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Recensioni cinematografiche

Author: Maria Adorno (Page 1 of 2)

Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009) – Quando l’obiettivo tocca la realtà

Scena di Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009)

Tutti dovrebbero vedere, almeno una volta, Castaway on the Moon – titolo insolitamente non tradotto dall’industria cinematografica italiana e la cui versione originale coreana (김씨 표류기) sarebbe qualcosa del genere “Mr. Kim alla deriva”. Un titolo che, sottolineamolo da subito, sarebbe stato assolutamente più appropriato, perché il protagonista del film si chiama Kim, ma “Kim” è anche il cognome di più della metà della popolazione sud-coreana. Già nel titolo, quindi, è intrinseca l’idea che il nostro Mr. Kim rappresenta in realtà tutti i Kim o, volendo estendere il concetto ancora un po’, rappresenta l’uomo medio. In ognuno di noi c’è un po’ di Mr. Kim. Il film inizia sorprendentemente con il suo suicidio, dovuto ad insoddisfazione lavorativa, amorosa, ad un senso di fallimento costante e totale. Un tale fallimento, da fallire perfino nel suicidio…

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Varieté (Dupont, 1925) – Silence makes sound [Karlsruhe Silent Film Festival 3/3]

Scene of Varieté (1925) by Dupont and ensemble Capella Obscura

The 16th edition of the Karlsruhe Silent Film Festival finished a couple of days ago, on the 18th of March: precisely the day before the anniversary of cinema itself. In 1985, indeed, the Lumière Brothers were recording the so-called “first movie of cinema history”. Silent, of course. And here we are, more than one century afterwards, still celebrating those incredible first 20 years of silent cinema. “Silent”, at least if we consider recorded sound, since sound was actually always present, especially concerning voices, noises and live music. This time the music accompaniment has been handled by the ensemble Capella Obscura , directed by the musician and composer Cornelia Brugger and including about 20 musicians.
Behind them, in front of the audience, Dupont’s masterpiece Varieté.

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Der letzte Mann (Murnau, 1924) – Last man or last laugh? [Karlsruhe Silent Film Festival 2/3]

Scene of Der letzte Mann (1924) by Murnau

It’s the 14th of March evening when the Karlsruhe Silent Film Festival starts: the room is complete, one of Murnau’s movies is ready to be screened and the musicians of the Ensemble Déjà-Vu (piano, violin and double bass) are also ready to integrate the movie with their creative music. Some might say that the silent movie era was not cinema because of the lack of recorded sound; others would say that real cinema was only and precisely during those years, because it achieves to communicate universally with only one of components of the cinematographic medium. Here I won’t stand for any of these positions: I will simply talk about a masterpiece of cinema history, Murnau’s Der letzte Mann, starring a great Emil Jannings, produced in 1924 at the time of the Weimar Republic. Talking of purism, though, it must be said that here even intertitles are absent, in the belief that the image can be totally independent. The result is impressing.

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Phantom (Murnau, 1922) – A poetic psychodrama [Karlsruhe Silent Film Festival 1/3]

Scene of Phantom (1922) by F. W. Murnau

The Karlsruhe Silent Film Festival (14-18 March 2018), arrived at its 16th edition, will start today with a focus on Friedrich Wilhelm Murnau and the Cinema of the Twenties (to conclude the program of the previous edition). This Festival is one of the few devoted only to “Stummfilme” and includes a program of about 15 movies organized around different thematics.
One of the movies is a gem created in 1922 precisely by Murnau, Phantom. Generally speaking, it is not one of the most well-known masterpieces directed by the German director, such as Nosferatu (1922 as well), Der letzte Mann (1924) or Tartuffe (1925). It should definitely be included in the top list, though. Béla Balázs has defined this movie an “objectified lyric”, while Leonard Maltin gave it almost maximum rank saying that it is an authentic “poetic psychodrama”. Let’s see why.

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#cineBIT: Intolerance (1916) di David Wark Griffith: Una culla per l’umanità

Scena del film Intolerance (1916) di David Griffith

Intolerance è uno dei capisaldi della storia del cinema muto e del cinema in generale, un’opera lunga, elaborata e complessa che affronta temi storico-morali con grande maestria. Filo conduttore, neanche a dirlo, è l’intolleranza: l’intolleranza che, attraverso i secoli, ha sempre contraddistinto la specie umana in senso prettamente negativo, distruttivo, controproducente. Il maggior merito di Griffith è che non solo egli ha presentato questa tesi, ma ha anche voluto dimostrarla, proprio tramite il medium cinematografico; come casi emblematici, il regista statunitense ha scelto 4 periodi che, insieme, abbracciano un totale di circa 2500 anni di storia. La scelta, tutt’altro che casuale, ricalca i quattro generi più diffusi all’epoca:
colossal: la caduta di Babilonia nel 539 a.C.;
– passioni: la crocifissione di Gesù in Giudea nel I secolo;
art français: la strage degli ugonotti del 1572 in Francia a San Bartolomeo;
– dramma sociale: il grande sciopero del 1914 negli Stati Uniti.

