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Recensioni cinematografiche

Author: Alessandra Maglie (Page 1 of 2)

#CineHot: “I, Tonya”. L’eroina tradita dell’American Dream.

 

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“I think I got too many memories getting in the way of me / I’m about to go Tonya Harding on the whole world’s knee”, così cantano i Fall Out Boy in “Stay Frosty, Royal Milk Tea. E Obama, durante la sua campagna elettorale nel 2009, contro i suoi detrattori ebbe a dire: “Folks said there’s no way Obama has a chance unless he goes and kneecaps the person ahead of us, does a Tonya Harding…”. È forse difficile per chi vive fuori dagli USA rendersi conto di quanto lo scandalo sportivo che ha coinvolto Tonya Harding e Nancy Kerrigan durante i Campionati nazionali di pattinaggio di figura del 1994, sia entrato a far parte, si potrebbe dire, del folklore, o almeno della cultura pop.

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#CineHot: La Forma dell’Acqua (Guillermo Del Toro, 2017): Beauty and the Fish.

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Unable to perceive the shape of you, I find you all around me. Your presence fills my eyes with your love, it humbles my heart, for you are everywhere.”

Una donna e un mostro. La Bella e la Bestia. Quante volte avete sentito questa storia? Ora, se il film in questione non avesse, sin dalla prima scena, il sapore di una favola (seppur adulta), questa potrebbe essere benissimo una storia perversa del rapporto sessuale tra una donna e una bestia. Oppure, se la componente sessuale non fosse stata presente, questa potrebbe essere una cautionary tale sull’accettazione del diverso, dell’Altro, che insegnerebbe a non fermarsi alle apparenze, a giudicare con il cuore e non con gli occhi. Ma se così fosse, questa sarebbe stata una storia come tante altre. E invece no, La forma dell’acqua è una storia d’amore, e lo spettatore, se vuole concedersi a quel che vede, non dubita nemmeno per un attimo che questa storia sia sana, tenera, romantica – e si badi bene, una tale attenzione per i sentimenti è cosa poco comune nella produzione precedente dello stesso regista, che invece più spesso porta sulla scena personaggi torbidi e inquieti. Restano costanti, invece, le atmosfere fiabesche e poetiche, ed il fascino per il mostruoso.

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#GenderTroubles: Transparent. Il prezzo del coming out.

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Immaginate questa scena: una famiglia allargata si mette in posa davanti alla macchina fotografica. Tutti sono vestiti di bianco: si è appena celebrato un matrimonio con rito ebraico. Nell’inquadratura, al centro, si vede la giovane coppia di spose (sì, avete letto bene), e intorno, nell’ordine: i tre figli di una delle due, nati da un matrimonio precedente; la sorella che ha appena scoperto la propria identità queer; il nipote nato da un rapporto al limite del criminoso, concepito quando il padre era ancora minorenne; infine, i genitori della sposa, ma attenzione: l’anziano padre transgender si presenta in abiti femminili, ed esce dall’inquadratura con fare iroso quando il fotografo ha l’infelice idea di chiamarlo signore. Ah, dimenticavo, il fratello aspetta un figlio dal rabbino (no, tranquilli, il rabbino è femmina).

Con questo ritratto della famiglia Pfefferman si apre la seconda stagione della serie TV Transparent.

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#CineBIT: Tokyo Godfathers (2003). Satoshi Kon e lo spirito del Natale.

Chiunque potrà dirvi che, se avete visto Paprika (2004), Millennium Actress (2001) e Perfect Blue (1997), del regista e sceneggiatore nipponico Satoshi Kon avete già visto tutto. Per questo Natale, però, seguite i consigli della vostra rubrica di cinema preferita, mettetevi comodi e lasciatevi coinvolgere dalla tenera favola urbana che è Tokyo Godfathers.

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#GenderTroubles: San Junipero (da “Black Mirror”, 2016). Il Paradiso è un posto sulla Terra.

