’ultima assegnazione degli Oscar, una produzione che ha portato a casa sia l’ambitissimo titolo di miglior film che quello apparentemente prestigioso di miglior sceneggiatura originale. È quindi giusto porsi anche stavolta la domanda, da tempo ormai vero e proprio tormentone: fidarsi o non fidarsi della statuetta dorata? Dato per appurato come sia impossibile poter dire oggettivamente e in maniera incontrovertibile se un film sia davvero il migliore, più opportuno sarebbe valutare, caso per caso, se le basi per l’attribuzione del premio sussistano o meno. Il caso Spotlight aggiunge a questi interrogativi anche un’altra serie di problematiche, correlate al fatto che la storia non è di fantasia, verrebbe da dire non è originale (?), e al tema scelto, particolarmente spinoso e sempre attuale. Per quanto concerne quest’ultimo punto, attenzione a non cadere nell’errore imperdonabile di decidere la validità di un’opera secondo criteri che possono giustificarne meramente l’esistenza: la sensibilizzazione o la denuncia che seguono la scelta di una particolare tematica non necessariamente implicano che il risultato sia autonomo e dignitoso su un piano creativo.

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#FuocoIncrociato: Batman v Superman — Quando anche il polpettone va a male

 

Se c’è una novità che in questo scorcio di secolo ha inequivocabilmente caratterizzato il cinema di consumo, è stata certamente la nascita del genere cine-comic. Beninteso, non nascono dopo il 2000 i film tratti dal mondo del fumetto o quelli a tema supereroistico (basti pensare ai Batman di Tim Burton, veri e propri cult a metà tra l’urban fantasy e la fantascienza ottantiana più estrosa): il marchio di fabbrica del cine-comic non è quindi da ricercarsi banalmente nei soggetti, quanto piuttosto nella collocazione dei singoli film all’interno di una “famiglia allargata”, di una continuity che viene prima del cinema e che nel cinema dovrebbe completarsi, attraverso una serie di passaggi minori animati-televisivi e chi più ne ha più ne metta.

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#4hands Batman v Superman: Dawn of Justice — Deus sive Superhumans: serialità, umanità e divinità a confronto

 
Poster del film Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) di Zack Snyder
 
Per la prima volta nel nostro paese, così refrattario alla novità, dall’autunno scorso è sbarcato Netflix, ponendoci di fronte, adesso più che mai, il problema della frammentarietà dei prodotti audiovisivi. Lo stesso cinema, generalmente così lontano dal mondo seriale, si è adattato velocemente a questa novità. Viviamo in un tempo di serials, spin-off, prequel e sequel. Si ha la tendenza a costruire multi-versi, come se un film, da solo, non fosse più in grado di racchiudere il contenuto di una narrazione. Come se in un’epoca postmoderna come la nostra, dove le grandi narrazioni sono venute meno, solamente una pluralità di cellule narrative, piccole parti di narrazioni differite e mai esauribili, potessero salvarci. In questo contesto il sottogenere fantastico dei cinecomics, sogno proibito di ogni grande studio cinematografico, rappresenta la quintessenza di questa deriva (?) produttiva.

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#FuocoIncrociato: The Danish Girl

 Scena del film The Danish Girl (2016) di Tom Hooper

Ho sempre creduto fermamente nel potere della narrazione. Il racconto, qualunque forma esso assuma, non è soltanto invenzione, finzione, creatività: spesso è un modo di porci in contatto con esperienze a noi estranee, differenti, con punti di vista che non potremmo diversamente avvicinare. Ci sono romanzi e film che sanno metterci in dialogo con l’alterità, che sanno porre in dubbio le nostre certezze rendendoci, se non addirittura più umani, senza dubbio meno inclini al pregiudizio. The Danish Girl (2015), film di Tom Hooper con Eddie Redmayne e Alicia Vikander (che ha recentemente ottenuto il premio Oscar come miglior attrice non protagonista proprio per The Danish Girl) è uno di questi racconti.

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#cineHOT: The Revenant – Il redivivo

 Scena del film The Revenant (2015) di Alejandro González Iñárritu

«Perché nel mezzo di una tempesta, se guardi i rami di un albero, giureresti che stia per cadere. Ma se guardi il suo tronco ti accorgerai di quanto sia stabile.»

Oserei definire questo film sensoriale, evocativo più che narrativo.
La vicenda narrata, tratta dall’omonimo romanzo di Michael Punke del 2003, è quella di una spedizione di cacciatori di pelli statunitensi che, nell’inverno del 1823, si spingono negli stati del nord, insinuandosi nei territori abitati da popolazioni indiane indigene, i quali braccano e attaccano il gruppo di cacciatori per difendere la verginità delle proprie terre.

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