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Attraverso un’alternanza, talora indistinta, tra sogno e realtà, la visionarietà di Inception sa sorprendentemente catturare lo spettatore all’interno della labirintica stratificazione onirica dell’inconscio. Quest’ultimo si presenta, in parte come rielaborazione dei materiali percettivi a livello conscio, ed in parte come  “pura creazione”, a detta del protagonista Cobb  (interpretato dallo straordinario Leonardo di Caprio). Egli fa un lavoro alquanto delicato, ovvero l’“estrazione dall’inconscio”, su commissione, di informazioni preziose. Ma un importante imprenditore, di nome Saito (Ken Watanabe), di una grossa azienda miliardaria gli chiede di fare un lavoro inverso, ossia “impiantare” un’idea, piuttosto che “estrarla”: si tratta di entrare nell’inconscio del figlio del rivale di Saito, di nome Fischer (Cillian Murphy), e di “innestare” in lui l’idea di dividere e distruggere la grande eredità del padre, proprietario di una colossale multinazionale che fa concorrenza a quella di Saito, in modo che quest’ultimo possa così continuare ad avere il monopolio commerciale. Pertanto, Cobb, insieme ad una squadra di “specialisti dell’inconscio”, dovrà convincere Fischer a costruire una propria azienda  (che nel risultato dovrebbe essere economicamente più debole di quella di Saito). Tutto ciò può avvenire solo operando un’ “inception”, cioè un “innesto” di un’idea che è paragonabile ad un virus — come asserisce il protagonista in più parti del film — perché è capace di attecchire nell’inconscio a tal punto da radicarsi nella mente anche dopo il risveglio, e quindi nella realtà. Cobb in passato ha già sperimentato l’innesto su sua moglie: entrambi avevano coltivato la passione di “navigare” nell’inconscio attraverso un’apparecchiatura, chiamata “Pasiv”, che usa sostanze stupefacenti in grado di indurre al sonno e di connettere i sogni di chi la utilizza, cosicché essi risultino sogni condivisi. Ma la coppia è scesa troppo in profondità: i sogni costituiscono un abisso di strati, in cui il tempo percepito scorre più lentamente rispetto alla realtà, e, man mano che si scende di livello, esso aumenta esponenzialmente fino ad arrivare ad un livello, il limbo, dove Cobb e la moglie si sono costruiti un mondo tutto loro,  in cui il tempo pare essere infinito. Il tema del tempo è centrale nell’intero corso del film — non a caso la sua colonna sonora, composta dal maestro Zimmer, si intitola Time — e sviluppa in parallelo la concezione del tempo di Bergson. Il “tempo della scienza”, come lo denominava il grande filosofo francese, corrisponde al tempo della realtà, quello esterno a noi, che costituisce il succedersi omogeneo di ore, minuti, secondi. Il “tempo della coscienza” o “spirituale”, cioè quello interiore, il fluido scorrere di una temporalità attraversata da ricordo e sentimento, è assimilabile a quello del sogno, in cui l’anima e la mente sono libere di determinarsi da sé. E proprio il ricordo è un elemento che sta molto a cuore a Nolan, che non rinuncia a rappresentare in un altro suo capolavoro, vale a dire Memento — interpretato da un notevole Guy Pearce. Qui l’atto di ricordare è fondamentale per la costruzione e il mantenimento dell’identità. Emblematiche, da questo punto di vista, sono le crude scene in cui il protagonista si scrive addosso — proprio sulla pelle — degli appunti, per non dimenticare ciò che ha fatto o che si propone di fare.

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