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#cinebit: Le Avventure del Principe Achmed (1926) di Lotte Reiniger: Quando il ritaglio diventa cinema

Scena del film Die Abenteuer des Prinzen Achmed (1926) di Lotte Reiniger

Buona parte delle fonti si riferiscono a Lotte Reiniger come una grande “animatrice di silhouettes”, un titolo che non capita spesso di leggere o sentire. Nata verso la fine del 1800, l’artista tedesca ha vissuto pienamente il periodo degli albori del cinema, rivelando una particolare abilità che le ha permesso di lavorare a pieni titoli nell’ambiente cinematografico dell’epoca: il ritaglio. Molti dei suoi lavori, unicamente animazioni, si rifanno alle storie orientaleggianti de Le Mille e una Notte, di cui richiamano anche l’ambientazione, nonché episodi di opere liriche tra cui quelle di Mozart e Bizet. Il suo capolavoro, tuttavia, è considerato all’unanimità Le avventure del Principe Achmed, un’opera impressionante, già solo considerandone le 300.000 singole inquadrature tagliate a mano in modo quasi maniacale, una per una, pezzettino per pezzettino. Questa miriade di ritagli effettuata tra il 1923 e il 1926 ha dato vita ad una vera e propria perla della silent era che, con i suoi 65 minuti, rappresenta uno dei primi lungometraggi e film d’animazione della storia del cinema.

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#cineBit: Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene: Agli albori del cinema espressionista tedesco

Scena del film Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Robert Wiene

Con questa schermata si apre il capolavoro del regista tedesco Robert Wiene, datato 1920. Per un film di quell’epoca, un film muto, agli albori della settima arte, probabilmente non ci si aspetterebbe un tale livello di sperimentalismo, a partire proprio dai titoli di testa. Lo stile dei titoli di testa, nonché degli intertitoli e dei titoli di coda, è infatti estremamente all’avanguardia, tanto che il «font» e i colori sembrano ricordarci quelli di Tarantino, a cui al giorno d’oggi il nostro occhio cinematografico contemporaneo è ben più che abituato: entrambi vivaci e saturi, creativi, visivamente aggressivi. Così, insomma, si apre questa perla dell’epoca dei silent movies, film che in realtà, sottolineiamolo subito, muti non erano.

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#CineSPECIAL: Blue Velvet (1986) di David Lynch: Uno sguardo su(l)(r)reale

Scena del film Blue Velvet (1986) di David Lynch

«Dopo ‘Dune’ ero così depresso che tutto mi sembrò fantastico!
Era tutta euforia. E quando lavori con quel tipo di stato d’animo,
puoi prenderti la tua occasione. Puoi sperimentare.» – David Lynch

È il 1986 quando Lynch termina il suo Blue Velvet, appena dopo l’insoddisfacente produzione di Dune. Questo suo quarto lungometraggio rappresenta nella filmografia del regista statunitense una sorta di definizione stilistica, nonché un’opera unica in quanto fortemente ispirata al suo vissuto personale. In un’intervista dello stesso anno, ad esempio, Lynch stesso racconta: “avrei sempre voluto intrufolarmi nella stanza di una ragazza e guardarla di notte e, forse, ad un certo punto, avrei potuto scoprire un indizio per un omicidio misterioso”. Magari non l’ha poi fatto nella vita reale, ma in un film, soprattutto in un film di Lynch, tutto è possibile.

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#CineBit: The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson: Una fiaba color pastello

Scena del film The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson

The Color Motion è un sito web che presenta alcuni film in maniera piuttosto originale, vale a dire tramite il loro spettro cromatico; l’idea di base è di catturare il colore principale di ogni fotogramma per poi riprodurli in serie fino a costruire lo spettro rappresentativo di ogni film. Tra i molti già presenti, quelli che più catturano l’attenzione sono naturalmente i film con maggior variazione e originalità cromatica. Tra questi, il regista (nonché filosofo!) Wes Anderson non poteva assolutamente mancare.

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#CineBit: Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock: Vertigine cromatica

Scena del film Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock

Quando si parla del più famoso ed influente regista inglese, Sir. Alfred Hitchcock, molti sono i film che vengono in mente: Psycho (1960) in primis, subito seguito da North by Northwest (1959), The Rear Window (1954), e il qui analizzato Vertigo, il cui sottotitolo italiano recita “La donna che visse due volte“. Se in tutti questi film molti sono i tratti comuni, a partire dal genere noir / thriller psicologico, Vertigo ha qualcosa che si fa distinguere: l’uso particolare ed accentuatissimo del colore, in particolare della coppia di complementari rosso-verde. L’elemento cromatico spicca già nei titoli di testa, un mix psichedelico di cerchi, spirali e ipnotiche sovrapposizioni che lasciano intendere chiaramente il tema del film.

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