Welcome to San Junipero – Party Town”, recita l’insegna al neon di un locale notturno in una cittadina balneare della West Coast americana, tutta spiagge assolate e tramonti pastello sull’oceano. Nel locale risuona una canzone anni ’80, mentre una torma di gente vestita a tema si agita sulla pista da ballo. La città di San Junipero offre ogni tipo di intrattenimento, il genere di cose che si fanno per sentirsi vivi. Peccato che, in questa città da favola, i vivi siano davvero pochi.

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#GenderTroubles: Broadchurch (terza stagione, 2017): non vittime, ma protagoniste.

“If you’ve been affected by issues raised in this episode of Broadchurch, you can visit itv.com/advice for support and information”.

La confortante e sollecita voce fuori campo recita queste parole alla fine di ogni episodio della terza stagione della serie di argomento poliziesco Broadchurch, andata in onda sulla TV britannica la scorsa primavera sul canale ITV. Cosa interessante: la voce fuori campo di cui sopra è, alternativamente, femminile o maschile, perché non si abbia l’impressione che le problematiche (di genere) sollevate nella serie chiamino in causa le donne soltanto. Colgo lo spunto fornito da Benedetta Magro nel suo articolo per analizzare il modo in cui Broadchurch affronta i temi della violenza sessuale e della cosiddetta “cultura dello stupro”, con un approfondimento finale sulla posizione dei personaggi maschili in una cornice narrativa così costruita.

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#GenderTroubles: The Kids Are Alright (2010). La normalizzazione del queer.

Nic (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore) in una scena di The Kids Are Alright, per la regia di Lisa Cholodenko

– Look, I’m sorry, I feel like I’m carrying the load here.
– Yeah, ‘cause that’s the way you like it, so you keep control.
– What are you talking about?
– Come on, you hated it when I worked. You wanted me at home, taking care of the kids – you wanted a wife!

A prima vista, un dialogo del genere sembrerebbe tratto da un litigio coniugale come se ne sentono tanti: i ritmi di una vita stressante, la noia, la frustrazione, al momento meno opportuno si manifestano in modo distruttivo nella vita di coppia, scatenando rancori e sensi di colpa. Cambierebbe qualcosa se vi dicessi che a pronunciare queste battute sul grande schermo sia stata una coppia lesbica?

The Kids Are Alright (2010, uscito in Italia con il titolo I ragazzi stanno bene), è uno spaccato di vita familiare realistico e al tempo stesso innovativo, che, con i toni leggeri di una commedia, affronta temi importanti con delicatezza e sensibilità. Jules e Nic sono sposate con due figli, dai nomi estrosi di Joni e Laser, concepiti tramite inseminazione artificiale. Quando Joni, la figlia maggiore, compie diciotto anni, il fratello la convince a contattare la banca del seme per conoscere il loro padre biologico. Così i due incontrano Paul, un ristoratore con la passione per le donne e il buon vino, che entrerà, nonostante le ritrosie delle genitrici, nel loro ménage famigliare… con conseguenze disastrose. Il film si è guadagnato due Golden Globe e quattro nomination agli Oscar, come miglior film, miglior sceneggiatura originale, migliore attrice protagonista per Annette Bening e miglior attore non protagonista per Mark Ruffalo.

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#GenderTroubles: A Taste Of Honey (1961). Il gusto amaro dell’emancipazione.

Titoli di testa di “A Taste Of Honey”, per la regia di Tony Richardson.

“This night has opened my eyes
and I will never sleep again,
you kicked and cried like a bullied child,
a grown man of twenty-five.
Oh, he said he’d cure your ills,
but he didn’t and he never will.
Oh, save your life,
because you’ve only got one.”
– The Smiths, “The Night Has Opened My Eyes” (1984)

Il modello informatico dell’ipertesto, in cui un insieme di documenti con informazioni multimediali sono collegati l’uno all’altro per mezzo di connessioni logiche e continui rimandi, si può applicare anche ai rapporti tra i testi della cultura in cui viviamo, che costituiscono una rete di unità culturali tra loro interconnesse, in cui nessun significato è autosufficiente, consentendo così all’utente-lettore di costruirsi di volta in volta un autonomo percorso di lettura. Ciò comporta che l’identificazione del significato sia un processo estremamente dinamico: la nostra competenza intertestuale consiste infatti nell’uso di concetti legati alla nostra generale esperienza o conoscenza del mondo, appresi nel tempo da altri testi.

