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Recensioni cinematografiche

Author: Maria Adorno (Page 1 of 2)

#cineBIT: Intolerance (1916) di David Wark Griffith: Una culla per l’umanità

Scena del film Intolerance (1916) di David Griffith

Intolerance è uno dei capisaldi della storia del cinema muto e del cinema in generale, un’opera lunga, elaborata e complessa che affronta temi storico-morali con grande maestria. Filo conduttore, neanche a dirlo, è l’intolleranza: l’intolleranza che, attraverso i secoli, ha sempre contraddistinto la specie umana in senso prettamente negativo, distruttivo, controproducente. Il maggior merito di Griffith è che non solo egli ha presentato questa tesi, ma ha anche voluto dimostrarla, proprio tramite il medium cinematografico; come casi emblematici, il regista statunitense ha scelto 4 periodi che, insieme, abbracciano un totale di circa 2500 anni di storia. La scelta, tutt’altro che casuale, ricalca i quattro generi più diffusi all’epoca:
colossal: la caduta di Babilonia nel 539 a.C.;
– passioni: la crocifissione di Gesù in Giudea nel I secolo;
art français: la strage degli ugonotti del 1572 in Francia a San Bartolomeo;
– dramma sociale: il grande sciopero del 1914 negli Stati Uniti.

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#cinebit: Le Avventure del Principe Achmed (1926) di Lotte Reiniger: Quando il ritaglio diventa cinema

Scena del film Die Abenteuer des Prinzen Achmed (1926) di Lotte Reiniger

Buona parte delle fonti si riferiscono a Lotte Reiniger come una grande “animatrice di silhouettes”, un titolo che non capita spesso di leggere o sentire. Nata verso la fine del 1800, l’artista tedesca ha vissuto pienamente il periodo degli albori del cinema, rivelando una particolare abilità che le ha permesso di lavorare a pieni titoli nell’ambiente cinematografico dell’epoca: il ritaglio. Molti dei suoi lavori, unicamente animazioni, si rifanno alle storie orientaleggianti de Le Mille e una Notte, di cui richiamano anche l’ambientazione, nonché episodi di opere liriche tra cui quelle di Mozart e Bizet. Il suo capolavoro, tuttavia, è considerato all’unanimità Le avventure del Principe Achmed, un’opera impressionante, già solo considerandone le 300.000 singole inquadrature tagliate a mano in modo quasi maniacale, una per una, pezzettino per pezzettino. Questa miriade di ritagli effettuata tra il 1923 e il 1926 ha dato vita ad una vera e propria perla della silent era che, con i suoi 65 minuti, rappresenta uno dei primi lungometraggi e film d’animazione della storia del cinema.

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#cineBit: Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene: Agli albori del cinema espressionista tedesco

Scena del film Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene

Con questa schermata si apre il capolavoro del regista tedesco Robert Wiene, datato 1920. Per un film di quell’epoca, un film muto, agli albori della settima arte, probabilmente non ci si aspetterebbe un tale livello di sperimentalismo, a partire proprio dai titoli di testa. Lo stile dei titoli di testa, nonché degli intertitoli e dei titoli di coda, è infatti estremamente all’avanguardia, tanto che il «font» e i colori sembrano ricordarci quelli di Tarantino, a cui al giorno d’oggi il nostro occhio cinematografico contemporaneo è ben più che abituato: entrambi vivaci e saturi, creativi, visivamente aggressivi. Così, insomma, si apre questa perla dell’epoca dei silent movies, film che in realtà, sottolineiamolo subito, muti non erano.

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#CineSPECIAL: Blue Velvet (1986) di David Lynch: Uno sguardo su(l)(r)reale

Scena del film Blue Velvet (1986) di David Lynch

«Dopo ‘Dune’ ero così depresso che tutto mi sembrò fantastico!
Era tutta euforia. E quando lavori con quel tipo di stato d’animo,
puoi prenderti la tua occasione. Puoi sperimentare.» – David Lynch

È il 1986 quando Lynch termina il suo Blue Velvet, appena dopo l’insoddisfacente produzione di Dune. Questo suo quarto lungometraggio rappresenta nella filmografia del regista statunitense una sorta di definizione stilistica, nonché un’opera unica in quanto fortemente ispirata al suo vissuto personale. In un’intervista dello stesso anno, ad esempio, Lynch stesso racconta: “avrei sempre voluto intrufolarmi nella stanza di una ragazza e guardarla di notte e, forse, ad un certo punto, avrei potuto scoprire un indizio per un omicidio misterioso”. Magari non l’ha poi fatto nella vita reale, ma in un film, soprattutto in un film di Lynch, tutto è possibile.