Il risultato della costruzione di un personale percorso di lettura che si snoda nella miriade dei nostri prodotti culturali, è che molto spesso, navigando a bordo di un testo nel mare della cultura, si approda a lidi sconosciuti e piacevolmente inaspettati. Io, per esempio, se non fosse stato per quella canzone degli Smiths di cui in esergo, non avrei forse mai scoperto A Taste Of Honey, a cui il testo si ispira. E non è l’unico riferimento nella loro discografia, vista la fascinazione che Morrissey, frontman della band, ha sempre provato per questa storia, tanto da inserirne numerosi riferimenti nella grafica dei suoi album e nei testi delle sue canzoni.

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#GenderTroubles. “Vergine Giurata” (L. Bispuri, 2015): L’insostenibile leggerezza del genere.

Alba Rohrwacher nei panni di Hana/Mark nel film “Vergine Giurata”.

Rosi Braidotti, una delle maggiori teoriche italiane del femminismo della differenza, nella sua analisi interdisciplinare della soggettività contemporanea, ha elaborato la teoria del soggetto nomade. La filosofa, ponendo al centro del discorso il corpo sessuato, intende rappresentare una molteplicità di forme alternative di soggettività, che vadano al di là del binarismo di genere – la rigida scelta tra maschio e femmina – senza per questo ricadere in un nuovo essenzialismo che imbrigli la libertà creativa ed espressiva dei soggetti performati. Il soggetto nomade è tale in molti sensi, vive al confine tra molte dicotomie: quella tra cittadino e straniero, tra donna e uomo, tra idem e alter, e sfrutta questa a-normatività per mostrarne la carica positiva, facendone così uno strumento di arricchimento, non un motivo di inadeguatezza.

In altri termini, in questa ridefinizione della soggettività, femminile e non solo, si tratta di dare voce al desiderio dell’individuo di affermare e rappresentare varie forme di soggettività, tutte ugualmente valide. Un paradigma della soggettività nomade è il personaggio di Hana/Mark, protagonista del film Vergine Giurata di Laura Bispuri.

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#GenderTroubles. Moonlight (B. Jenkins, 2016): viaggio alla ricerca dell’intimità.

Little (interpretato da Alex Hibbert) in una scena di Moonlight, per la regia di Barry Jenkins.

Al momento di annunciare il vincitore per l’Oscar al miglior film, Warren Beatty, che ha il compito di leggere il contenuto della busta, dà un’occhiata al biglietto, guarda meglio nell’involucro rosso, poi torna a guardare il biglietto, dubbioso. Il pubblico ride, pensando ad un esagerato effetto di suspense. Beatty fa per annunciare il vincitore, poi esita, sorridendo con imbarazzo. Passa la busta a Faye Dunaway, di fianco a lui, la quale annuncia con decisione il nome del favorito: “La La Land!”. La sala esplode in un applauso fragoroso, parte il tema del film, gli attori e i produttori di uno dei film più premiati della stagione si alzano sorridenti, si abbracciano, esultano e attraversano la sala. Ma pochi momenti dopo, mentre uno dei produttori sta ancora tenendo il suo discorso, alcuni membri dello staff salgono sul palco: confusione e parlottare concitato, finché il produttore Jordan Horowitz prende coraggiosamente il microfono e annuncia: “Wait, there’s a mistake – Moonlight, you guys won Best Picture.” Stupore in sala. “This is not a joke!”, continua Horowitz serissimo, mostrando al pubblico il biglietto col titolo “Moonlight” scritto nero su bianco. Infatti non è uno scherzo: un film sulla crescita di un ragazzo queer di colore ha appena vinto il premio più ambito come miglior film dell’anno.

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