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#CineBit: The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson: Una fiaba color pastello

Scena del film The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson

The Color Motion è un sito web che presenta alcuni film in maniera piuttosto originale, vale a dire tramite il loro spettro cromatico; l’idea di base è di catturare il colore principale di ogni fotogramma per poi riprodurli in serie fino a costruire lo spettro rappresentativo di ogni film. Tra i molti già presenti, quelli che più catturano l’attenzione sono naturalmente i film con maggior variazione e originalità cromatica. Tra questi, il regista (nonché filosofo!) Wes Anderson non poteva assolutamente mancare.

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#CineBit: Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock: Vertigine cromatica

Scena del film Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock

Quando si parla del più famoso ed influente regista inglese, Sir. Alfred Hitchcock, molti sono i film che vengono in mente: Psycho (1960) in primis, subito seguito da North by Northwest (1959), The Rear Window (1954), e il qui analizzato Vertigo, il cui sottotitolo italiano recita “La donna che visse due volte“. Se in tutti questi film molti sono i tratti comuni, a partire dal genere noir / thriller psicologico, Vertigo ha qualcosa che si fa distinguere: l’uso particolare ed accentuatissimo del colore, in particolare della coppia di complementari rosso-verde. L’elemento cromatico spicca già nei titoli di testa, un mix psichedelico di cerchi, spirali e ipnotiche sovrapposizioni che lasciano intendere chiaramente il tema del film.

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#CineBit: In the Mood for Love (2000) di Wong Kar-Wai: Del rosso e delle sue sfaccettature

Scena del film In the Mood for Love – Wong Kar-Wai (2000)

Tra i numerosi registi che amano lavorare, creare e giocare con l’elemento cinematografico del colore, Wong Kar-Wai si distingue particolarmente per l’uso di uno di questi: il rosso. Chungking Express (1994) e 2046 (2004), ad esempio, sono due film in cui il regista di Hong Kong sperimenta molto in termini di saturazione, accostamenti, contrasti; ma quello che forse meglio rappresenta la sua “filosofia cromatica” è l’ormai film-cult In the Mood for Love.
Il tema di base è inscritto nel titolo: l’amore. Il colore principale è altrettanto ovvio, banale, quasi abusato: si parla d’amore, si usa il rosso. Ma così come dell’amore al cinema non ci si stanca mai, lo stesso si può dire del colore che ne è la migliore materializzazione cromatica. Tutto dipende da come lo si impiega; l’uso che Kar-Wai fa del rosso, infatti, è tutt’altro che scontato.

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#CineBit: The Fall (2006) di Tarsem Singh: Una meta-fiaba a colori

Scena del film The Fall (2006) di Tarsem Singh

Parlare di The Fall senza parlare del suo ideatore e regista sarebbe impossibile, sarebbe un torto al film stesso. La genesi di questo film è, infatti, estremamente legata alla mentalità e alla filosofia personale del suo creatore, Tarsem Singh Dhandwar (noto semplicemente come “Tarsem”), regista indiano-americano dall’indole creativa, critica e molto determinata.

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#CineBit: Venere in Pelliccia (2013) di Roman Polański – L’atto creativo oltre realtà e finzione

Scena del film La Vénus à la Fourrure (2013) di Polański

L’ultimo film del regista franco-polacco Roman Polański, Venere in Pelliccia (La Vénus à la Fourrure, 2013), è il perfetto seguito stilistico del precedente film Carnage, se non un suo superamento. Come per il “film-carneficina”, la stanza è una, i personaggi si contano sulle dita di una mano, l’atmosfera è tesa, anzi, tesissima. Questa volta, però, non siamo in un salone d’appartamento, ma in un fatiscente teatro parigino; i protagonisti non sono due coppie di genitori, ma un drammaturgo e un’attrice; l’atmosfera claustrofobica da tipico kammerspiel polańskiano è anche presente all’appello: racconto e film restano inscritti nel teatro, l’esterno quasi non conta. Unico virtuale contatto col mondo esteriore, come spesso in questo genere di film, sono i telefonini (Locke ne è il caso più estremo). L’effetto claustrofobico, però, non è più associato a sentimenti di rabbia e repressione: questa volta la tensione del film è tutta tensione erotica.

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#CineBit: 12 Angry Men (1957) di Sidney Lumet – L’umiltà del non-sapere

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Scena del film 12 Angry Men (1957) di Lumet

Film d’esordio di Sidney Lumet, ottantesimo nella lista dei 100 migliori film americani, 12 Angry Men spicca in particolar modo per la qualità della sceneggiatura e dei dialoghi, abilmente curati da Reginald Rose. Il film porta lo spettatore in medias res: il breve incipit, infatti, rivela subito che siamo di fronte ad un processo per omicidio e che la giuria, composta da 12 uomini, dovrà riunirsi per discutere il verdetto finché non si sarà raggiunta l’unanimità. L’accusato è il figlio dell’uomo trovato morto; non ci sono prove schiaccianti, solo un paio di testimonianze che sembrano essere contro di lui; in caso di verdetto a suo sfavore, il ragazzo sarà destinato alla sedia elettrica, vale a dire a morte certa.

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